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Questo articolo di “Fuoriregistro” è uscito – e poteva uscire solo – su un giornale: “Il Manifesto“. Se avete a cuore il futuro della scuola pubblica, perciò, compratelo e sostenetelo sempre: Il “Manifesto” è una voce libera schierata a difesa della scuola statale.

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E’ uno strano neonato, un “sanguemisto“, figlio illegittimo di incontri clandestini tra la destra reazionaria e il furore ideologico di un tecnico del capitale. Nato venerdì scorso, è stato battezzato come comanda una prassi ormai consolidata: “Consiglio dei Ministri, Decreto numero 72 dell’8 marzo 2013“. Ligio al dovere, il “Sole24Ore” ha annunciato il lieto evento con la consueta faccia tosta padronale: il Governo “scaduto“, infatti, per il giornale della Confindustria non solo ha “acceso il semaforo verde definitivo” per una delibera ormai indifferibile, ma ha anche risposto all’ansiosa attesa della scuola. Si direbbe quasi che gli insegnanti, consapevoli d’essere tutti, senza eccezioni, una manica d’incapaci sfaticati e convinti e di aver perciò meritato i tagli devastanti, i mancati investimenti, le classi pollaio, le campagne di stampa sui fannulloni e il discredito generalizzato dovuto alle accuse dei loro stessi ministri, non attendano altro che il giorno del giudizio. La scuola, pervasa finalmente di spirito cristiano, si sarebbe ormai attestata sul religioso principio della rassegnazione: quando riceve un ceffone, porge l’altra guancia e a suon di botte s’è rimbecillita.
Per il “Governo dell’ordinaria amministrazione” – e la stampa che ancora lo sostiene – il decreto era necessario, perché, si racconta, se i ministri non l’avessero varato, la scuola non avrebbe più avuto accesso ai fondi europei. Di qui la scelta sul filo di lana. A guidare il sistema d’ora in avanti penserà l’Invalsi; il ministro parla ovviamente di “autovalutazione” e mette in ombra la via prescelta, controllata invece da nuclei esterni incaricati di intervenire sui percorsi di miglioramento dell’apprendimento e, di fatto, sul funzionamento delle scuole.
In realtà, mentre l’esito delle elezioni politiche dimostra chiaramente che il Paese non si fida degli uomini chiamati a governarlo senza consultazioni elettorali e dei partiti che si sono assunti la grave responsabilità storica di appoggiarli, le scuole della repubblica sono ora obbligate a rispondere delle inevitabili conseguenze dell’incompetenza ministeriale e di politiche per la scuola che hanno dato il colpo di grazia al sistemo formativo. Da settembre personale amministrativo, docenti e dirigenti scolastici dovranno render conto a un’agenzia esterna che ha già fatto pessima prova e, non bastasse, a genitori trasformati in acquirenti del “prodotto scuola” immesso sul “mercato“. Ciò, a prescindere dal contesto in cui essi operano, dal peso insostenibile delle scelte politiche di chi ha governato e, per finire, dalle responsabilità non di rado decisive delle famiglie stesse nel fallimento scolastico degli alunni. Tra le più velenose “novità“, il decreto presenta, infatti, la “Rendicontazione sociale delle istituzioni scolastiche“, che ha un significato chiaro ed estremamente grave: diagnosi e terapia dell’agenzia esterna chiamata a valutare sono verità di fede scientificamente provate e non si discutono, sicché a cuor leggero il Ministero, giunto il momento delle iscrizioni, renderà pubblico il presunto valore delle Istituzioni scolastiche “prima e dopo la cura“, in modo che “la diffusione dei risultati raggiunti, attraverso indicatori e dati comparabili“, consenta alle famiglie di scegliere le scuole “migliori“.
Non è difficile capirlo: per la libertà d’insegnamento il colpo è mortale. In questo senso, lo scontro che si è aperto l’anno scorso tra docenti e autorità scolastiche negli Usa, che della valutazione “marca Profumo” sono la patria, è molto indicativo. La pietra dello scandalo, infatti, l’origine della protesta, è stata l’imposizione di test standardizzati che hanno determinato il proliferare di società pronte a far profitto valutando il “merito” a scapito del tempo dedicato alla formazione di coscienze critiche. Quando si è giunti a impegnare per le prove qualcosa come dieci giorni di un anno di scuola, i docenti hanno manifestato il sospetto fondato che una valutazione così concepita punti a cancellare la scuola vera, quella che anche negli Usa è l’unica, grande opportunità di riscatto sociale e di crescita civile. Di fronte a un sistema che produce profitti per le minoranze e nega diritti alla collettività, la protesta è montata e non si è mai veramente spenta. Le molte classi mandate allo sfascio, le pretese arbitrarie e gli incontrollabili abusi di meccanismi in grado di controllare e allo stesso tempo sfuggire ai controlli, hanno alimentato timori fondati di una crisi irreversibile del sistema formativo, All’ordine del giorno sono così rapidamente giunte le vicende sintomatiche di ottimi docenti licenziati in nome di un sospetto “svecchiamento“; docenti che, guarda caso, erano proprio quelli che godevano della maggior fiducia di genitori, studenti e collettività e avevano con ogni probabilità un solo demerito: pensavano e inducevano a pensare. Nella scorsa primavera, quando sono stati resi noti i risultati dei test e le scuole ritenute a “basso rendimento” – “scheletri” secondo i Soloni che popolano l’equivalente statunitense dell’Invalsi – hanno conseguito i punteggi più alti, un sondaggio ha rivelato che il 97 % dei genitori boccia la sedicente “modernizzazione” e i miracoli della decantata “oggettività anglosassone“, Una “oggettività” così cieca e sospetta, da fare della globalizzazione l’occasione per un furto di diritti che è ormai sotto gli occhi di tutti e trascina la formazione nell’occhio di un ciclone costruito ad arte per piegare la scuola pubblica agli oscuri disegni del capitalismo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 marzo 2013 e sul “Manifesto” il 13 marzo 2013 con titolo Un governo scaduto si accanisce sulla scuola.

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 C’è chi si interessa molto di memoria storica, benché talora sia proprio la memoria a fargli difetto. Il presidente dell’«Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia», appena pochi mesi fa aveva dichiarato di voler «dialogare pazientemente con tutti» e di non aver «paura di confrontarsi con nessuno», ma se l’è poi dimenticato e giorni fa, in una lettera diretta a Rai, Mediaset, Telecom e Sky, non ha esitato a scrivere: «il 10 febbraio verrà celebrato il ‘giorno del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata [...]. Si eviti di dar voce a coloro i quali, in qualsiasi modo, leniscono lo spirito commemorativo espresso dalla legge dello Stato, perché ciò equivarrebbe a porre sullo stesso piano offensivamente vittime e aguzzini di una tragedia storica». A dirla in maniera spiccia, la richiesta è a dir poco brutale: quando si tratta di Foibe, mettete a tacere storici e docenti che non la pensano come noi.
Sono in molti ormai a credere fermamente che la vicenda storica si riassuma in una sorta di Bibbia e che, di conseguenza, storici e docenti siano tenuti a raccontare una serie di verità di fede che poco hanno da spartire con la “lettura” e l’interpretazione di documenti che riguardano fatti. A dar retta a questa visione “teologica” della ricerca storiografica e soprattutto dell’insegnamento della storia, docenti e storici, nelle scuole e nelle università, sono tenuti a spiegare agli studenti che la lotta armata di un popolo contro una forza di occupazione è solo terrorismo, che Bruto e Cassio furono antesignani delle Brigate Rosse e che un moto di piazza ha una duplice lettura: è figlio benedetto dei ciclamini o ignobile teppismo sovversivo a seconda degli interessi che mette in discussione.
Spiacerà ai cultori della “scienza nuova” e ai politici che gli fanno da sponda coi loro fatidici giorni del ricordo e della memoria di Stato, ma in tema di “cuore conteso” sul confine occidentale tra l’Italia e i Balcani, un docente serio non giungerà alle foibe se non per inciso e inevitabilmente dovrà occuparsi prima della politica estera a sfondo nazionalista e razzista dell’Italia di quegli anni. Parlerà di snazionalizzazione e di repressione e ricorderà i patrioti slavi condannati a morte e uccisi in seguito alle sentenze del Tribunale Speciale fascista. Giunto al 6 aprile del 1941, il docente dovrà dire della Jugoslavia invasa da italiani e tedeschi senza dichiarazione di guerra e di Belgrado, “città aperta”, investita senza preavviso dai terribili bombardamenti aerei delle forze dell’Asse.
Scosso da brividi, l’insegnante accennerà alle lettere dei nostri soldati, puntualmente censurate, in cui si raccontava la «squallida miseria» dei popoli conquistati e citerà lo stupore dei militari più intelligenti: «pensavamo che fosse la guerra delle nazioni povere contro il popolo dei cinque pasti al giorno» al quale insegnare «a conoscere come vivere con un solo pasto». Da quelle lettere il docente ricaverà la tragedia di giovani indottrinati dalla propaganda di regime e mandati al macello; giovani che soffrono per il gelo e per i tanti commilitoni «rimasti congelati ai piedi e alle mani», ma sono pronti, per reazione, a punire un nemico aggredito e dato per spacciato, che invece resiste oltre ogni attesa in una guerra partigiana che sorprende, intimorisce e risveglia dentro naturalmente il germe del razzismo e dell’odio, sistematicamente inoculato dalle scuole e dalle caserme: «in questo paese sono peggio degli africani, la maggior parte sono comunisti, sembrano briganti». Paura e odio – spiegheranno gli insegnati – sentimenti che conducono fatalmente a un bivio disperato. Qualche militare, infatti, racconta imprese atroci, che l’assenza di senso morale rende accettabili e l’effetto della propaganda induce ad addebitare addirittura alla ferocia del nemico che non s’arrende: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari. Siamo costretti a prendere d’assalto le case [...] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c’era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata». Qualcuno c’è, però, che ricava dall’esperienza una nauseata presa di distanza. «Qualche volta ci capita leggere articoli. La santa fanteria, l’eroico fante italiano e tanti altri ancora che esaltano le nostre gesta. Ma rimangono solo teorie. Già si vede come saremo trattati…». E’ l’annuncio della Resistenza ma anche l’intuizione della bufera che si annuncia.
Piaccia o no, ricordare le foibe, tacendo questo contesto, non è mestiere di docenti. Il problema evidentemente è che, In questo contesto, quella delle foibe diventa inevitabilmente un’altra storia.

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Mentre il malessere e l’indignazione del mondo della scuola crescono di giorno in giorno da un capo all’altro del Paese, i docenti, che non sanno di spread, ma di scuola s’intendono, registrano i danni del terremoto e lanciano l’allarme: la cura da cavallo ammazzerà il paziente, occorre far presto, la scuola è stramazzata e c’è il rischio che da presunta malata diventi autentica carcassa e infine carogna. Come il proverbiale “asino in mezzi ai suoni“, Profumo, però, naviga a vista, si porta a traino Rossi Doria, Ugolini e il costoso baraccone ministeriale e prova a quadrare il cerchio con un patetico minuetto di dichiarazioni che dicono tutto e il contrario di tutto.
Sul Parlamento è inutile contare. Schiacciata tra il prepotere di un governo arrogante quanto inetto e il suicidio dei partiti, la Commissione Bilancio si muove con la tattica del “gattopardo”: tutto cambia, perché nulla cambi di ciò che s’è deciso fuori del Parlamento, in chissà quale barbara conventicola di banchieri e speculatori. E’ vero, il disegno di legge di stabilità giunto dal Consiglio dei Ministri il 16 ottobre è stato modificato a tambur battente già il 18 in base a indicazioni della V Commissione, che, però, probabilmente non l’ha nemmeno letto e si è limitata a eseguire gli ordini di Monti. In questa condizione di tragicomico stallo, i cambiamenti sono tutti di carattere puramente tecnico e lasciano immutato il disegno “politico” del governo, se di politica si può parlare di fronte a una massacro fatto a colpi di forbice e conti da ragioniere, che hanno un solo squalificante obiettivo: i famigerati “saldi”.
Si cambia, quindi, o per dir meglio si vende fumo e si dice ch’è un incendio, ma nessuno pensa di porre freno alla quotidiana rapina di risorse trasferite dalla scuola pubblica a quella privata o dilapidate per sostenere le nostre folli spese militari. Le “disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2013″ sono ora prive di alcuni insignificanti dettagli stralciati e non si conosce bene la sorte dei docenti dichiarati inidoneo – saranno anch’essi trattati da choosy, come comanda la dottrina dell’inglese Fornero? – e non si sa che fine faranno gli alunni disabili e i precari. Sullo sfondo, last but not least per rimanere all’altezza, stelle polari sulla rotta del disastro, a rappresentare la tracotanza d’un governo di non eletti, rimangono il ceffone mollato al contratto nazionale e lo sputo sul viso di professionisti esposti in piazza alla pubblica vergogna come mangiapane a tradimento.
La stampa, addomesticata, minimizza naturalmente, ma sabato 27, contro Monti e il governo delle banche, a Roma la gente scende in piazza. Tra esodati, disoccupati, cassintegrati, pensionati ridotti alla fame e giovani scippati del futuro, ci sarà senza dubbio gente di scuola. E mai protesta fu più sacrosanta.

Uscito su “Fuoriregistro” il 25 ottobre 2012

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E’ inutile tirare a campare e fingere di non capire. Ormai c’è davvero di che preoccuparsi. Ieri a Genova, pochi giorni dopo le violente cariche contro gli studenti e alla vigilia di una manifestazione nazionale della scuola, il ministro Profumo non ha esitato ad affermare che “il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota. In altri momenti bisogna dare più carote, ma mai troppe“.
Bisogna che il ministro l’abbia chiaro: non ci fa paura. Chi ogni giorno, per passione civile, prima ancora che per dovere professionale, nelle scuole e nelle università, forma coscienze critiche, non muterà rotta per approdare a rinnovate barbarie. Ci fa da bussola un imperativo etico e abbiamo una stella polare: denunciare con fermezza i rischi sempre più evidenti che corre la democrazia. Se è passato in fabbrica, con Marchionne, l’allenamento che ha in mente Profumo deve restare fuori dalle aule, rifiutato da docenti decisi a difendere le radici profonde della storia repubblicana e dei suoi autentici valori. Bisogna tornare all’antifascismo, alla grande lezione di Don Milani e trovare il “coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni“.
Fa male doverlo dire, ma è così: in un Paese in cui la Costituzione è ormai cartastraccia, il triviale mussolinismo di Profumo che resuscita il manganello non solo illumina di luce sinistra il crescente squadrismo delle forze dell’ordine, ma fa il paio con la “dottrina Monti” sul governo che educa un Parlamento disegnato sul modello dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Di fronte alla sfida di nuove tecnologie e ai rischi di un soffocamento del servizio pubblico, Arfé, acuto osservatore e inascoltata Cassandra, invano propose all’europarlamento un progetto di “spazio europeo” comune e di rimodulazione del sistema di informazione pubblico-privato. Non se ne fece nulla e sulle televisioni purtroppo non c’è più da contare. In quanto alla carta stampata, se dovesse chiudere il Manifesto – ma si sta coraggiosamente tentando di impedirlo – ci toccherà rimettere mano al ciclostile.
Attenti a non banalizzare. Il “bastone e la carota” di Profumo non sono lo scivolone d’un dilettante e bisogna riconoscerlo: guardarono lontano Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, padri dell’Unione Europea uccisa nella culla, quando individuarono nel grande capitale, “che ha uomini e quadri adusati al comando“, il vero nemico dell’Europa dei popoli. A leggerlo oggi, il monito appare non solo incredibilmente lucido, ma attuale e inquietante: “nel grave momento, essi scrissero, infatti, sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti“. Sono trascorsi molti decenni, è vero, ma hanno avuto ragione. L’antifascismo, che molto lottò per un’Europa libera, è ormai uno dei tanti clandestini nella memoria storica e nella realtà quotidiana dell’Italia europea voluta dai neoliberisti.
Sarò felice se i fatti si incaricheranno di smentirmi, ma non sarebbe saggio fingere d’ignorarlo: qui da noi, le gravi crisi del capitale finanziario sono diventate sempre e anzitutto crisi di una già storicamente fragile democrazia.
Prima passerà questa terribile notte della repubblica e meglio sarà.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 ottobre 2012 e sul sul “Manifesto” l’11 ottobre 2012 col titolo Non banalizzare il bastone e la carota di Profumo.

 

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I numeri anzitutto: 30.000 operatori fermi (stipendio medio 76mila dollari l’anno), 350-400 mila alunni senza docenti dall’asilo alla high school, 700 scuole chiuse, 114 a orario ridotto: niente scuola a Chicago per sette giorni. Insegnanti in sciopero generale.
Non ce l’hanno detto perché nelle colonie vige il coprifuoco, ma nell’eden della valutazione i docenti hanno bocciato il sindacato – la Chicago Teachers Union – e rifiutato accordi penosi che qui da noi diventano dono della provvidenza. Il bello è che nessuno s’è scandalizzato, neanche i genitori, per i quali lo sciopero è stato una mazzata. Il sogno americano produce incubi e fuori dalle scuole non c’è ragazzo che non rischi di trovarsi nei guai. Senza puntare l’indice, i genitori si sono organizzati e se non s’è trovato dove mandarli, se ne sono stati a casa con i figli.
Intendiamoci, non è stato un gioco e sul fuoco s’è soffiato: “i nostri ragazzi non meritano questo, il loro posto a Chicago è la scuola!“, ha frignato alla Cnn Rham Emanuel, sindaco ed ex capo staff alla Casa Bianca, ma nessuno gli ha dato retta e i giornali non hanno attizzato il qualunquismo. Quando la coscienza sussulta e la gente s’unisce, hai voglia di mentire: se la scuola pubblica ti stava a cuore, ci pensavi prima. Ma a chi interessa ormai la scuola pubblica? La risposta è facile: agli insegnanti bravi. E sono tanti ovunque. Certo, a stare alle leggi, i ribelli rischiavano grosso, ma le cose hanno un senso: coi sindacati scavalcati e la gente disperata, meglio badare a dove metti i piedi.

Per il New York Times, gli insegnanti non sono impazziti. Negli Usa, che da noi vanno per la maggiore, non è come raccontano i Soloni nostrani e la scuola è messa così male, che non è stato difficile raccogliere consensi attorno a una prolungata interruzione del servizio. E’ che ormai non c’è sicurezza del posto di lavoro, manca il personale di supporto alla didattica, i ragazzi in classe sono tanti che non ci stanno e i soliti discorsi sul “merito“, hanno consentito modalità di valutazione degli insegnanti che producono “malascuola“, licenziamenti e precariato. Per chi non l’avesse capito, “merito” e “modernizzazione” hanno partorito una valutazione dei docenti legata in maniera automatica ai risultati dei test standardizzati degli studenti e il tentativo di dare maggiore autorità ai presidi. I riformatori naturalmente giurano che è tutta scienza e non c’entrano nulla manager e banchieri che, dopo aver provocato il disastro con l’incapacità e la corruzione, hanno ottenuto tagli alla formazione e licenziamenti dei docenti per questioni di “merito“. Pare di sentire Profumo i suoi più o meno “alti esperti.”
I docenti – ecco il punto – contestano la valutazione del “merito” perché, dicono, la “riforma totale” della scuola è nata per far fronte a un debito pubblico che qualcuno dovrà pur pagare e il sospetto è fondato: pagherà la povera gente. Non a caso Chicago, che è il terzo polo più grande del sistema formativo a livello nazionale, diventa un laboratorio.

Lo sciopero, a sentire il sindacato, s’è chiuso con “an honest compromise“, un onesto compresso con alcune concessioni sulla valutazione degli insegnanti e sulle condizioni di sicurezza del lavoro, che dovranno superare il vaglio degli scritti. Non è detto che sia finita, però. La pietra dello scandalo è l’imposizione dei test standardizzati che durano sempre di più – dopo i due giorni aggiunti l’anno scorso, ora ne son venuti fuori altri otto – con i docenti che protestano per il tempo sottratto alla formazione di coscienze critiche e sospettano che si stia cancellando la scuola vera, unica, eccezionale opportunità di crescita civile e riscatto sociale, mentre aumentano le società create apposta per far soldi a palate valutando il “merito“.
Di fronte a un sistema che nega i diritti di tutti e produce profitti per pochi, gli studenti e molti genitori si sono uniti ai docenti in lotta per il lavoro, il rispetto e la dignità. Ci sono timori fondati di una Caporetto del sistema formativo, di classi mandate allo sfascio e abusi di un meccanismo che controlla ma non è controllato. Non a caso, da un po’ ottimi docenti sono licenziati in nome di un delirante “giovanilismo“.

Come spesso accade, però, nella lotta emergono verità che da noi la stampa, quasi tutta schierata col governo, si guarda bene dal riferire. In un sondaggio, il 97 % dei genitori ha bocciato la “modernizzazione” e in quanto ai miracoli della decantata “oggettività anglosassone“, in primavera, quando sono venuti fuori i punteggi dei test, le scuole stimate a “basso rendimento” – “scheletri” le definivano tracotanti i gemelli statunitensi dell’Invalsi e dell’Anvur – hanno ottenuto i migliori punteggi e dalla Waterloo dell’alta qualità s’è salvata solo la scuola gestita da amici del sindaco “innovatore“. Nell’eden della valutazione la scuola pubblica licenzia i docenti che godono della maggior fiducia dei genitori, degli studenti e della collettività, perché hanno il grave demerito di pensare e di far pensare.
I nostri americanologi l’hanno fatta sparire in un cono d’ombra, ma esiste un’America in cui i “miracoli” della valutazione sono giunti prima che qui arrivasse il disastro Profumo, un’America in cui i docenti si sono levati in armi per chiedere rispetto ed è necessario che qualcuno la racconti, che qualcuno ci dica come e perché la globalizzazione s’è trasformata in un furto di diritti e la formazione è nell’occhio del ciclone.
Mentono i ministri, quando dicono che il problema è economico e si cerca il merito: il merito non c’entra. Qui si vuol prendere a schiaffi una categoria che, se lavora con dignità, produce dissenso. Si mortificano i docenti, gli si toglie il rispetto, perché una classe docente rispettata ha un costo smisurato per un sistema che vuol produrre servi. E’ per questo che si impongono test standardizzati, perché ignorano pensiero critico e creatività e colpiscono i buoni insegnanti, quelli che agevolano la crescita culturale e sociale di uno studente.

Se a Chicago la lotta degli insegnanti trova consensi, qui da noi, purtroppo paura indifferenza e quieto vivere rendono muto e complice un Paese che già una volta ha visto morire la democrazia. In questo clima, con ferocia squadrista, il governo strappa a forza dalle disastrate biblioteche scolastiche i docenti addetti a mansioni diverse dall’insegnamento per ragioni di salute, bandisce concorsi a danno di chi concorsi ne ha già vinti per scatenare guerre tra poveri, moltiplica gli alunni nelle aule per abbassare gli organici, creare docenti soprannumerari e mandarli sulle cattedre di chi va in pensione, senza badare a lauree e abilitazioni. E’ in atto un imbarbarimento. Se sei laureato in italiano, si dice, qualcosa di latino la saprai e se gli studi umanistici bastano quasi per tutto – dalla geografia alla filosofia – una laurea in materie scientifiche copre ciò che ancora c’è da sapere.
S’è scatenata una furia che sembra pazzia e viene in mente Macbeth: “qualcosa di sinistro sta per accadere“.
Accade nel silenzio, come sempre quando una tragedia si compie.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 settembre 2012

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Non sa bene di che parli – non è colpa sua e con un po’ d’impegno qualcosa imparerà – tuttavia ne parla. Si limita alle formule della propaganda, ma parla e ogni volta fai fatica a capirlo. L’ultima esternazione la riferisce l’Adnkronos e lascia di stucco: non ci sono soldi per dotare le scuole italiane delle necessarie tecnologie, ha scoperto il neoministro rettore, poi, sibillino ha subito chiosato: ”questo non accade solo in Italia“. “Occorrerà chiederle a Sarkozy e alla Merkell, come fa la Grecia“? si son chiesti interdetti i giornalisti, mentre prendevano appunti, pensando alle difficoltà del momento e ai rapporti tesi tra i Paesi europei, ma Profumo non ha consentito riflessioni approfondite e ha continuato deciso, come impone il pugno di ferro nel guanto di velluto o, se preferite, lo stile di questa compagnia di guitti che c’è chi si ostina a chiamare governo. Prima o poi occorrerà ringraziare Berlusconi, Bersani e Casini che fanno il gioco delle tre carte: ieri facevano a gara per distinguersi tra loro in centro, sinistra e destra, oggi cantano a coro le lodi e i peccati “veniali” di un aborto politico che si chiama “salva Italia” e massacra gli italiani. Quelli, s’intende, che da sempre lavorano e pagano. Agli altri garantisce un salvacondotto che grida vendetta: evasori, guerrafondai, speculatori, mercanti d’armi, nullafacenti e mariuoli noti e ignoti, che hanno fatto la storia del debito nel nostro sventurato Paese, sono tutti al sicuro.
Partito a ruota libera, Profumo, ha voluto aggiungere la sua seconda strabiliante scoperta: a scuola “ci sono però ancora sacche di inefficienza da rivedere“. A scuola, naturalmente, perché il mondo da cui proviene – l’accademia – è un modello d’efficienza, efficiente è la classe politica nella quale s’è andato a rifugiare ed efficientissimo il governo di cui fa parte. Un governo che, dopo aver confermato gli ineccepibili tagli di Gelmini e Tremonti, spara a raffica innovative imposte indirette.
Sempre più tecnico e scientifico, ma sempre più fatalmente politico, Profumo ha esposto ieri la sua idea di uscita dalla crisi. Voi pensate che la via maestra per recuperare fondi da utilizzare per il miglioramento tecnologico di quel moribondo che si chiama scuola siano gli investimenti sottratti all’aeronautica militare, pronta a sperperare trenta miliardi in cacciabombardieri per far guerre ripudiate dalla Costituzione? Se lo pesante, sbagliate. Per aiutare la scuola italiana, ha sostenuto serafico il ministro, occorre “reingegnerizzare le risorse per evitare le inefficienze”. Che dice, che vuol dire? E’ presto detto: Occorre “valorizzare i docenti” e per farlo, si sa, bisogna valutarli. Profumo non sa non sa che Gelmini ne ha fatto un cavallo di battaglia e si lancia nell’apologia della sua nuovissima politica: la “valutazione, centrale in ogni processo di cambiamento, non deve essere vista come un atto sanzionatorio nei confronti dei docenti, ma in funzione di un miglioramento della qualità della scuola, tramite prove strutturate e standardizzate, che consentano confronti tra i risultati”.
Forte di questa batteria di luminose amenità, l’uomo di Monti, ha tirato fuori l’inglese. Quando può, lo fa con piacere. Gli studi glielo consentono, king George glielo consiglia e Monti, si sa, pretende il massimo di internazionalismo: quello borghese. Sia stile o sia ceto, la classe è classe e può colpire profondamente la sprovveduta fantasia dei docenti, depressa dal provincialismo della Gelmini. La ricetta anglosassone, insomma, non poteva mancare e il ministro non ha perso tempo: “attraverso la valutazione” ha sostenuto infatti solennemente “le scuole potranno esprimere pienamente la propria autonomia responsabile tramite la trasparenza del proprio operato, in linea con le migliori esperienze internazionali. Questo processo va inserito in un contesto più ampio, che contempli l’intero orizzonte della ‘smart city’, cioè di una città in cui i servizi ai cittadini siano accessibili, trasparenti, condivisi“. Sarà che non tutti sono all’altezza dell’inglese di Profumo, sarà che stiamo andando alla malora, a qualcuno è sembrato di cogliere nelle parole del ministro un novità davvero decisiva. Il caso Magri ha fatto scuola e il Paese si modernizza. Tra i servizi accessibili e condivisi, ai numerosissimi docenti ormai disperati sarà garantito quello “fine vita“. Così hanno letto, alcuni, le promesse del ministro: gli insegnanti si potranno suicidare tranquillamente. Il Miur darà gli indirizzi necessari e avranno persino facoltà di scelta. Il viaggio all’estero, però, sarà a carico degli aspiranti suicidi. Il governo Monti, si sa, assicura tutti i diritti. Il fatto è che, come le risorse, anche i diritti sono tutti all’estero. E’ consentito accedervi, certo, siamo in democrazia, ma occorrerà pagarsi il viaggio. Anche per il suicidio, sarà lotta di classe.

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Immagino che la sera spegnerebbe il televisore con un moto di ripulsa sconfortata, subito dopo i titoli del Tg3, nella penombra del suo studio che non ho più rivisto. La sera ci sorprendeva inattesa, come accade di questi tempi, quando il sole d’un tratto si inclina veloce all’orizzonte, per sparire in un preludio di autunno che il caldo micidiale non potrà fermare. Non so che direbbe e, per quanto profonda, non c’è amicizia che consenta di dare la parola a chi non c’è più. Di “libera stampa“, Arfè s’intendeva come pochi e di cialtroni che vendono fumo la sera tra pubblico e privato non si stupiva più. E’ singolare, diceva, l’ambigua passione per i dettagli e il disinteresse voluto per i problemi concreti. E come dargli torto, se in questo disastrato settembre di borse crollate e di vite tagliate, la prima pagina, parlando di scuola, è toccata all’abbraccio tra Lupi e Gelmini? Vera o presunta, la “storica pace”, dopo gli scontri estivi, ha tenuto il campo e “fatto ombra” all’agonia reale della scuola. Il problema di chi ci governa non è, come sarebbe lecito aspettarsi, il crollo verticale degli investimenti che si somma al taglio indiscriminato di risorse per l’ordinario e ai milioni di euro dirottati dal pubblico al privato. Lupi, portavoce degli interessi oscuri di Comunione e Liberazione ce l’ha con Gelmini non perché ha falcidiato gli organici e licenziato persino banchi, lavagne e cattedre. Ce l’ha, perché assume 66 mila precari. La smorfia disgustata di Arfè la conosco così bene, che mi pare di vederla e mi torna in mente chiaro il suo richiamo alla Costituzione. Il dio dei socialisti onesti l’ha risparmiato, chiamandolo a far compagnia al suo Turati, mentre il diritto al lavoro, garantito dalla Costituzione, tocca nervi scoperti dei ciellini e, a dar retta a Lupi e compagni, in futuro sarà difficile diventare docente per chi oggi comincia l’ università. Chi abbia torto o ragione tra i due ras lombardi, per la povera gente, non conta un bel nulla. Tutto quello che c’è dietro gli attacchi violenti, le liti, gli abbracci e i patti di pacificazione è che ormai si governa così, tra guerre per bande che mettono diritto contro diritto, generazione contro generazione, bianco contro nero, lavoratore contro disoccupato. Il Paese si sfascia, la casa crolla e la Costituzione è cartastraccia, con buona pace di Napolitano che si occupa di guerre e manovre finanziarie, qui ammonendo, là invadendo il campo, sempre, ovunque e comunque, ignorando il Parlamento e la sofferenza della povera gente.
Non ho dubbi. Uno storico del valore di Arfè lo vedrebbe lucidamente: sono vere tutt’e due le cose. E’ vero che i precari hanno diritto al lavoro, non meno vero è che ai giovani spetta un futuro. E’ vero e nessuno dovrebbe poter scegliere tra diritti contrapposti. I diritti sono vita per le democrazie. Negarne uno, in nome di un altro, significa ferire a morte la civile convivenza e la giustizia sociale. Nessuno potrebbe, ma lo fanno e non si trova una via per poterli fermare. Tutto questo accade perché dopo la bancarotta del socialismo, il delirio neoliberista che ha causato il disastro, fa la diagnosi e suggerisce le cure velenose che intossicano sempre più un Paese sofferente e sconcertato. La scuola, quella vera e concreta, quella che Arfè amava e ch’era stata la vita di suo padre, la scuola fatta di ragazzi, famiglie, personale docente e non docente, già prima di Gelmini e Tremonti, con Berlinguer, Moratti e Fioroni, ha vissuto di stenti. Quando è arrivata Gelmini a fare da curatore fallimentare, una scuola su due risultava costruita in zone a rischio sismico e fuori norma, un numero impressionante di edifici scolastici era privo di agibilità statica e spesso anche di documentazione igienico-sanitaria; introvabili risultavano gli attestati di prevenzione incendi. Sono poi venuti a mancare gesso per lavagne, sapone nei bagni, asciugamani usa e getta e carta igienica, difficile s’è fatto l’accesso alle cassette per il pronto soccorso e non serve proseguire. Ce n’era quanto bastava per temere il collasso che i dati Inail sugli incidenti del 2008 mostravano incombente: 92.060 infortuni occorsi ai ragazzi (+1,6% rispetto al 2007) e 13.879 ai docenti (+1,8 per cento).
Qui più o meno si fermava la conoscenza diretta del problema quando Arfè se n’è andato. Su questo mare di guai, cancellato ogni principio didattico per far spazio ai conti della spesa, si inseriscono le classi pollaio, in spregio di ogni legale rapporto tra aule e alunni e il sacrificio degli insegnanti precari grida invano vendetta. Mentre i ragazzi iniziano tra le proteste, Lupi e Gelmini non trovano di meglio che puntare all’ennesima guerra tra poveri, per vincere scontri di potere che con la scuola non c’entrano nulla. La Costituzione, diceva Arfè, sarebbe un baluardo, ma più il tempo passa, più si indebolisce. Di mio, ci aggiungo solo che forse basterebbe organizzarsi dal basso e cominciare a dire dei no. No, noi questo non lo faremo. Ripugna alla coscienza e non è legale. Quante volte, a lezione da grandi storici, ho ascoltata l’amara considerazione: questo è un Paese in cui, durante il fascismo, dell’intero corpo docente, all’università, solo in dodici rifiutarono di giurare per Mussolini. “Fortunato quel paese che non ha bisogno di eroi, ha scritto Brecht. Gaetano Arfè, maestro d’altri tempi che se n’è andato il 13 settembre di quattro anni fa, intuendo dove andavamo a parare e guardandomi con disperata compassione, lucidamente corresse: “Io direi: fortunato quel paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, sventurato il paese che non sappia mantenersene degno“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 settembre 2011

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Che il potere tema la conoscenza narrano, impareggiabili, i Greci antichi nel mito di Pallade Atena, vergine dea della sapienza, nata contro il volere di Zeus, padrone dei cieli, dei numi e del mondo.
Spodestato il padre Cronos e incantato da Metis, titana della conoscenza, Zeus volle farla sua. E’ andata sempre così: il potere desidera possedere la conoscenza. Messa incinta Metis, però, Zeus sentì nascergli dentro la paura; se dall’ammaliante titana fosse venuto al mondo il frutto d’un connubio col potere, quel figlio l’avrebbe di certo spodestato. Lo spettro del timore trovò conforto nella superstizione, che anche sull’Olimpo fu puntello al dominio, e un oracolo confermò: “il figlio che avrai da Metis sarà la fine del tuo regno…
Come animale ferito, disposto a tutto per salvare se stesso, Zeus divorò la titana e si sentì al sicuro dal rischio.
Nata dalla testa di Zeus, folle per il dolore prodotto dalla pressione devastante d’un pensiero che gli cresceva dentro con elmo e lancia, l’invincibile Atena sconfisse il potere e, benché poi tentasse di piegarla alla sua volontà, Zeus dovette subirla e Atena non fu mai serva.

Nessuno difenderà la scuola così com’è ridotta, ma occorre dirlo: l’insegnamento è una scienza e, in quanto tale, non è semplice erudizione e non racconta gli eventi accaduti senza alcuna conoscenza del passato e senza una visione dell’avvenire. Questo invocare Monti, “il traduttor de’ traduttor d’Omero“, questo attaccare ossessivo e decontestualizzato il Sessantotto, Don Milani e Gianni Rodari, non è un delirio da Don Chisciotte che parte lancia in resta contro un nemico che non c’è più. No. C’è di più e di peggio. C’è un obiettivo politico antico, com’è antica la storia della scuola: l’insegnamento come strumento di democrazia reale e di crescita di intelligenze critiche. E’ Zeus che torna a mangiare Metis, per assorbire la conoscenza e farla serva. E’ il potere, che mette in tasca al maestro i contenuti della sua “verità” per cancellare Socrate, che Atene non a caso mise a morte per il suo rivoluzionario insegnamento: “un maestro insegna a diffidare delle certezze. E’ l’eredità che la Grecia consegna all’uomo, dopo averlo ammonito per bocca di Chirone: “conosci te stesso“.

Quando giunge a scuola, un bambino ha assorbito in famiglia e ha respirato nell’ambiente in cui è vissuto modelli sociali e vincoli di lealtà. Sembra libertà, ma può esser galera. La famiglia fascista insegnava ai suoi figli la dottrina della rivoluzione squadrista. Scuola e docente dovevano rafforzare in lui la fede nel duce e la cultura di ceti dominanti. Cultura del potere, con Zeus che divorava Metis per impedire la nascita di Atena. La repubblica antifascista si è data per scuola un laboratorio libero che non trasmette una “cultura ufficiale“. Come sempre, un ragazzo vi porta le sue esperienze umane. Il maestro l’accoglie, lo aiuta a semplificarle in fattori, a scomporle e ricomporle mille volte, fuori dal mondo in cui sono nate, affrancate da ipoteche di “lealtà” di clan, a riviverle razionalmente e criticamente. Nasce così il rifiuto o l’adesione: dal libero confronto, da una valutazione autonoma rispetto ai principi fondanti fissati dalla Carta costituzionale. In rapporto a questa scala di valori, un docente governa il laboratorio e di questa attività deve dar conto, perché la “misura” è decisiva e l’alunno va difeso dallo strapotere dell’attività della struttura cognitiva adulta. Di questo dà conto. Ogni altra valutazione è politica e tende ad annichilire Socrate. E’ qui lo scontro. Si vuole una scuola che non si opponga all’insostenibile “pressione di conformità” prodotta da famiglia, amici, strada e mercato. Una scuola che assuma un modello. Quello “normale”. O l’alunno e il docente, “normalizzati“, lo accettano o per l’uno c’è emarginazione, per l’altro cicuta.

La polemica contro la scuola statale e lo “Stato gestore” non ha nel mirino il ’68, Don Milani o Gianni Rodari. No. Si mira a colpire chi sostiene che la formazione del cittadino sia dovere della collettività, cioè dello Stato, che ha il compito di “realizzare il bene comune, far [...] rispettare i diritti inviolabili della persona, assicurare che la famiglia e i corpi intermedi compiano i loro doveri e formare i ragazzi al rispetto della legge costituzionalmente costituita“. Non è stato il bolscevico Zinoviev che ha affermato questo principio nell’intento di “scristianizzare” il mondo. Lo decise solennemente il cattolico ufficio internazionale dell’infanzia per combattere la ricorrente patologia del potere e i piccoli e ciechi tiranni. Quelli che, come Zeus, divorano Metis, sperando d’incatenare Pallade Atena.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2011 e sul “Manifesto” il 5 ottobre 2011

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Il prossimo anno scolastico in Molise mancheranno all’appello 600 studenti. Lo riconosce con disinteressato distacco Miur e lo conferma la Cgil, che rincara la dose: il calo è ben più grave, più di 2000 sono gli alunni “persi” negli ultimi anni. La faccenda non interessa nessuno: Viale Trastevere dorme, Gelmini, presa dalla crociata per la “terra santa”, s’è messa in adorazione del signore e il celebre giravite di Fioroni lavora per smontare il partito di Bersani, che attraversa come può lo scandalo delle primarie.
Il centro della vita politica ormai non è il Parlamento. Si vive di telefonate. Masi a Santoro per mettere in mora la libertà d’informazione, dio padre onnipotente a Gad Lerner per censurare i “postriboli” televisivi – da quale pulpito viene la predica! -, Emilio Fede per far la cresta sulla spesa e procurare prestiti d’onore a Lele Mora, la falsa nipote del dittatore Mubarak per gli inviti a cena a Villa Certosa, il Presidente del Consiglio alla Questura di Milano per risolvere il caso d’una sua amica minorenne accusata di furto e un eletto stuolo di fanciulle per il rituale passaggio dai riti di Dioniso all’impegno politico. Quanta parte del nostro ceto politico abbia imparato il mestiere negli ozi pompeiani della Villa dei Misteri, nelle periferie dei viados e nelle accoglienti camere da letto d’un apprendista tiranno, non è facile dire, ma non ci sono dubbi: i titoli per le “quote rosa” d’una battaglia tardo femminista li assicurano ormai gli audaci calendari delle modelle procaci, i casting di sculettanti ballerine di fila, le fotocamere di noti paparazzi e le ambite comparsate nel degrado televisivo. Dai banchi del governo, ai consigli regionali, il campionario dei “prodotti pregiati” è sotto gli occhi di tutti, ma lo scandalo che prende a schiaffi la nostra dignità non è fatto solo di alcove e festini. Scandalizza la miseria culturale e morale che esprime fatalmente il “Circo Barnum”, di travestiti della politica.
Il ministro Frattini, noto esportatore di democrazia all’italiana, s’è schierato col macellaio Mubarak contro un popolo in lotta per la libertà e il Parlamento non s’è levato in armi. Confortato dal successo dell’indecorosa sortita, l’imbarazzante ministro ha superato se stesso, portando al Senato i panni sporchi della sua famiglia. Meglio ha saputo fare, però, il degno compare Sacconi, arruolato da Marchionne nella lotta ai diritti e per un nuovo welfare, fondato sullo schiavismo auspicato dai padroni del vapore.
In questo clima, la repubblica delle escort va celebrando i funerali del sistema formativo. La riforma universitaria è appena entrata in vigore e già, coperta da scandali d’ogni genere, la polemica monta di nuovo. Gli studenti delle lauree triennali sono stati, infatti, esclusi dalle tesi di laurea sperimentali e dalla partecipazione ai progetti di ricerca. Non bastasse, gli scatti d’anzianità per i docenti sono stati bloccati e gli ultimi tre anni di servizio cancellati: c’è un “buco” di tre anni che forse non sarà possibile colmare. La pietra tombale la poggia sul feretro il rapporto del Comitato Nazionale per la valutazione del sistema universitario, che ci colloca tra gli ultimi Paese al mondo per investimenti pubblici nell’istruzione universitaria. A dar retta agli “esperti” del nostro evanescente Parlamento, la scuola è un’azienda decotta, coi conti in rosso. Una zavorra di cui liberarsi.
I toni sprezzanti, tipici dei regimi autoritari, rimandano direttamente alle sponde del Mediterraneo in fiamme, al Nordafrica e ai Balcani dove, studenti e professori in testa, le popolazioni, stanche di subire, si sono ribellate. La “legalità” non è sinonimo di giustizia e spesso è vero il contrario. Il 14 dicembre, a Roma, la frattura tra legalità e giustizia è apparsa così intollerabile che i giovani hanno assalito i palazzi del potere. I moralisti a pagamento hanno subito puntato il dito su “terroristi” e “cattivi maestri”, sicuri che chiacchiere di pennivendoli, specialisti della disinformazione e forze antisommossa bastino a imporre l’ingiustizia. Tunisi e il Cairo, però, stanno lì a dimostrare che non è vero. A lungo andare, la globalizzazione dello sfruttamento suscita sdegno, unisce le piazze e chiama alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregitro” il 31 gennaio 2011. L’immagine è di Daniela Romano

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Ciao a Tutte/tutti
mi scuso per il ritardo ma ci sono millanta cose da seguire. Come contributo alla discussione incollo sotto il punto 5 del programma della mia lista al CdL, esso è tratto pari pari nella parte iniziale dalla relazione e nella seconda parte dall’articolato della LIP […]
Così, con grande flemma, con quel tanto di prosopopea che ti dice “guarda come si fa”, un gruppo d’insegnanti discute scambiandosi mail e pensa: sto difendendo la scuola pubblica. Tu non ce la fai più e glielo dici educatamente: d’accordo su tutto. Un solo dubbio. Il solito e, temo, in disperante solitudine: la scuola da sola non ce la fa. O cerca alleanze e costruisce percorsi con tutte le realtà in lotta – prima tra tutte studenti e ricercatori – o non passa. Se ci avessimo creduto di più, quando la protesta studentesca è montata, due anni fa, avremmo lottato con gli studenti e sarebbe stata un’altra musica. E invece nulla. Ma questo è passato. Il problema è oggi: se ci credessimo di più. saremmo con gli studenti e con l’università. Prima i ricercatori hanno lasciato soli noi, oggi noi lasciamo soli loro. Ci hanno chiesto in tutti i modi di schierarci. E noi? Noi discutiamo del CdL e della LIP. Eppure c’è chi lotta. Questo accade oggi nel Paese. Oggi. Noi dove siamo? Io spero di sbagliare, ma domani sarà tardi:

Blitz di studenti a Senato, lancio uova e fumogeni

ROMA – Un gruppo di studenti e’ entrato dentro il portone di Palazzo Madama e lanciano uova contro le vetrate del secondo ingresso della sede del Senato. Le forze dell’ordine stanno cercando di contenere gli studenti. Molti stanno sbattendo i pugni contro la vetrata del secondo ingresso trattenuti dalle forze dell’ordine.

Gli studenti che hanno fatto irruzione nell’ingresso di palazzo Madama sono stati allontanati dalle forze dell’ordine, che hanno chiuso il portone del Senato. Durante l’invasione dell’atrio da parte degli studenti una persona ha accusato un malore e poi i ragazzi sono stati trascinati e respinti all’esterno. Fuori da Palazzo Madama lancio di fumogeni e uova contro il portone. Le forze dell’ordine sono schierate davanti all’ingresso del Senato in tenuta antisommossa. Gli studenti urlano ”dimissioni, dimissioni”.

SCONTRI STUDENTI FORZE ORDINE IN CENTRO ROMA – Scontri tra studenti e forze dell’ordine nel centro di Roma. Gli studenti si erano mossi verso Montecitorio tentando di forzare un cordone delle forze dell’ordine e sono stati respinti con i manganelli. I manifestanti hanno lanciato anche un petardo. Gli scontri sono avvenuti in piazza dell’Oratorio tra via del Corso e Montecitorio. Secondo le prime informazioni, un funzionario delle forze dell’ordine sarebbe rimasto colpito da un oggetto. Negli scontri gli studenti hanno lanciato anche pietre. Il corteo e’ stato bloccato da un fitto cordone delle forze dell’ordine e da un blindato dei carabinieri che sbarra via di San Marcello. Secondo quanto si e’ appreso, uno studente che ha partecipato al corteo a Roma contro i tagli all’istruzione, e’ stato fermato dalle forze dell’ordine a seguito dei disordini. Anche per questo motivo, gli studenti hanno deciso di muoversi compatti senza sciogliere ancora il corteo, per evitare, dicono, il rischio che qualche altro manifestante possa essere fermato.
 
UNIVERSITA’: 2000 STUDENTI IN CORTEO BLOCCANO CENTRO DI ROMA- Al grido di ”Bloccheremo questa riforma” studenti medi e universitari hanno paralizzato le strade del centro di Roma manifestando in corteo contro i tagli all’istruzione. Al corteo, di oltre 2.000 persone, erano confluiti diversi studenti che hanno sfilato questa mattina in alcune zone del centro, tra cui Piazza Montecitorio. Al momento il corteo e’ fermo a Piazza Venezia. Gli studenti stanno ancora decidendo dove dirigersi.

FLASH MOB STAMANI IN STILE SAVIANO – Questa mattina gruppi di studenti recintati da una corda, con le mani legate o con il cappio al collo, ma anche ragazzi che improvvisano elenchi-monologo nello stile della trasmissione ‘Vieni via con me’. E’ il flash mob improvvisato dagli studenti medi di Roma in piazza Montecitorio contro i tagli del governo all’istruzione e per chiederne le dimissioni. ”Il governo ci sta stringendo con una corda, ma noi ci libereremo”, hanno spiegato i manifestanti. Gli studenti del liceo classico Montale elencano i motivi per cui sono fieri di essere italiani e i motivi per cui non lo sono. Letti anche ”i punti critici del ddl Gelmini” e ”la scuola che vorremmo”. In piazza sono arrivati anche gli studenti universitari della Sapienza, mentre un corteo di studenti medi si e’ diretto al ministero dell’Istruzione.

FINI, CONTRO SENATO INACCETTABILE VIOLENZA – Un ”inaccettabile episodio di violenza e di intolleranza”: cosi’ Gianfranco Fini in un messaggio di solidarieta’ al presidente del Senato, Renato Schifani, stigmatizza quanto avvenuto oggi a Palazzo Madama ad opera di un gruppo di studenti che protestavano contro il ddl Gelmini sull’Universita’. ”Signor Presidente – scrive Fini – ho appreso con preoccupazione le notizie sui tumulti e gli incidenti avvenuti nel corso di una manifestazione di studenti svoltasi oggi davanti al Senato della Repubblica e che ha anche comportato il ferimento del Dottor Francesco Capelli, addetto alla Sicurezza del Palazzo”. ”Nel condannare con fermezza questo inaccettabile episodio di violenza e di intolleranza, che ha avuto come obiettivo una sede parlamentare, cuore della vita democratica del Paese, e gli uomini che in essa operano, desidero esprimere – conclude il presidente della Camera – la intensa solidarieta’ mia personale e della Camera dei deputati, unitamente agli auguri di pronta guarigione al funzionario coinvolto negli scontri’.

A SIENA STUDENTI UNIVERSITARI OCCUPANO BINARI STAZIONE – Un centinaio di studenti dell’Ateneo e dell’Università per stranieri di Siena ha occupato per circa tre quarti d’ora due binari della stazione senese. Esposto uno striscione con scritto, in italiano e altre sette lingue, ‘No ai tagli all’università”. La protesta è iniziata intorno alle 14.40 e si è conclusa verso le 15.15, dopo l’invito delle forze dell’ordine a lasciare liberi i binari: sul posto sono intervenuti polfer, digos, una volante e carabinieri. Durante l’occupazione il traffico ferroviario è rimasto bloccato su tutti i binari della stazione. Due i treni regionali, della linea Empoli-Siena, cancellati, secondo quanto spiegato dalle Fs.

Alla protesta alla stazione, è poi emerso, hanno preso parte studenti dell’Università per stranieri di Siena. Una trentina di studenti dell’Università di Siena, appartenenti al gruppo Link, avevano invece protestato stamani incatenandosi e interrompendo la riunione tra il corpo accademico e il rettore Angelo Riccaboni per chiedere a quest’ultimo di dimettersi dalla Crui, accusata di non aver fatto niente per impedire l’approvazione del ddl Gelmini. “Uscirne? Non sta a me prendere questa decisione né quella di bloccare la didattica – è stata la risposta di Riccaboni agli studenti -. Possiamo però prevedere domani delle assemblee all’interno delle facoltà e per lunedì mattina un Senato accademico straordinario sulle implicazioni del ddl”. Riccaboni, durante il suo discorso al corpo accademico, aveva detto: “La posizione della Crui sull’argomento è stata sempre piuttosto debole. Domattina ci troveremo con i rettori delle Università di Firenze e di Pisa per definire una linea comune, secondo la mia idea allineata a quella degli Atenei sardi, da portare alla riunione della Crui”. Come forma di protesta nei confronti del ddl Gelmini da ieri a Siena gli studenti hanno occupato il Palazzo San Galgano, sede della facoltà di lettere.

STUDENTI E RICERCATORI SUL TETTO A TRIESTE – Alcuni studenti, ricercatori e professori associati sono saliti oggi sul tetto del Dipartimento di Fisica dell’Università di Trieste, protestando contro la riforma del Governo. I manifestanti – circa una cinquantina, secondo quanto riferito da uno dei ricercatori in protesta – hanno issato alcuni striscioni e intendono seguire direttamente dal tetto del Dipartimento, che fa parte del campus centrale dell’ateneo giuliano, i lavori della Camera. Il rettore dell’Università Francesco Peroni, a Roma per impegni istituzionali, ha contattato i manifestanti e ha espresso loro la propria vicinanza.

Libero.it

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