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Luci e ombre

- Questa tua mania di attaccarti alle parole come fossero vita, sangue, muscoli e nervi della realtà non è semplicemente puerile. E’ patologica come un’ossessione e mi mette a disagio…
Dietro il tono pacato di Lucia, s’intuiva una rabbia rancorosa. Sono anni ormai che stai lì a imputarti sui tuoi sogni, i tuoi principi, le tue impossibili storie, ma la vita vera non è quella dei tuoi militanti martiri e santi, pareva dire coi suoi occhi grandi, neri ed espressivi, che si facevano impenetrabili. O forse, forse c’era compatimento nel ripetuto ma impercettibile no della testa tutta ricci abilmente tinti di nero corvino che incorniciavano la fronte in guerra perenne con le rughe. Una sorta di compassione che a stento affiorava sul velluto innaturale del viso, dietro il trucco lieve ma incredibilmente efficace che, Dio solo sa come, cancellava pallori e rossori, esaltando il disegno delle labbra misteriosamente innocenti e sensuali.
Ognuno vede se stesso e gli altri con la luce che gli viene dalle cose in cui crede e per le quali vive. Luci di dentro. Accendono e spengono un mondo che non vediamo com’è, ma come ci appare in un eterno gioco di chiaroscuri che inconsciamente disegniamo.
Alessandro si portava dentro i sogni d’una giovinezza lontana, semplicistici, forse. “Utopie senza futuro“, come da tempo sosteneva Lucia, senza nemmeno provare a dissimulare un dispettoso fastidio che talora pareva disprezzo. “Sogni egualitari con i quali volevamo combattere le fatidiche ‘grandi ingiustizie’ e n’è venuto fuori questo letamaio!
Se la luce di Alessandro si fermava sulla disperazione che sbucava da ogni parte e diventava rivolta, il buio che Lucia portava dentro, pragmatico e cupo, figlio naturale della delusione, ricopriva la disperazione fino a farla sparire. Lei vedeva luci che ad Alessandro parevano ombre: l’abitino griffato che “si porta molto, ma vedi? E’ senza prezzo… Un amore, sì, ma occorre vedere addosso come scende“.
Luci ed ombre.
- Il conflitto è nelle cose. Da Eraclito a Marx: acqua e fuoco, ricco e povero, operaio e padrone – ripeteva a se stesso Alessandro che, per Lucia, avrebbe fatto meglio a occuparsi più spesso della barba e dei capelli che l’invecchiavano troppo.
- Ed è un peccato, osservava la donna, perché la tua, tu, potresti dirla ancora e non lo vedi…
- Come tu dici la tua, certo…
Alessandro, in verità, la sua la diceva, ma sceglieva un terreno diverso: riunioni, appelli in piazza, manifestazioni e, se capitava la manganellata, pazienza. Come un disco incantato, qualcuno allora ripeteva: Alessandro? Su lui sì, su lui si può contare.
Alla fine, ognuno diceva la sua dove gli pareva che ci fosse da dirla. Così, se per Lucia cortei e proteste erano “quanto di più patetico si possa vedere in città al giorno d’oggi“, i periodici “saldi al 30 % da ‘Camomilla’, che poi ti frega e ricicla il museo degli orrori” erano per Alessandro “la prova più evidente dell’inizio della fine“.
Come accade assai spesso nella vita, tra le luci e il buio c’era probabilmente una terra di nessuno in cui si confondevano albe e tramonti, aurore e crepuscoli e l’intera gamma delle tonalità di grigio pronta a miscelarsi a un qualche sconosciuto colore. C’era, impercettibile ancora, ma pronto a germogliare, il mondo nuovo. Più giusto o più ingiusto si sarebbe capito dopo, ma a domandarglielo, Lucia t’avrebbe detto che “tutto rimane in fondo sempre uguale a se stesso” e Alessandro l’avrebbe punzecchiata: “Tu no, tu sei certamente cambiata“. Dentro però, lui continuava a crederci: altri avrebbero provato a cambiare le cose, uno per passione o per ossessione, un altro per compassione di se stesso e degli altri, ci avrebbero provato ancora. E ne sarebbero nati grandi amori, forti passioni, tremende delusioni. Uno avrebbe pensato dell’altro che era patetico e quello l’avrebbe guardato con compatimento. E se l’angoscia lo prendeva e una malinconia invincibile pareva averla vinta, lo sollevava improvvisa una speranza insensata, irrazionale eppure lucida e puntuale.
- E’ questo, si domandava, solo questo che resta di quanto abbiamo cercato? Questo resta di noi e degli altri, questo fiume melmoso d’anime, di pensieri e di lamenti? E quand’è che abbiamo sbagliato? Quando c’è parso giusto ribellarci assieme, oppure oggi, che ognuno fa la sua strada e tutti siamo soli?
Lucia stringeva le belle labbra in una smorfia fino a farsi male e replicava:
- Non c’è mai stato un tempo della ragione e uno dei torti. C’è la vita che scorre e ci cambia.
- Ci cambia quando rinunciamo a cambiarla, brontolava Alessandro, mentre irrimediabilmente la luce sua da dentro oscurava il buio di Lucia.
Luci ed ombre.
Dov’è mai la ragione, se una ragione c’è nell’intrico delle nostre cose? L’improvviso e devastante fragore dei tre cacciabombardieri che a quell’ora partivano puntuali dalla vicina base li schiacciava al suolo come fossero due insetti. Portavano con sé, nei modernissimi motori, un mondo che voleva essere nuovo ma pareva antichissimo. Un mondo che chiamava pace la guerra e divorava in mille modi la vita: i fuggiaschi lasciati a morire nel Mediterraneo, i giovani senza futuro, i vecchi senza pensione, gli operai sempre più servi della produzione. In quell’arroganza senza limiti, luci e ombre si fondevano in un sentimento di rabbia indistinta che risvegliava pensieri politici e sogni del passato. Era come la terra tremasse; Lucia e Alessandro ora lo sentivano bene senza bisogno di parlare: c’era nell’aria tutta l’elettricità d’un fulmine improvviso che nella notte, col rombo cupo del tuono, annuncia la burrasca.

Uscito l’1 settembre su “Fuoriregistro

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Mi piacerebbe parlare di scuola, senza dover dire nell’ordine “ragazze e ragazzi“, così come continuo a far uso di netturbino o spazzino, handicappato e cieco, e non mi convincono i ragionamenti da cui nascono l’operatore ecologico, il diversamente abile e il non vedente. Non ne faccio questioni di forma. E’ il contrario. Si tratta di sostanza: c’è una maniera di parlare e scrivere che appiattisce il pensiero sull’idea corrente, scade nel conformismo e nuoce all’intelligenza critica.

Mi piacerebbe parlare di scuola, senza cancellare un’idea tutta sindacale, da lavoratore, e poter dire, senza scandalizzare, che son pagato poco e faccio sinceramente troppo. Poterlo dire e non sentirmi replicare che nessuno m’impedisce di cambiar mestiere.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola, per ricordare le centomila volte in cui i “peggiori” diventano bravissimi, quando mettiamo da parte le scartoffie di politici e sedicenti “esperti” e, se ci pare giusto, facciamo teatro e laboratorio tutto l’anno, perché il balbuziente giunge allo scioglilingua, il classico “svogliato” protesta al suono dell’ultima campana – “Noooo! Già finito?” – e l’eccellenza si fa, se possibile, ancora più eccellente.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dalla saggezza popolare d’un tempo semplice e più onesto, quando un contadino semianalfabeta sosteneva con qualche ragione che “gli ultimi a scuola spesso sono i primi nella vita“. Tutti sappiamo che intendeva, il contadino ma, pressati dal giardino zoologico della politica e dalla Vandea accademica, facciamo fatica a riconoscerlo e ci teniamo per noi ciò che pure ci ha insegnato don Milani: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola“.

Mi piacerebbe parlare di scuola, dando il giusto valore alla programmazione e alla verifica, senza dimenticare il fine ultimo e quello immediato, verificando ogni giorno se li capisco, gli studenti, se gli studenti capiscono me e se si fanno capire. Mi piacerebbe se da fuori venissero a valutarmi. Vorrei però che lo facessero per capire se i miei studenti si stanno schierando contro la miseria morale del sistema che li valuterà, se cresce in loro la nausea per il razzismo che dilaga, se coltivano grandi e nobili ideali da opporre all’analfabetismo di valori che li annichilisce ma sanno dubitare di quello in cui credono, se hanno orrore di un mondo in cui pochi spendono e spandono e molti muoiono letteralmente di fame, se hanno scoperto, infine, che, quando un pilota vola sulla Libia di turno, in nome della libertà e della democrazia, i popoli diventano più servi, i poveri più poveri e i ricchi assai più ricchi.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dal fatto che ho bisogno di soldi per comprare libri, mi occorre un anno sabatico per aggiornarmi, una università che non sia sulla luna e una valutazione della formazione consapevole del fatto che investiamo sul futuro in un contesto dato, che un professore è più bravo se è stato maestro per qualche anno e della sua vita professionale possa dire: “io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero“. Ho tentato sempre di cancellare l’odio, ma ho cercato di far capire che la legalità non è sinonimo di giustizia sociale e, con Eraclito, ho ricordato sempre che il motore della storia è il conflitto.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola.

Uscito su “Fuoriregistro” il 30 marzo 2011

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Da ragazzo, anni di guerra significava per me soprattutto memoria: gli anziani ricordavano il lampo nel silenzio prima dell’esplosione assordante, il rombo cupo del cannone a stento interrotto dall’urlo soffocato della morte e il fumo acre e dilagante che nasconde uomini e cose in una nebbia soffocante che stringe di angoscia le devastazioni materiali e quelle morali.
Anni di guerra furono allora per me – e forse lo sono ancora – l’oscenità del potere che si fa d’un tratto patria e chiama imperioso, fa le antiche capriole logiche, s’imbelletta di ragioni morali – c’è sempre una causa nobile a muovere la carneficina – e domanda cupamente sangue.
Così li immaginavo, gli anni di guerra, come sono da sempre, coi giovani affardellati che vanno a morire tra le bandierine e gli inni, nemici senza perché, petto contro petto, scudo contro scudo, daga contro daga, pieni la testa d’onore e paura, e sanno solo che un tiranno ha sbarrato la via che conduce fino al ferro, una tribù di barbari ha occupato l’oasi nel deserto o il valico innevato che guarda la pianura, che l’opulento vicino ci affama, che l’infedele non rispetta il pellegrino sicché Dio lo vuole, che ci hanno costretto in cono d’ombra e lo spazio ci serve, un po’ di spazio al sole, ed è spazio vitale.
Per tutto questo, solo per questo, in fondo per niente, ogni mano che può ha l’obbligo di spegnere vite: una, cento, centomila. Ricordavo Hiroshima.
Anni di guerra, pensai in quel tempo della mia prima giovinezza – ma ancora lo penso talvolta – sono gli anni dell’anima “animale”, della violenza individuale eletta a regola di vita collettiva.
Sentii allora, però, nelle tormentate riflessioni della giovinezza, che gli anni di guerra sono anche la risposta indiretta e definitiva all’utopia, l’assenza di alternativa, il buio profondissimo della ragione. In ultima analisi, il ritorno alla natura beluina della scimmia antropomorfa. Irrimediabile ritorno al codice delle diverse gradazioni della quantità e della qualità della violenza, all’indomita ed essenziale ferocia primordiale contro la quale cozzano invano e vanno in pezzi i millenni del progresso, la luce già fioca della scienza, l’imbelle sapienza storica, che si fa d’improvviso interminabile sequela di brutalità.
Anni di guerra fu intorno ai sedici anni il naufragio dei sogni.
Questo, dopo tanto riflettere, ciò che di mio rimase a me per gli anni che non erano venuti e sono poi andati, per quelli che non ho ancora vissuto e che forse verranno: un naufragio.
Negli anni di cui parlo, la guerra significò per me il dolore della crescita, che infine è invecchiamento, e l’inaccettata violenza accolta nella mia vita con stupore condizionante. Mentirei, tuttavia, se non dicessi che fu scontro lacerante ed inesausto – e perciò non ancora risolto – tra un impossibile rifiuto totale e la rivolta che covava dentro.
Si può scegliere Ghandi e vivere una vita disubbidiente – com’è vivo nell’arco breve del tempo che ci è dato il percorso dei millenni – e sentire dentro la contraddizione distruttiva tra l’amore e l’odio, la tolleranza assunta come tesi, la rabbia intuita come antitesi. Si può. Ma la sintesi è sempre e solo fatica. Fatica senza fine.
E’ vero, oggi ho messo la coscienza in pace – ma è un equilibrio precario e senile – nelle acque calme della libertà che va difesa, nella sacralità della lotta senza quartiere che antichi guerrafondai nobilitarono nella formula classica: “bellum pro aris et focis”. Mi sono tranquillizzato, fingendo di non sapere quanto di “patria” ci sia – e perciò quanto di falso – nella formula pacificatrice che giustifica la guerra.
Talvolta, però quando il peso degli anni non s’avverte ed un’improvvisa passione smuove le acque, l’antica tempesta si scatena e nel melmoso presente si fa strada una convinzione finalmente più libera, una invincibile necessità di chiarimento. Accade così che mi pare di poter dare ad “aris et focis” una dimensione planetaria, quella che forse in fondo sento vera, una dimensione che attraversa con rabbia passato, presente e futuro e, annullata la dimensione del tempo, sbotta in armi violentissima e non offre più scampo. Mi ricordo così di quella parte della mia generazione partita dagli slogan irridenti del pacifismo sessantottino e giunta al sogno d’un mondo in armi – tutto in armi – per l’impatto decisivo e definitivo. Rivoluzione dicevamo, ma era probabilmente molto di più. Aris et focis era il pianeta degli emarginati e non mentiva di pace. Rispondeva con la guerra alla guerra.
Ricordo ancora quel sogno furibondo e senza gradazioni di colori. Il sogno – chiamatelo se volete anche incubo, ma non sarò d’accordo – il sogno che metteva da una parte chi vive e dall’altra chi sopravvive, con l’incredibile complessità del sopravvivere. Complessità senza fine che non indicava solo le condizioni materiali della vita, ma anche e forse più quelle spirituali. Non il cibo del corpo, ma quello dell’anima insidiata, storpiata ed annichilita dalla violenza senza fine delle convenzioni sociali.
Oggi come allora mi chiedo quale domani ho sognato. Oggi come allora non sento minacciato il futuro, nel senso di tempo che verrà. E’ il sogno, semplicemente il sogno ad essere escluso, proibito, vietato e perseguito.
Questa esclusione, questa proibizione – oggi lo so – generò poi l’estremismo di cui ci ammalammo.
Per desiderio di sogni si può accettare una guerra e farla, senza dichiararla, mettendo nel conto i morti inutili dall’una come dall’altra parte, l’impossibilità di vincere se non alla condizione irrealizzabile di rivoluzionare le leggi della storia. E però, mi dicevo e mi dissi, Eraclito ha davvero ragione: acqua e fuoco. Eccola la guerra, senza speranze, senza che l’uno elimini l’altra, e tuttavia irrimediabilmente in lotta; acqua e fuoco, fisiologicamente, biologicamente, cromosomicamente connaturati all’esistere e regolati da scelte individuali – ecologicamente equilibrate – tra chi si pone come acqua e chi sceglie le vie del fuoco.
Un punto solo, e però decisivo, mi appariva e mi appare irrinunciabile: non c’è, tra acqua e fuoco, non esiste equivalenza alcuna, non è possibile alcuna forma di interscambio etico. Ogni volta che un bambino muore di fame ed avrebbe potuto mangiare, ogni volta che una mina storpia un ragazzino e la bomba è uscita dalle nostre mani, ogni volta che un uomo entra in carcere, è torturato o ucciso solo perché ha avuto dei pensieri, ogni volta che il pensiero di un uomo, il sogno, l’utopia sono considerati un reato e perciò processati, ogni volta che un detenuto attende una sentenza e non ha un avvocato, ogni volta che un giudice è pagato dall’accusa, ogni volta che tutto questo accade – ed accade, purtroppo, accade ogni giorno – stare con l’acqua o col fuoco non è la stessa cosa. I conti del ragioniere – dare e avere – non rientrano, non rientravano e non rientreranno mai nella bufera che furono i miei anni di guerra. Eraclito non lo consente.
La storia è vero, non cambierà. E però, tra l’uomo che sogna e l’uomo che processa i sogni non c’è e non potrebbe esserci alcuna pacificazione etica. I sogni, restano tali, liberi, certo, anche quando si presentano in veste d’incubo e coi simboli sanguinosi della lotta per la vita. I giudici, che li conducono in tribunale solo perché stanno in testa agli uomini, potenza che per esistere non deve farsi necessariamente atto, i giudici sono altro. Ben altro. Acqua e fuoco.
Anni di guerra – dopo tanto girarci attorno – furono per me lo scontro duro di giovane comunista con le ritorsioni dell’antico gerarca, assolto senza processo dalla giustizia politica amministrata anni prima da Togliatti.
Come sa essere ironica la storia, come paradossale e lucida quando è la vicenda minima dei suoi anonimi protagonisti.
Togliatti certo non poteva saperlo e più non saprà, che i suoi giovanissimi compagni in un liceo di Napoli fecero tutti la guerra al gerarca fascista e tutti uscirono battuti e segnati. Tutti, tanti anni dopo, maturarono nei suoi confronti scelte irrevocabili.
Si lottava per nulla, si lottava d’istinto, da posizioni diseguali e squilibrate, con i piccoli scienziati della nuova borghesia a fare da spettatori rigidi e timorosi, a lasciarsi prendere dal fascino della matematica pura, dall’uomo che si presentava colto e potente, e si disponevano a firmare l’armistizio. Il gerarca offriva vantaggi evidenti: so capire e premiare – lasciava intendere – basta acconsentire.
Io però non volli firmare.
Non dirò che feci bene, né che avessi ragione. Non ho più voglia di atteggiarmi ad eroe.
Pesarono il temperamento romantico invaghito di se stesso, allora sì, lo ammetto, una giovanile vocazione al martirio appresa da amori infantili – “Cuore” letto sei volte e “I ragazzi della via Paal” imparato a memoria – l’insopprimibile avversione per l’autorità non autorevole – mio padre, tutti mio padre, i prepotenti – chissà, forse l’irresistibile fascino d’un nonno mai incontrato, d’una militanza che non chiede medaglie e fanfare, d’una rovina provocata in nome di un’idea. Tutto questo certo segnarono l’inizio degli anni di guerra.
Una corsa didattica fatta forse per ammaliare – così piaceva al fascista – il raffreddamento ad acqua, comparso chissà come tra noi in un’ora di laboratorio di fisica, l’offerta di un esempio che mi fu stranamente concesso – non accadeva mai e forse davvero il destino scelse per me – e la violenza dello scontro sembrò subito definitiva.
Ad acqua dissi, ad acqua raffreddavano i nostri soldati in Russia le mitragliatrici. Ad acqua soggiunsi, quando l’acqua in Siberia congela. Bella scienza portarono i fascisti fino a Mosca!
Un tremito marcato alla bocca carnosa, un moto impercettibile degli occhi tutt’ad un tratto stretti dietro la montatura degli occhiali pesanti e sporchi segnalarono la furia incontenibile che montava.
- Vada a posto! – mi disse – vada a posto! Poi soggiunse: i socialisti a Mosca non c’erano. Avevano preferito scappare.
- Ma hanno cacciato via Mussolini da Salò – fu la replica secca – e alla fine sono stati i fascisti a fuggire.
La mia vita di studente al liceo “Cuoco” si era accorciata quel giorno in maniera vertiginosa. E gli anni di guerra, la guerra che non volevo, gli anni di guerra erano destinati a durare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2003

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