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Roma – Corrispondenza di guerra.

Mentre le forze armate dell’Africa risalgono la penisola italiana, e presto si congiungeranno alle vittoriose armate liberatrici dell’America Latina che sono ormai in Germania, nel cuore dell’Unione Europea ormai sconfitta, la realtà dello sterminio si fa più agghiacciante e si fa fatica a capire come si possa essere giunti a tanto senza che nessuno abbia mosso un dito. Qualcosa, certo, si sapeva. Da decenni ormai gli Stati membri dell’Unione avevano creato campi di concentramento per arginare quella che definivano “immigrazione illegale”. I primi campi erano sorti nel 1990; si chiamavono Centri di Identificazione ed Espulsione ed erano disseminati in tutti i Paese dell’Unione e ben presto si riempirono di sventurati. Poco più di vent’anni dopo, nel 2002, ce n’erano già 420. Era noto che si trattava di luoghi di detenzione in cui le forze dell’ordine avevano un così forte potere discrezionale, che in Italia spesso l’ingresso fu vietato persino a giornalisti e parlamentari. Si sapeva pure che inizialmente gli immigrati erano consegnati ai dittatori del nord Africa, tenuti in piedi dalle democrazie autoritarie dell’Occidente, e da questi sterminati nel deserto o lasciati a marcire in galera. Quando l’Africa cominciò a marciare verso la democrazia, l’Europa, in cui giungevano ancora a ondate gli immigrati dell’Est, si organizzò diversamente. Nel silenzio complice di una popolazione inebetita dalla propaganda di regime, la durata massima del fermo dei migranti crebbe di anno in anno, Nel 2012 in Italia e Grecia si era giunti già a 18 mesi, tant’è che, in un soprassalto di dignità, l’Italia era stata condannata per le politiche sull’immigrazione, ma non era servito a nulla. Nel Paese guida di una tragedia che ora assume i connotati del genocidio, non si riuscì mai a far approvare una legge sulla tortura e inutilmente, prima di essere messa a tacere per sempre, la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo condannò all’unanimità il Paese mediterraneo per una politica di respingimenti che si fondava su trattamenti degradanti e sulla tortura. In quegli anni, però, la democrazia agonizzava e uno dei tecnici chiamati a governare senza che il Paese andasse alle urne – un tale Riccardi – dichiarò che occorreva “ripensare la politica sull’immigrazione“. Ci ripensò così a lungo che, quando il governo cadde in un oscuro scontro per il potere, non era cambiato nulla. Respingimenti, internamento in campi di concentramento, tortura, tutto andò poi avanti come se nulla fosse e un silenzio tombale cadde sugli eventi successivi. L’allora ministro degli affari Interni, un ex prefetto di cui la storia non ricorda nulla se non che si chiamava Cancellieri, si limitò ad osservare che la sentenza andava “rispettata“. Non furono però rispettati i diritti umani ed oggi, mentre i liberatori avanzano, il mondo si accorge che il nazifascismo non è mai morto.

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Se il punto vero fossero i diritti, tre morti al giorno in un anno, uccisi sul lavoro, e il dolore senza rimedio delle famiglie distrutte sarebbero il biglietto da visita più serio e più eloquente dell’ultima crociata all’italiana. Un oltraggio al pudore che le parole e la figura dell’onnipresente Larussa incarnano a meraviglia nei “salotti buoni“, dove i diritti spariscono e compaiono gli interessi. Al confronto Gheddafi non esce poi male e, non a caso, tra i due regimi vigeva, e in parte sopravvive, un trattato d’amicizia.

Del libico si dirà ch’è un delinquente, ma non c’è dubbio: l’associazione a delinquere ha funzionato bene fino al mistero glorioso d’una armata Brancaleone nata alla “rivoluzione” dalla sera al mattino, sostenuta e alimentata nell’ombra da qualche “zero sette” occidentale, il tempo utile a montare il “caso umanitario“, come anni fa le fantomatiche armi di “distruzione di massa“, e consentire alle armate della “democrazia” di macellare popoli indifesi. Dei mille scempi dei diritti umani di cui s’è macchiato Gheddafi, il peggiore l’ha compiuto senza ombra di dubbio su mandato italiano, tra il Mar Mediterraneo e il deserto del Sahara. Quanti siano stati i morti d’una strage premeditata, non sapremo mai, ma il dato è questo: l’Italia ha pagato Gheddafi perché massacrasse la disperazione africana. Quella disperazione che la nostra tragica storia di “potenza” coloniale ha contribuito a fa nascere. Se il mondo ce ne avesse chiesto conto, come avrebbe dovuto, la “guerra umanitaria” l’avrebbe fatta alla ferocia fascioleghista che ci governa e al silenzio complice di un Paese che lascia fare.

Si vive di miseria morale e questo è il capitale. D’altra parte, tra bandiere tricolori e becera retorica patriottarda, la nobile diplomazia italiana ha compiuto il suo ennesimo capolavoro. Dopo Sarajevo, tra il 1914 e il 1915, con una penosa capriola, dichiarammo guerra agli alleati austriaci e tedeschi; nel 1940, cominciammo la guerra al fianco dei tedeschi, pugnalando alla schiena la Francia messa in ginocchio dai nazisti, ma tre anni dopo, per salvare la pelle, passammo al nemico e finì che sparammo ai tedeschi, sicché dal disonore ci salvò la guerra partigiana che ora processiamo. Oggi, a conferma dell’infame solidità della tradizione, facciamo guerra all’alleato Gheddafi per “difendere” quei diritti umani che l’abbiamo spinto a violare per conto del razzismo della futura Padania, in cambio dei quattrini dei lavoratori, sottratti alle giovani generazioni, alla ricerca e alla salute degli italiani.
Questo è. Pane al pane e vino al vino, senza girarci attorno: guerra alla povera gente. La solita, ignobile guerra italiana.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 marzo 2011

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DSC_9655D’accordo. In Italia abbiamo i nostri guai e da solo Brunetta vale un terremoto.
E’ vero. Non è facile rompere il silenzio prezzolato di pennivendoli, guitti. velinari e cavalier serventi. E lo so bene: un paese che senza batter ciglio si lascia governare da Brambilla, Carfagna, Sacconi e Gelmini, non ha più diritto d’indignarsi.
I tempi sono quello che sono, lo so, e facciamocene una ragione, ma i conti con la coscienza ognuno li fa come crede e c’è un limite a tutto. Diciamolo, però, urliamolo forte: è disumana e feroce -  disumana nel senso giuridico della parola, perché contraria ai diritti umani – la scelta della Confédération Générale du Travail, il sindacato della sedicente “gauche”, che ha fatto ricorso alla forza per riprendersi i locali della storica Bourse du Travail occupati da migranti. E’ disumano che uomini, donne, bambini, centinaia di immigrati senza permesso di soggiorno – in Francia li chiamano “sans papiers” – siano ora accampati alla men peggio sul marciapiede del Boulevard du Temple, di fronte al sindacato, sorvegliati a vista dalla polizia, tenuti in isolamento da un vero e proprio cordone sanitario e sottoposti a una pressione fisica insostenibile che ha uno scopo evidente e vergognoso: DSC_9660prenderli per fame e sete, costringerli alla resa mentre vanno arrosto nel caldo mortale di questi giorni.
In tanta furia, però – questo è umano e conforta – in tanta feroce determinazione – questi disperati stanno resistendo. Sono deboli, soli, sconfitti e figli  di sconfitti, ma resistono. La Francia gli ha negato storia e dignità, e loro tengono duro e quasi sopravvivono a se stessi, per denuciare questa sorta di colonialismo sindacale che è tutto quanto resta dell’Europa di Spinelli. Sono lì, davanti al sindacato, prova vivente della miseria e della povertà dell’Africa e dito puntato contro la nostra coscienza sporca e la nostra penosa storia di “potenze” coloniali.
Sono lì, e per portar loro un po’ d’acqua e un pugno di riso per ricordare al potere che la solidarietà e la rabbia non sono ancora morte, c’è chi discute coi gendarmiDSC_9684 e li lavora ai fianchi, poi, quando la notte allunga le sue ombre pietose su tanta miseria umana, passa, non visto o ignorato – il potere ha pieghe davvero misteriose – e rischia l’arresto per rifocillarli.
Ora, se qualcuno se la sente, venga avanti e cominci a blaterare di civiltà occidentale, di “democrazia di esportare”, di virtù teologali e cardinali, di fede, di speranza e carità. In nome del suo dio, però lo metto in guardia: non rispondo di me stesso.
C’è stato un tempo in cui, accogliendo da ogni dove artigiani e operai per quell’Esposizione Universale di cui ci resta, ironica e infelice, la sola Tour Eiffel, i sindacalisti francesi pensavano di far lezione al mondo: “le groupement socialiste – dicevano orgogliosi – cherche à sopprimer l’antagonisme du travail e du capitalisme, par l’etablissement d’une société ègualitaire”. Era il tempo in cui gli spiriti liberi dichiaravano di avere due patrie e la seconda per tutti era la Francia. Tutto quanto rimane di quegli anni lontani è un pugno di riso e poche bottiglie d’acqua DSC_9671portate da una pattuglia di militanti dei nostri “anni di piombo”, “sans papiers della rivoluzione” e cittadini del mondo che Maroni e soci vorrebbero seppellire nelle nostre galere.
Pensatela come volete, a me pare evidente: la sfida al potere si rinnova. E’ disperata, come i tempi che viviamo, ma è anche un lampo d’umanità che si oppone al terrorismo del capitale. Quel terrorismo che non si processa.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 luglio 2009

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