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Probabilmente nessuno meglio di Crispi ha mai spiegato il rapporto organico tra dissenso e legalità nell’Italia dell’emergenza. Accusato di aver calpestato la legge, proclamando lo stato d’assedio in Sicilia, l’ex mazziniano, passato dall’opposizione democratica ai monarchici e diventato più realista del re, nel marzo del 1894 non esitò a replicare: “Ai miei avversari, che mi hanno accusato di aver violato lo Statuto e le leggi dello Stato, potrei rispondere che di fronte allo Statuto c’è una legge eterna, quella che impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto”.
Un principio inequivocabile quanto eversivo, che non solo ispirava e ispira da sempre in Italia il legislatore sui temi dell’ordine pubblico e del conflitto sociale, ma dimostra come, a voler leggere la nostra storia dal punto di vista delle classi subalterne, il capitolo giustizia può essere illuminante.
A parte la Toscana, dove il codice locale rimase operante perché non consentiva la pena di morte, alla sua nascita il Regno d’Italia estese all’intero territorio nazionale il codice penale del Regno di Sardegna. Di lì a poco, nel 1862, all’alba della nostra storia, l’approvazione della legge Pica sul cosiddetto “brigantaggio”, descritta come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa” ma prorogata più volte e tenuta in vita fino al 31 dicembre 1865, aprì l’eterna stagione delle leggi speciali nella gestione e nella regolamentazione del conflitto sociale: l’alibi della crisi, la normativa emergenziale, l’indeterminatezza e la strumentale confusione tra reato comune, meglio se confuso col malaffare organizzato, e manifestazione di dissenso politico. In archivio, a Napoli, è conservato un documento inedito che, in questo senso, è molto significativo. In una desolata riflessione scritta a matita nella cella d’un carcere, Luigi Felicò, un tipografo internazionalista che aveva sperimentato i rigori della repressione borbonica e parlava perciò con cognizione di causa, non aveva dubbi: la condizione del dissidente politico nell’Italia unita era diventata di gran lunga più dura. 
Con grande ritardo – entrò in vigore il 1° gennaio del 1890 – il codice Zanardelli segnò l’effettiva unificazione legislativa dell’Italia nata dal Risorgimento. Per il giurista liberale, la legge penale non poteva essere in contrasto coi diritti dell’uomo e del cittadino e non si applicava al criminale per nascita inventato da Lombroso. La repressione, quindi, doveva abbinarsi alla correzione e all’educazione. Zanardelli abolì perciò la pena di morte, introdusse la libertà condizionale, adottò il principio rieducativo della sanzione e accrebbe la discrezionalità del giudice, consentendogli di adeguare la pena all’effettiva colpevolezza dell’imputato. Egli, tuttavia, non affrontò direttamente il tema della tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale; la spinosa materia finì così per essere affidata a un “Testo unico” di Polizia, cui il giurista assicurò però la copertura d’una base teorica e strumenti efficaci quanto pericolosi. Egli, infatti, non solo introdusse un nuovo reato – il vilipendio delle istituzioni costituzionali e legislative – ma previde anche l’incitamento all’odio di classe e l’apologia di reato, crimini applicati a «chiunque pubblicamente fa apologia di un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza della legge, ovvero incita all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». La definizione volutamente vaga e indeterminata del reato consentiva a forza pubblica e magistrati di colpire agevolmente i movimenti sociali e la dissidenza politica ogni qualvolta lo sfruttamento capitalistico produceva dissenso e proteste.
Uno Stato deciso a non dare risposte positive al crescente malessere delle classi subalterne, poteva infine colpire agevolmente le nascenti organizzazioni dei lavoratori, criminalizzando il dissenso in virtù di norme vaghe, contenitori vuoti, pronti ad accogliere le “narrazioni” strumentali di forze dell’ordine che non distinguevano tra generico malcontento e pratica sovversiva. Indeterminatezza, crisi e natura emergenziale della regola – un’emergenza non di rado costruita ad arte e più spesso figlia legittima della reazione allo sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, opposta alla giustizia sociale grazie ad apparati normativi che consentivano di adattare gli strumenti repressivi alle necessità delle classi dominanti.
Giunto al potere, il fascismo inizialmente si limitò a rendere inattive molte delle norme introdotte da Zanardelli, ma nel 1930 varò il nuovo codice firmato da Alfredo Rocco e destinato a sopravvivere al regime. Con la nascita della repubblica, infatti, si pensò inizialmente di tornare a Zanardelli, poi, in nome di una perniciosa continuità dello Stato, si volle confermare quello fascista, certamente più autoritario, ma “tecnicamente” più moderno. Eliminate le sue disposizioni più liberticide, si andò avanti così, in attesa di un nuovo codice che non s’è mai scritto. Se oggi Cancellieri, guarda caso, “tecnico” come Rocco, può tornare al reato di “devastazione e saccheggio”, si capisce il perché: la repubblica antifascista ha confermato l’apparato normativo fascista. Il problema di fondo, tuttavia, non è solo nel codice. Ci sono, infatti, “caratteri permanenti”, che attraversano trasversalmente le età della nostra storia e riguardano la natura classista dello Stato nato dal cosiddetto Risorgimento, le logiche di potere che tutelano l’ordine costituito e il salvacondotto che storicamente consente e assolve a priori condotte che non sono “deviate”, come si vorrebbe far credere, ma generate dalla indeterminatezza di norme consapevolmente discrezionali e consapevolmente madri di gravi abusi. Un meccanismo che procede su due linee parallele e complementari, un filo rosso che non si spezza nemmeno quando mutano le fasi della vicenda storica, e impedisce cambiamenti radicali anche quando di passa dalla monarchia alla repubblica e dalla dittatura alla democrazia. Un filo rosso che non ha soluzione di continuità: liberale, fascista o repubblicana, sul terreno dell’ordine pubblico l’Italia ha una identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso indiscriminato, intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica; dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a forze dell’ordine e magistratura. E’ una sorta di “stato di polizia invisibile”, di “Cile dormiente”, che il potere ridesta appena una contingenza economica negativa fa sì che per il capitale la mediazione e le regole della democrazia siano merci costose che non trova mercato. Su questo sfondo vanno inserite sia l’esplosione programmata di più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida nelle piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si inseriscono l’indifferenza complice verso la tortura, la morte per “polizia” e ogni più efferata violenza: l’innocente muratore Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Bresci sparito, Anteo Zamboni, linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consente il ripristino della pena di morte, e via via, fino ai nostri giorni, Cucchi, Aldovandi, Uva e i tanti morti di polizia.
Non si tratta di età della storia. Se a Napoli Crispi nel 1894, per sciogliere il partito socialista, fa affidamento sull’esperienza del prefetto per imbastire un processo che non lasci scampo – e il processo truccato va in porto –  la repubblica fa di peggio: cancella la verità col segreto di Stato. Sempre e in ogni tempo la vaghezza e la discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. A soggiorno obbligato in età liberale ti spedisce la polizia, il confino negli anni del fascismo è un provvedimento di polizia e alla discrezione delle forze dell’ordine sono affidati in piena repubblica il fermo, la decisione di sparare in piazza; il “Daspo” che la Cancellieri e Maroni, due ministri dell’Interno, vorrebbero estendere oggi ai manifestanti, è un provvedimento amministrativo. Quale sia il criterio vero che regola qui da noi il rapporto tra legalità, tribunali e dissenso è scritto in numeri che non riguardano solo l’età liberale o fascista, ma anche e soprattutto quella repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contarono da tre a sei manifestanti uccisi, nelle piazze italiane la polizia fece sessantacinque vittime. E non si chiuse lì: nove furono poi i morti nel 1960, due caddero ad Avola nel 1968 e via, senza soluzione di continuità. Nel 1968, quando una legge poté deciderlo, l’Italia scoprì che con la repubblica si erano avuti quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie che facevano invidia ai persecutori in camicia nera. E non era finita: di lì a poco, l’ennesima emergenza – il cosiddetto terrorismo – consentì la legge Reale, i morti dei quali la polizia di Stato non è stata mai chiamata a render conto e barbare leggi speciali che dovevano essere eccezionali e sono lì a dimostrare che qui da noi di eccezionale c’è stata probabilmente solo la parentesi democratica nata con la Resistenza.
Così stando le cose, non fa meraviglia se un’auto incendiata può costare a un ragazzo fino a otto anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un giovane inerme, si fa pochi mesi di prigione, esce, rimane in divisa e trova persino la vergognosa solidarietà dei colleghi. Pochi mesi sembrano infatti troppi a questi galantuomini che, dal loro punto di vista, hanno addirittura ragione: per una volta s’è rotto un patto scellerato. Lo Stato non ha garantito al suo fedele “servitore” il tradizionale diritto di uccidere a discrezione e impunemente.

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Ancora un palazzo del potere, ancora qualcosa che vola dalle sue finestre, ancora una “morte” che rimarrà impunita. Stavolta tocca direttamente alla democrazia. Qui da noi va così. Qui da noi dalla finestra della Questura a Milano volò a terra l’anarchico Pino Pinelli e Vincenzo Guida, il questore, spudoratamente ne infangò la memoria. S’era ucciso, sostenne, schiacciato dal peso delle prove che lo inchiodavano alla sua responsabilità per la strage di Piazza Fontana. Pinelli era stato partigiano e il questore fascista come fasciste erano le bombe di Milano. Sembra strano, ma è così: passato senza colpo ferire da Mussolini a Einaudi, aveva diretto la colonia penale di Ventotene dov’erano reclusi Pertini e Terracini. Sono storie di questori che andrebbero insegnate. Ma forse è proprio quello che non si vuole.
Qui da noi va così: fanno testo i questori, salvo smentita postuma degli storici tra cinquant’anni, quando probabilmente “scopriremo” e non servirà a nulla che gli ignobili lacrimogeni sparati dalle finestre di via Arenula, proprio sotto il naso dell’inconsapevole!? ministro Severino, sono l’esito previsto di un progetto studiato a tavolino dai teorici della “postdemocrazia”, accorsi al capezzale dell’agonizzante Repubblica democratica. Oggi no: oggi, contro l’evidenza, ha ragione l’ineffabile questore Della Rocca: «sono stati sparati “a parabola” non diretti sui manifestanti. La traiettoria è stata deviata perché hanno urtato sull’edificio». E c’è da giuraci: il ministro Cancellieri non pagherà col licenziamento la tragicomica tesi della “legittima difesa” tirata fuori per giustificare i soliti “servitori dello Stato” che ormai ammazzano di botte chiunque si azzardi a manifestare dissenso.
Qui da noi va così. Questo è un Paese in cui, in nome della legalità, Farini, presidente del Senato, cogliendo al volo l’occasione dell’attentato Acciarito, non esitò a scrivere al Presidente del Consiglio Rudinì che «l’Agenzia Stefani va diffondendo non esservi complotto: è male dico. Ottima cosa sarebbe la convinzione d’un complotto, per indurre questa società molle a difendersi». E poiché di queste cose non si vuole che si parli, ecco i colpi alla scuola e all’università. Ai Rudinì di ogni tempo occorre anzitutto un rassegnato “bestiame votante”. L’insegnamento della storia in libere istituzioni formative potrebbe di fatto complicare la via alla “postdemocrazia” di cui questo governo s’è fatto il portabandiera. E, guarda caso, è proprio su studenti e professori che i lacrimogeni volano clandestini dai palazzi del potere. Docenti e studenti per ragioni di forza maggiore, perché piegando la scuola e l’università si vuole spezzare il filo forte e decisivo della trasmissione della memoria storica.
Qui da noi va così. Qui da noi lo Statuto albertino escludeva lo stato d’assedio perché non riconosceva a un Esecutivo il diritto di sospendere la Costituzione, ma contro gli “scrupoli garantisti“, Crispi non esitò a proclamarlo per colpire il “reato politico” o, se si vuole, il dissenso e a chi, in nome della legge, si opponeva rispose che, «di fronte allo Statuto, c’è una legge eterna, la legge che impone di garantire l’esistenza delle nazioni». Di lì a poco, un potere che non riconosceva freni alla sua azione decorava di medaglia al valor militare un mascalzone in divisa che aveva sparato a raffica sulla folla inerme e condannava alla galera il mite Turati e Anna Kuliscioff, colpevoli di socialismo.
Qui da noi va così. Da noi qui c’è sempre un ’98 in agguato, da quando Mazzini s’è spento clandestino in patria sotto falso nome, inseguito da una condanna a morte in contumacia che nessuno mai cancellò, e Garibaldi morente non s’è liberato della  polizia che lo teneva d’occhio come un volgare malfattore. Qui da noi per gli ideali “rossi”, i lavoratori si son fatti secoli di galera prima e dopo la Resistenza e il reato politico è stato ed è terreno privilegiato di tutte le polizie, passate attraverso le varie epoche della nostra storia senza mai dar conto di sé al “popolo sovrano”. Dietro i questori che parlano a ruota libera e gestiscono la piazza fuori dalla regole, c’è una malintesa e deformata idea liberale che ha sempre partorito governi reazionari e non a caso in buona parte i liberali confluirono nel listone fascista. Quest’idea, che è tornata di moda assieme a un liberismo che pare articolo di fede, ce l’ha a morte con la formazione di massa. L’attacco che oggi si porta alla formazione con l’alibi dell’ordine pubblico risponde perfettamente alla filosofia del bastone e della carota enunciata impunemente dal ministro Profumo ed è anzi la spia più evidente e inquietante d’una idea liberale che non solo vive di paure irrazionali e falsi miti, ma periodicamente lascia emergere dal suo seno un elemento occulto di continuità con una vocazione autoritaria che da Crispi alla DC di Scelba, giù fino ai giorni di Genova e ai tecnici alla Monti è un dato ineliminabile della nostra storia.
Occorre dirselo e trovare al più presto una via d’uscita: qui l’ordine pubblico non c’entra veramente nulla. In discussione è ancora una volta la democrazia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 novembre 2012 

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In testa il vuoto, quasi nulla in tasca – pochi rubli, consigliavano tutti – e gli appunti sul foglio ormai confusi, Carlo strinse indice e pollice della sinistra attorno alla radice del naso, sull’angolo interno degli occhi serrati con forza e sospirò. Un rifiuto del mondo, una sorta di repulsione che si faceva malessere. Aveva imparato a conoscere così bene la strana sensazione, che non si agitava più, pensando a chissà quale pericoloso malessere.
Nelle prime ombre che si allungavano sulla riva del Canale Gribaedova, il via via di turisti e i lampi di cellulari e macchine fotografiche gli parevano insopportabili e facevano il paio coi nugoli di ragazzi, l’incredibile folla di giovani che non lo convincevano da quando aveva messo piede in città. Non avrebbe saputo dire il perché, ma gli riusciva incomprensibile e un po’ lo irritava quel loro veloce andirivieni tra il Museo Russo, il parco Michailovksij e la grande Prospettiva Nevskyi, che in fondo alla via incrociava il canale a perpendicolo e mandava fin lì il rombo di auto potenti lanciate a tutta velocità tra un semaforo e l’altro.
Ci sono giovani ovunque, s’era detto compiaciuto, al primo vederli, ma era stato davvero un istante. Qualcosa gli aveva poi dato fastidio. Giovani ovunque, certo, ma ovunque troppo uguali a se stessi e troppo simili a tutti i giovani delle grandi metropoli occidentali, infilati in larghe t-shirt e fasciati da jeans attillati e affusolati verso il basso, fin dove la griffe italiana delle scarpe costose dichiarava una ricchezza impersonale, acritica e del tutto incurante dell’eleganza.
Carlo era lì a ripetersi la cantilena: Smettila di essere così critico, dai. Non sei invecchiato tanto da non capire che non si tratta della città e nemmeno della sua gente. E’ qualcosa che ti sta dentro.
Se lo diceva e ripeteva, ma non bastava. Continuava a non convincerlo – e addirittura si rifiutava di vederlo – il contrasto feroce tra i passi veloci e indifferenti di ragazzi e ragazze che filavano via spediti come trottole e quelli lenti, forse circospetti, di vecchi che russi non erano, perché non avevano alcuna fretta, mentre gli passavano accanto con lo sguardo opaco, presi nei loro strani colloqui – parevano trattative a un mercato bovino – fatti di mani aperte a indicare cifre, più che di parole; ognuno con una ragazza in minigonna scelta a casaccio, bionda come le altre, alta e slanciata come le altre, tutte più o meno uguali, poggiate a parapetti e ringhiere, spalle al Canale, che ripetevano una cantilena musicale, anche quella uguale alle cento cantilene delle altre, come uguali erano il suono della risata falsa che, chissà, forse salutava un accordo raggiunto, pensava Carlo, e il gridolino venato di sdegno che sembrava rifiutare un’offerta scandalosamente bassa o una qualche irricevibile richiesta.
I compagni di viaggio entusiasti di quella ammaliante serata a San Pietroburgo, erano presi da altro, in fondo la città era un incanto, ma Carlo, la fronte segnata dalla linea profonda delle rughe, gli occhi aggrottati per un fastidio dell’animo che il viso non sapeva nascondere, non capiva quale meccanismo, per lui misterioso, agisse nelle loro teste decise a non pensare, selezionando da un insieme complicato ciò che piaceva e non disturbava. Erano giorni ormai che la sera gliele indicava, mentre da invisibili pertugi degli edifici settecenteschi le vecchine serali sbucavano coi mazzolini di fiori di campo, s’appostavano davanti ai locali più noti e frequentati, ai crocicchi più affollati, o prendevano a camminare passo passo, provando a vender fiori a coppiette infastidite, a giovani indifferenti e a turisti noncuranti, instancabili fino alla fermata Majakovskaya della metro sempre gremita. Lì si fermavano stanche, le vecchie signore, sotto gli occhi stupiti di Vladimir Majakovskij, e col sorriso gentile che chiedeva solidarietà offrivano fiori in cambio di qualche rublo.

La Russia, terra di rivoluzioni, pensava Carlo, non ascolta più il cantore d’un sogno, che s’è fatto incubo. E chissà di dove affioravano i versi lontani: “Siamo uguali compagni…, proletari di corpo e di spirito. Soltanto uniti abbelliremo l’universo”. Parlava tra sé Carlo, o forse no, forse pensava di farlo, ma in realtà declamava, perché subito una voce irritata lo rimproverava. Una voce di dentro, credeva, e si meravigliava che due Carlo stessero lì a litigare davanti agli smalti e alle piastrelle di vetro e ceramica variopinta della chiesa del Salvatore sul Sangue Versato, ma anche in questo sbagliava e si capiva: era confuso. Frutto di quella confusione era forse la sensazione che a parlare fosse lui, mentre probabilmente gli parlava un compagno di viaggio o, a pensarci bene, una donna. La sorella, un’amica, la moglie? Chi fosse contava poco. Aveva i toni sfuggenti che usavano con lui per dirgli, scherzando, che non lo sopportavano più con le sue malinconie, col cenno petulante alla rivoluzione, con i versi immancabili d’una vecchia poesia e la politica, “la maledetta politica che Carlo non lascia mai a casa e – ci si può giurare – prima o poi diventerà memoria di un suo ignoto sovversivo, passato di qua senza lasciare altra traccia di sé, se non quella traumatica che a lui tormenta i sonni e a noi rovina i viaggi”.
Da anni ormai, ogni occasione era buona per ricordare con tono inizialmente solenne, “lo storico percorso turistico targato Carlo, con affannosa galoppata parigina alla ricerca della celebre Rue de Clignancourt” e giungere poi, con crescendo ironico, al “chilometro e mezzo di edifici insignificanti nel diciottesimo arrondissement, tra Rue Championnet e Boulevard de Rochechouart, che – per chi non lo sapesse – ai primi del Novecento accoglieva una banda di italiani fuggiaschi che Crispi e Giolitti intendevano spedire al fresco”. A questo punto, la “voce narrante” poteva commuoversi per gli “sventurati turisti costretti a sorbirsi strampalate considerazioni sull’epopea sovversiva, di cui, a perenne ricordo, la via conservava la vecchia e quasi illeggibile tabella d’un teatro alternativo, dio sa perché sopravvissuta, sull’ingresso di un edificio trasformato in supermercato, e la folla d’arabi malfidati, sfuggiti – perché no? – a un Crispi di casa loro: dimostrazione vivente che luoghi e cose conservano il filo della continuità tra storia e vita, passato e presente”.
Carlo sentiva di non avere più nulla da opporre all’angoscia, ma l’incantevole chiesa del Salvatore sul Sangue Versato lo rincuorò. Benché fosse molto tardi, c’era ancora luce e lo sguardo si fermò sul punto in cui si conserva un tratto di ringhiera divelta, sul lato che guarda al canale Gribaedova, dove una bomba aveva ucciso Alessandro II. Saprei raccontarvi la storia di quel 13 marzo del 1881 come nessuna guida può fare – pensò, guardando i compagni di viaggio chiusi a cerchio attorno a sua moglie che leggeva da un libriccino la terribile fine dello zar. Quanto più oscuro, ambiguo e affascinante sarebbe stato il racconto, se avesse chiamato in causa il suo nichilista, si disse Carlo, ma preferì tacere. Dopo la faccenda di Rue di Clignancourt, non aveva alcuna voglia di aggiungere un capitolo nuovo al percorso  turistico targato Carlo. Quale che fosse, non aveva dubbi: la verità che nascondeva il suo nichilista non interessava nessuno e, d’altra parte, il gruppo già s’era disperso attorno a figuranti che nascondevano la fatica di vivere sotto gli abiti sfarzosi dell’antica nobiltà russa. La disfatta di chi aveva creduto di uccidere l’ingiustizia sociale, uccidendo lo zar, non poteva essere più evidente. Forse di lì nascevano la tristezza di Carlo e il suo invincibile malessere; dalla percezione di quella disfatta. Basta smettere di guardarla con gli occhi del turista – si consolò Carlo – e San Pietroburgo, ostaggio del libero mercato, città d’imperi finiti nel sangue e rivoluzioni soffocate dalle loro stesse contraddizioni, diventa un tragico simbolo dell’inutile ferocia della storia.
Ma a che serve farlo? – si chiese Carlo, quasi per legittima difesa. Perché non seguire la via dei suoi compagni di viaggio? Per loro, San Pietroburgo era lì dove li portava la guida e non era detto che avessero torto; San Pietroburgo era ora nelle stupende maioliche variopinte della chiesa, come era stata prima nell’eleganza dei vestiboli in pietra delle stazioni della metro, qui con l’azzurro del mare, lì col rosso dedicato a Puskin, tra falci incrociate a martelli e il bassorilievo in bronzo dell’Aurora, l’incrociatore che esplose il primo colpo della rivoluzione. Occorreva fermarsi lì, senza porsi domande su quella sorta di minuscola galera che imprigionava le ferroviere immobili giù, in fondo alle scale mobili, per tutto il tempo del loro lungo turno. Fermarsi sempre un attimo prima di interrogarsi. Sentire, sì, il fascino della stupenda Università Statale sull’isola Vasil’ievskij, coi suoi muri di mattoni rossi e gli innumerevoli balconi incorniciati di legno dipinto in bianco, ma difendersi dalle osservazioni acute di Natascia e dalle mille tentazioni che nascevano dai suoi occhi azzurri, limpidi e profondi, dai suoi riccioli biondi, dalla sua camicia colorata e civettuola che involontariamente, ma ostinatamente si sbottonava sul seno florido. Fermarsi lì e non darle ascolto, mentre ti diceva, in un italiano ricco e musicale, che lei faceva la guida per arrotondare il magro stipendio di docente universitaria e procurare tutto quel che serve alla “bimba mia”. Fermarsi lì, senza provare a capire chi la spuntasse in lei tra rimpianto e disprezzo, quando ti parlava di una condizione generalizzata d’ingiustizia e di cancellazione di diritti. Sbarrare la via alla sua devastante osservazione: ho vissuto a lungo in Italia per ragioni di studio e mi dispiace dirlo, ma credo sia così, stanno sperimentando su di noi quello che poi faranno anche a voi.

Davanti al Salvatore del sangue versato, ciò che contava davvero era l’anomalo e affascinante profilo architettonico della cattedrale, l’unica in città a conservare il disegno delle chiese del medio evo russo, armonicamente unito alle linee tipiche delle basiliche del Seicento. Perché, tra uomini e cose, giunse a chiedersi Carlo, pur di convincere se stesso, non dovrebbe essere legittimo fermarsi sull’incanto delle cose, quando esse sono arte? Anche così ci si occupa degli uomini, convenne, ma la tentazione improvvisa di stringere l’indice e il pollice della sinistra attorno alla radice del naso per aiutare gli occhi a stare chiusi, gli ripropose un rifiuto doloroso. Freddo e deciso non si lasciò tentare. Appallottolò il foglio dei suoi appunti, lo mise in tasca, poi si poggiò alla fredda ringhiera del canale. A Barcellona, ricordò, nulla gli aveva parlato di Catalogna, più che le tracce d’una radio repubblicana e d’una famiglia d’italiani che aveva lottato e vissuto tra l’Avinguda Diagonal e Carrer de Còrsega durante la guerra civile. A Parigi, oltre il velo dei monumenti e l’industria del turismo, la Rue de Clignancourt che tutti avevano disprezzato, l’aveva aiutato a rompere il velo dell’ipocrisia occidentale, gli aveva insegnato quanto precaria sia l’integrazione e gli era parso evidente: ci sono strade che ereditano drammi e in quella via, dopo gli italiani, non a caso c’erano venuti gli arabi. Lì, ancora e forse sempre lì.
Basta, si disse, anche se sapeva bene di essere venuto a Pietroburgo per parlare ancora una volta ai suoi fantasmi. L’ultima volta forse, s’era detto, se è vero com’è vero che l’età e la salute non hanno certo rispetto delle stupide leggi di chi ci governa e se si vive di più, spesso si vive male. Non avrebbe chiesto al Salvatore del sangue versato di parlargli dell’attentato. Ci credeva ancora ai miracoli di quel dialogo, era certo che lì avrebbe potuto sapere com’era andata, ma per queste cose si viaggia da soli, come da soli, in fondo, si vive. Solo lui aveva quel dubbio e molto probabilmente solo a lui interessava sapere se Giovanni Bergamasco era lì il giorno dell’attentato, Giovanni, figlio di Carlo, il napoletano fotografo di corte che tante volte aveva fissato sulle sue geniali lastre lo zar che lì era poi caduto, su quella riva ormai muta. C’entrava davvero, Giovanni, il presunto nichilista che la vita aveva poi portato in Italia? Era lì il giornalista brillante e poliglotta, lo studioso di botanica, l’amico poi nemico di Mussolini, il rivoluzionario che, per uno dei misteriosi paradossi della storia, i rivoluzionari bolscevichi avevano espropriato e i reazionari fascisti perseguitato per tanta parte della sua lunga vita? No. Non avrebbe cercato i due palazzi che Carlo, il giramondo e ricchissimo napoletano, aveva invano acquistato in quella che, con incerta grafia le polizie di mezzo mondo definivano “la centralissima via Moskovskaya”. A Carlo non interessavano più i due palazzi ereditati da Giovanni dopo la fuga a Napoli. In quei giorni faticosi, San Pietroburgo gli aveva narrato già molto e ora sapeva: vi si erano spenti i grandi e terribili sogni del Novecento e il secolo nuovo vi sperimentava un incubo. Che poteva aggiungere, se mai sopravvissuto alla fine degli zar, alla rivoluzione, all’assedio nazista e al crollo dell’Unione Sovietica, lo splendore dei palazzi di Bergamasco? Di splendore ne aveva visto abbastanza nel palazzo del principe Jusupovskij; ciò che non aveva ancora trovato era chi sapesse dirgli dove abitavano i poveri, in una città che pareva tutta palazzi nobiliari. Che città era mai quella, si domandava, fatta di sfruttatori senza sfruttati?
Carlo pensò che in fondo questo è la storia: parla dei vincitori e tace dei vinti. Forse un altro Carlo, l’intraprendente fotografo di corte, una risposta l’avrebbe avuta. Lui che a San Pietroburgo c’era venuto da emigrante; lui che si era poi arricchito con le sue foto, tutte sparite con la rivoluzione, che aveva visto fuggire per sempre un figlio rivoluzionario e un altro l’aveva perso quando s’era messo coi bolscevichi per la rivoluzione, una risposta, lui, poteva averla. E chissà, un’altra non l’avrebbe avuta Giovanni, ricondotto lì, davanti a quella ringhiera divelta di cui conosceva il segreto nascosto. Giovanni avrebbe forse potuto spiegargli ciò che nessuno tranne lui sapeva. Ma contava davvero saperlo? E Carlo, poi, aveva davvero ancora voglia di capire?

Quali che fossero le risposte, di una cosa ormai s’era convinto, lo strano viaggiatore: a guardare le cose dal punto di vista della povera gente, che negli itinerari turistici non aveva casa in città, benché ci vivesse, San Pietroburgo era un enigma e i conti non tornavano. Certo, coi bolscevichi contadini, metalmeccanici, professori non avevano diritto di parola, ma casa, lavoro, scuola e medicine ce l’avevano tutti. Ora che, invece, a dar retta a giornali e televisioni, era arrivata la democrazia, non avevano certezza d’un salario, d’una medicina, d’un posto a scuola o d’una laurea, se avevano testa per studiare. Ecco, un metalmeccanico forse avrebbe saputo sciogliere questo rebus e l’avrebbe data una risposta alla domanda che si portava dentro: è possibile che dove c’è libertà ci debbano essere per forza le vecchiette che vendono fiori per fame la sera e invece, se la fame non c’è, se c’è uno Stato che pensa a curarla, la povera gente, e fa studiare tutti, anche chi non ha un centesimo, non c’è libertà di parola e d’opinione? Bergamasco, rivoluzionario, sognatore, combattente, perseguitato politico cancellato dalla storia dopo aver sognato di cancellare i padroni, di queste cose capiva. Lui, ch’era nato a Pietroburgo e sapeva di zar e di bolscevichi, di democrazia liberale e di fascisti, lui che s’era trovato sempre a dover scappare e mille volte era finito in galera, in tutte le stagioni della storia, lui che aveva attraversato per decenni la tragedia della vita e s’era spento sulle montagne dell’Irpinia confinato politico a ottant’anni, lui sì che poteva trovare risposte convincenti, pensò Carlo, ostinato e convinto. Lui avrebbe sciolto quel dannato rebus che era in fondo San Pietroburgo. Certo che le avrebbe trovate, le risposte, si disse, ma non c’era più tempo.
Il gruppo premeva per la cena. Anche questa è cultura, pensò Carlo; bisognerebbe saper mettere insieme la cultura d’una cena a base di pietanze russe e i miei fantasmi parlanti. Assieme, forse, troverebbero la via di mezzo tra il Palazzo d’inverno e la catapecchia d’un contadino, la via di mezzo tra la strage dei Romanov e i gulag, tra il realismo socialista, che dietro la giustizia sociale celava la repressione, e l’agile, immediata, anonima e feroce ingiustizia, che pesa sulla libertà del mercato di cui si nutrono Gucci, Armani, Intimissimi e Calzedonia, ai quali di certo molti tra i suoi amici e le sue amiche avrebbero dedicato le rituali ore di shopping, nel giorno della partenza, sulla Nevsky Prospekt, nell’inferno rombante di Lamborghini, Mercedes e Ferrari.
Dopo essersi costretto a non stringere di nuovo tra pollice e indice la radice del naso, Carlo si avviò. S’era appena mosso, che sentì qualcuno parlargli. Non capì di dove venisse la voce, ma le parole gli giunsero chiare: non puoi pensare di cancellare i prepotenti dal tritacarne della storia, ma puoi fare di tutto per non essere dalla loro parte, per giungere a spezzarti, piuttosto che a piegarti…
Per la prima volta in quella terribile serata Carlo sorrise. Quelle parole le conosceva: le aveva scritte Giovanni Bergamasco alle figlie il giorno in cui aveva deciso di tagliarsi le vene. Non era la risposta alle sue mille domande, ma non c’era dubbio: il suo sovversivo non era mancato all’appuntamento.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 agosto 2012

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Se il “Popolo d’Italia” non fosse ormai modello prevalente, avremmo caratteri cubitali: da Profumo a Gelmini siamo fermi a Berlusconi. Se prima, aperta una falla, provvedeva l’Invalsi, ora che la nave affonda c’è ancora l’Invalsi. La riforma è un Moloch.
Dopo i dotti bizantinismi su tecnici e politici dei soliti pennivendoli, folgorati dalla sostanza della forma, un silenzio complice e forse persino imbarazzato accoglie l’amara verità dei fatti: Profumo sposa la tesi politica di Gelmini ed ecco le prove Invalsi, tecnicamente errate, ma illuminanti sul terreno della politica. Il fine è scandaloso: imporre valutazioni dettate da un’idea di formazione omologante, che imprigioni la libertà d’insegnamento, produca un “Casellario Politico” delle scuole con tanto di schedatura, agevolando la disgregazione di una istituzione che rinneghi i principi di inclusione e solidarietà, per far spazio a una visione aziendalistica tutta competizione, concorrenza e discriminazione. Tecnici o politici, la scuola non ha più tempo per chi presenta disturbi specifici d’apprendimento e mentre un’intera generazione di test fa da Rupe Tarpea è sempre più evidente: la Questione Meridionale, il radicamento leghista in alcune aree del Nord, le differenze metodologiche tra le diverse scuole, in una parola la complessità d’un Paese di cui si riscrive la storia cancellando gli “omissis”, sono ignote all’Invalsi e ignorate dal governo. Lo sanno tutti, la distinzione tra “tecnico” e politico è una volgare “patacca”, ai tecnici, tuttavia, s’impicca il Paese, inebetito da imbonitori fini e pericolosi, che sparano ad alzo zero gli slogan berlusconiani sul “salvaitalia”, la monotonia del posto fisso, il sindacato trincea di sfaticati, i miracoli dei supertecnici e i politici ladri che fanno sconcia e mariuola l’idea stessa della politica.

Un fotografo che volesse raccontare l’Italia d’oggi userebbe il grandangolo e le prime pagine si aprirebbero di nuovo su Bettino Craxi; a lui rimanda, infatti, la trovata di Monti, che si affida ad Amato per tirar fuori dallo stato confusionale i suoi “tecnici”, incapaci di salvarci dall’incapacità dei partiti. Se l’Invalsi è il volto statico dello scandalo Italia, la vicenda Amato-Monti rovescia la medaglia e ne svela il volto dinamico. Giuliano Amato, pensionato da oltre 1000 euro al giorno, non è solo uno schiaffo alla miseria regalata dal governo a milioni di italiani, Amato è il germe della malattia che Monti sostiene di curare: una vita nell’università allo sbando, mezzo secolo di storia dei partiti, una sconcertante comunità d’intenti col socialismo indecente del pluricondannato Craxi, due Presidenze del Consiglio, sei incarichi da Ministro e infine fasullo Cincinnato, vagolante tra presidenze alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e alla Treccani.
A ben vedere, dietro Monti si scorge il tragico filo rosso che percorre la storia di un Paese nato per “creare un mercato” e cresciuto così, malato dei mali del suo capitalismo: penuria di capitale per scarsa accumulazione primitiva, nessuna propensione al rischio, frazionamento politico e assenza di un grande mercato interno. L’Italia che Garibaldi unì non era un mercato. Mancavano investimenti e smercio e ci pensò lo Stato, in mano a un capitalismo molto interessato al controllo delle leve governative. Iniziò così una rapina costante, un travaso ininterrotto di ricchezza prodotta dal lavoro e regalata al capitale dei Lanza e dei Sella, impegnati a “pareggiare il bilancio” per risarcirsi delle spese delle guerre per l’indipendenza. I lavoratori sputarono sangue, pagarono tasse persino sul grano macinato e fu la fame. La finanza, in compenso, divenne “allegra”, e i proventi fiscali finirono alle banche, pronte a sostenere ogni avventura industriale. Quando scoppiò la bolla immobiliare, s’intravidero legami oscuri tra politica e mafia e nel 1893 si scoprì che le banche d’emissione truccavano conti e stampavano banconote false. Non pagò nessuno e cominciarono i salvataggi: le banche fallivano, i lavoratori pagavano e quando la speculazione mise piede in Africa, si andò alla guerra. Nessuno ha calcolato mai quanto c’è costata in oro, sangue e civiltà l’avventura del cattolico Banco di Roma nel mare di sabbia libica, mentre il Sud mancava d’acqua e lavoro. Da Adua all’Amba Alagi, passando per l’ignominia di Sciara Sciat, la Spagna martoriata, la tragica Siberia e da ultimo l’Afghanistan, chi cercherà notizie serie sul debito di cui ciancia Monti, dovrà andare a cercarle tra i bilanci delle banche e incrociare i dati con quelli dello Stato. Altro che welfare. Qui da noi, la storia del capitale oscilla tre avventure, salvataggi e lavoratori strangolati. Gronda sangue. Anche la Comit è stata salvata: oggi si chiama Intesa e ha ministri al governo. Non aveva torto Pietro Grifone quando, scrivendo di storia al confino di Ventotene, definì il fascismo “regime del capitale finanziario” e ricordò agli antifascisti che nulla nasce dal nulla e prima del “Duce” c’erano stati Crispi, Rudinì, Pelloux, le cannonate di Bava Beccaris e il Parlamento tradito a Londra.

La democrazia è incompatibile col capitalismo, spiegava di fatto Grifone e in quanto all’Invalsi, strumento di normalizzazione tipico di un’idea corporativa dei rapporti sociali, risponde agli scopi del capitale finanziario che ci governa. Grifone direbbe “regime”. E sarebbe difficile dargli torto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 maggio 2012

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Riconosco ch’è la via giusta e occorrerà percorrerla fino in fondo, ma confesso: non è facile trovar risposte alla domanda stringente di Rossanda sul che fare. Forse ha ragione Pierluigi Sullo che, in qualche modo, giorni fa, sembrava indicare un metodo e una questione “propedeutica”; non credo che Monti e soci siano “sapienti, ma stupidi” –  la sapienza dov’è? – ma mi pare vero: non sapremo che fare, se prima non capiremo chi sono. Abbiamo di fronte un volto degenerato del potere, c’è da precisarne i lineamenti, definendone la natura prima che la funzione, separando, in questa crisi del capitalismo, il dato fisiologico da quello patologico. Se ritenessimo Passera e Fornero espressioni genuine di un processo “ortodosso” di “evoluzione” da Smith a Friedman, finiremmo fatalmente impantanati in un’analisi senza vie d’uscita. La loro presenza politica alla testa d’un governo di non eletti, in un Parlamento di nominati, apre in realtà un’enorme falla nel tessuto connettivo della repubblica, una falla che mette a rischio in primo luogo il rapporto tra capitalismo e accezione borghese della parola democrazia. In questo senso, il “pensiero fisso”, di cui scrive Sullo è la prova lampante di un “avvitamento” del capitalismo attorno alla sua più evidente contraddizione e porta in luce meridiana il tragico fallimento di un sistema economico e politico che nella sua formulazione teorica vive di “libero mercato” e nella sua realizzazione pratica non può sopravvivere senza la protezione di privilegi statali. Un fallimento che mostra chiaramente l’errore di una sinistra che ha finito col vedere nel capitalismo ruoli di rappresentanza della civiltà dell’Occidente.

Così stando le cose, Monti e la paccottiglia che lo sostiene in un Parlamento del tutto privo di legittimità, incarnano l’età di un pensiero degenerato in fanatismo, un “feticcio delirante”, che nessuno potrebbe incarnare meglio dell’autoreferenzialità dell’accademia. Fuor di metafora, Monti è la versione italiana d’un fenomeno europeo: la stato comatoso della democrazia borghese e di “tecnico” ha solo il metodo. I contenuti segnano il ritorno aperto a una cieca politica di classe. Crispi, piuttosto che Giolitti e, non a caso, la sintonia con la Germania “prussiana” di Angela Merkell.

Il fanatismo”, scrive Voltaire con la consueta lucidità – “sta alla superstizione, come la convulsione alla febbre e la rabbia alla collera”; visto in questa luce, più che a un programma di governo, noi ci troviamo di fronte alla visione estatica di una pattuglia di credenti, mossi da una  verità di fede. La struttura del ragionamento è quella d’un periodo fondato su a una “proposizione principale” – le esigenze del profitto sono il motore della storia – e attorno una rete di coordinate e subordinate depennabili: l’uomo, i bisogni, i diritti. In questo senso, il che fare di Rossanda si apre verso più ampie esigenze e, in qualche misura si “illumina”: che rispondere a un uomo convinto che è progresso obbedire a Dio più che agli uomini e che, di conseguenza, è certo di meritare il cielo strangolandoci? Questa è la domanda. La pose l’Illuminismo e sembrava cercasse riforme.  

Storicamente, quando i popoli cadono in mano ai fanatici, il corto circuito è fatale. Per fanatismo, gli “onesti” borghesi parigini si diedero a gettare dalle finestre i loro concittadini, li scannarono e li fecero a pezzi nella notte di San Bartolomeo. Il fanatismo è la follia della storia, una sorta di civiltà dei Mongoli e non sempre se ne esce per la via dei compromessi. Strumenti ne abbiamo e c’è stato chi l’ha detto: socialismo o barbarie. L’antitesi è verificata, ma dei corni del dilemma, uno solo oggi ha una rappresentanza: la barbarie sta con Monti. Manca chi rappresenti il socialismo. Di qua forse occorre ripartire, perché se è vero ciò che scrive Rossana Rossanda e da tempo abbiamo accettato che venisse distrutto non “l’ideale di un rivoluzionamento, ma l’assai più modesto compromesso dei Trenta gloriosi”, non è meno vero che dopo Voltaire vennero Saint Just e Robespierre. Fu forse partenogenesi, ma si vide la storia voltare di pagina.

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Ai politici non va giù, ma la storia, a scuola, la insegniamo com’è: gli italiani non sono “un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori“. La grottesca definizione, che si legge ancora sul Palazzo della Civiltà del lavoro, a Roma Eur, la inventò Mussolini nel 1935, mentre “civilizzava” gli etiopi, sepolti sotto nuvole d’iprite, in nome di Roma antica e di un colonialismo straccione di retroguardia.
L’Italia non ha una gran storia e all’estero lo sanno. Il biglietto da visita fu la “piemontesizzazione” del Regno, ottenuta dopo massacri, processi sommari, deportazioni e domicilio coatto. Si disse che la “giovane unità” poteva andare in pezzi, ma si trattò di scontro d’interessi, i dissidenti furono macellati e il mondo civile ne fu nauseato. Mazzini morto in casa Rosselli sotto falso nome, Garibaldi sorvegliato come un delinquente, gli scandali bancari e i rapporti tra politica e mafia non portarono, poi, acqua al mulino del nuovo regno e la crisi di credibilità del nostro paese è molto più vecchia di Berlusconi. Prima abbiamo avuto Crispi con leggi marziali e domicilio coatto, Bava Beccaris decorato al valore per aver sparato a mitraglia sui milanesi scesi in piazza per la fame, le giovani generazioni senza diritto di voto costrette ad ammazzare e farsi ammazzare per la “patria dei galantuomini” e una questione femminile che si riassume in un amen: le donne contavano quanto gli asini e le mucche. Nel tritacarne della “grande guerra” operai e contadini ce l’infilarono con la forza il re e gli industriali, ma quando si trattò di saldare il conto, pagò la povera gente e gli imprenditori furono così egoisti che Giolitti minacciò Agnelli di sciogliere la Confindustria. Per tutta risposta, i padroni del vapore finanziarono il fascismo.

Questa è la nostra storia, così la conoscono all’estero e così noi la spieghiamo agli studenti. Il capitolo giustizia è tra i più tristi con la vicenda atroce di anarchici, socialisti e comunisti segregati nelle isole e nelle galere o sepolti vivi nei manicomi. Ce n’è per ogni momento storico. Romeo Frezzi ingiustamente sospettato di complicità in un attentato, fu arrestato a Roma il 17 aprile 1897 e morì per le percosse subite nel corso di un interrogatorio. Nessuno fu punito. Nel giugno 1914 la polizia, infastidita dai discorsi contro la guerra, aprì il fuoco sui manifestanti. Sette giorni di scontri, tanti lavoratori morti ammazzati, ma i giudici non trovarono un colpevole. Tra il 1927 e il 1943, il Tribunale Speciale condannò 4.596 “sovversivi” a 27.735 anni di carcere. “Carcere duro” si disse allora.
Con la repubblica, nacquero speranze, ma tra il 1948 e il 1950 ci furono 15.000 oppositori politici condannati a 7.598 anni di galera. Tra il 1948 e il 1952 in piazza, da noi, la polizia fece 65 morti. In Francia, in quegli anni, di morti ce ne furono 3 e in Inghilterra e Germania se ne contarono 6. Sono numeri che all’estero conoscono bene, così come è noto un dato impressionante: una legge dello Stato ha riconosciuto che tra il 1948 e il 1966 in Italia ci sono stati 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici che hanno subito persecuzioni politiche.

Col 1968 sembrò che si girasse pagina. A Milano, invece, nel dicembre del 1969, Giuseppe Pinelli, ch’era stato staffetta partigiana, arrestato benché innocente per la strage di Piazza Fontana, morì dopo un inspiegabile volo dal quarto piano della Questura di Milano. “Malore attivo“, decise il giudice D’Ambrosio. Nessuno capì cosa fosse, ma nessuno pagò.
Così va da sempre.
Marcello Lonzi, detenuto per tentato furto, è stato massacrato ed è morto in cella alle Sughere, a Livorno, l’11 luglio del 2003. La sentenza di archiviazione del 2010 ricorda il caso Frezzi: è stato un “forte infarto“. Le perizie, però, hanno accertato fratture, escoriazioni e due “buchi” in testa.
Il 27 ottobre 2006 Riccardo Rasman, un povero psicopatico, si rifiutò di aprire la porta. La polizia non chiamò il centro di salute mentale, entrò con la forza, gli bloccò i polsi con due manette, gli legò le caviglie con filo di ferro e lo pestò – dall’autopsia emerge una ferita alla testa inferta presumibilmente con un corpo contundente – poi lo stese a terra, un agente si sedette sulla schiena e lo sventurato morì per asfissia. Il giudice ha condannato due capi pattuglia e un assistente a sei mesi di reclusione ciascuno con la sospensione condizionale della pena.
Stefano Cucchi, arrestato a Milano nella notte del 15 ottobre 2008, morì una settimana dopo all’Ospedale “Sandro Pertini” per un violentissimo pestaggio e sono in pochi a credere che i colpevoli pagheranno. In compenso, Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos di Genova durante il G8 del 2001, condannato in secondo grado a tre anni e otto mesi di carcere e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per l’irruzione alla scuola Diaz, è stato promosso questore.
Qui da noi va così. Dal 2001 al 2010 nell’inferno delle carceri sono morti 1582 detenuti; di essi 775 si sono suicidati. Gli Istituti di pena ammassano reclusi come carne in scatola, ma nessuno muove un dito, così come nessuno parla dei CIE, i lager nei quali, per disposizioni del ministro Maroni, non fanno entrare nemmeno i deputati.

Questa è la nostra storia e, parlando di giustizia, un docente non può non ricordarlo: la legge Reale del 22 maggio 1975 consente alla forza pubblica discrezionalità nell’uso delle armi per necessità operative, estende il ricorso al carcere preventivo anche senza flagranza di reato, in modo da tener “dentro” un cittadino per 96 ore senza un decreto dell’autorità giudiziaria. Nel 1986 la legge n. 663 introduce l’articolo 41 bis che, emendato dall’art.19 del decreto legge n. 306, nel 1992 estende le limitazioni ai detenuti (anche in attesa di giudizio) per criminalità organizzata, terrorismo o eversione, riduce il numero e modifica le regole dei colloqui, limita la permanenza all’aperto (“ora d’aria“) e censura la corrispondenza. A tali categorie di detenuti s’è applicato l’art. 4 bis della stessa legge, che concede i benefici carcerari e le misure alternative alla detenzione (permessi premio, lavoro esterno, affidamento a servizi sociali, semi-libertà, detenzione domiciliare) solo a chi collabora con la giustizia. Di nuovo “carcere duro“, quindi, ma, dicono in molti, quello fascista era più mite,
Nel 1995 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, dopo aver visitato le nostre galere e verificato le condizioni dei detenuti soggetti al regime ex art. 41 bis, ha concluso che le restrizioni rendono i trattamenti inumani e degradanti. I detenuti, privati di ogni attività e tagliati fuori dal mondo esterno, presentano alterazioni spesso irreversibili delle facoltà sociali e mentali.

Nel 2002 il Ministro della Giustizia Castelli volle rendere permanente la validità dell’art.41 bis e il Parlamento con la legge 279 approvò la proposta, sicché oggi non c’è più alcun limite temporale e si va avanti così: una visita di un’ora al mese, sessanta minuti di colloquio, ascoltato e registrato, solo con familiari di grado diretto o conviventi. I volti sono separati da una lastra blindata per impedire, col gelo trasparente del vetro, ogni calore di contatto umano anche quello d’una mano sfiorata. La condanna, la pena e la sofferenza toccano così anche ai parenti innocenti. Lo scambio delle voci non è diretto: la voce, fatalmente alterata, passa per un citofono. Pare che a poco a poco si smarrisca così il ricordo del suono vero. Un ipocrita residuo d’umanità consente che i figli minori di12 anni possano parlare senza vetro e citofono una volta al mese, per dieci minuti.
Il Sant’Uffizio avrebbe provato brividi.
Il fine costituzionale del “recupero” è smarrito: mafiosi e “sovversivi” non sono più riconosciuti come uomini e poco importa se l’isolamento profondo fa impazzire. Il “pacchetto sicurezza” porta voti e più lo inasprisci più ci guadagni. Di qui, la gara a chi fa meglio: limiti alla possibilità di corrispondere con le famiglie, posta controllata, nessuna attività ricreativa, nemmeno se si tratta di studio, nessuna frequenza di corsi scolastici. Il detenuto studia da solo. Anche le celle sono fatte apposta: fitte maglie metalliche filtrano la luce e l’aria e le file di sbarre sono moltiplicate. Non c’è un’utilità pratica, né si garantisce più sicurezza. C’è, com’è stato scritto, “il valore simbolico ed effettivo di una ordinaria continua afflizione“*. Una sola via d’uscita: collaborare con la giustizia, com’era durante il fascismo, quando se la cavava solo chi vendeva nomi e passava al regime.

Questa è la storia. Napolitano e il Parlamento, che si strappano i capelli per Battisti non estradato da un Brasile che non prevede ergastolo e tortura, farebbero meglio a occuparsi di quello che accade a casa nostra. Una casa di cui noi, che siamo insegnanti, non possiamo che spiegare la miseria morale.

* Prefazione di Sergio D’Elia a Nazareno Dinoi, Dentro una vita

Uscito su “Fuoriregistro” e “Report on line” il 10 giugno 2011

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C’è chi accenna a rapporti dell’antiterrorismo e accusa studenti e ricercatori: “sovversivi pericolosi” da arrestare. Chi ogni giorno ha tra le mani carte di polizia, note riservatissime e relazioni ignobili di infiltrati e confidenti, sa che la storia ha anche un volto impresentabile, che non riguarda solo i regimi totalitari. Piaccia o no, è il volto del potere. Puoi mettergli a guardia regole e segnare limiti, le zone d’ombra esistono, non le cancelli. Un esempio per tutti: il sindacato. Oggi è normale, per certi versi addirittura “banale”, che esistano confederazioni sindacali. Sarebbe ridicolo se la Digos le indicasse come “covi di terroristi” ed è noto a tutti: per loro natura, “raffreddano” il conflitto e sono utili anche al padronato. Non è andata, però, sempre così.

 Napoli, 1893. Nei vecchi rapporti di polizia il sindacato è una minaccia per gli equilibri sociali: l’operaio deve “chiedere” e, se rivendica un diritto, si ribella. Quando i lavoratori si associano, il Ministero dell’Interno ordina alle questure di insinuare uomini tra gli operai per “conoscere il numero complessivo degli iscritti, le generalità, i connotati e un breve cenno biografico di ciascuno dei capi”. In gran segreto si fanno schedature e a Roma giungono elenchi di “organizzazioni pericolose”. Basta parlare di orario di lavoro, salario e salute, ed ecco l’etichetta: “sovversivo”. Decidono questori, prefetti e funzionari della Squadra Politica. Oggi diremmo Digos. Senza informare gli interessati, “le autorità, prima di ammettere nuovi operai negli stabilimenti e nelle amministrazioni” chiedono “speciali informazioni” e si segnalano così i sindacalisti “più influenti e pericolosi affiliati ai partiti sovversivi”. Sono partiti regolarmente presenti in Parlamento, ma nei rapporti non c’è differenza tra delinquenti e delegati sindacali e la stampa non prova nemmeno a verificare le “veline”. Le società operaie crescono e la Questura s’inventa “cabine di regia” e “manovre anarchiche”. Per mettere nei guai chi lotta per un diritto e disturba i padroni, l’anarco-insurrezionalismo è l’argomento più usato dalle autorità di Polizia di ogni stagione della nostra storia: Italia liberale, fascista e repubblicana. I fascicoli della Questura sono pieni di rapporti fantasiosi e inverosimili di spie e confidenti che vendono a peso d’oro notizie di terza mano, invenzioni e libere interpretazioni di discussioni politiche e sindacali. Senza uno straccio di prova, il prefetto accusa: “si finge di tendere al miglioramento economico degli operai, ma invece si punta a fomentare le passioni, a coalizzarli, con mire evidentemente politiche e avverse all’attuale stato di cose. […] Per far proseliti, poi, si studia di trar partito specialmente dal malcontento che, per una ragione o per l’altra, serpeggia nelle varie classi operaie”.

 E’ un classico. Vale per ieri e oggi. Le cause del malcontento non interessano  nessuno. Contano soprattutto i “sovversivi”. Ogni riunione è un pericolo, le “voci” inverosimili riferite dai confidenti sono prese per buone senza alcun riscontro. Pericolosa è persino una riunione “in una bettola fuorigrottese, ove si legge una lettera pervenuta da Palermo”. Nessuno sa che ci sia scritto, ma conviene credere a un fantomatico piano rivoluzionario al quale, suggerisce un infiltrato a caccia di quattrini, “prenderebbe parte un giovane prete dimorante al Vomero”. Il condizionale la dice lunga e il senso del ridicolo indurrebbe chiunque a più serie riflessioni, ma “in alto” si preme e inquirenti e magistrati si legano in oscure connivenze. Per colpire gli operai, il Questore si muove “nel modo più acconcio” per indurre il proprietario di uno stabile a sfrattare i sovversivi e la Procura “garantisce che dal locale Pretore sarà emessa relativa ordinanza e, nello stesso giorno in cui giunga, fatta eseguire”. Accuse non ce ne sono, ma il Questore trasmette alla Procura Generale copia dei rapporti inviati al Prefetto. La procedura é scorretta, ma serve a costruire prove false. Si giunge al punto di denunciare gli autori di un manifesto che due settimane prima è stato considerato del tutto legale. I lavoratori scoprono un provocatore, ex agente di PS, e lo espellono, ma l’uomo riappare nell’elenco degli iscritti, “ritoccato” dopo il sequestro, e in Tribunale fa la sua parte nel ruolo di falso testimone. Il Questore dà credito ai confidenti e si cerca un’imbarcazione “comandata da un maltese, che dovrebbe arrivare dall’Albania con armi da sbarcarsi lungo la marina di Licata e Porto Empedocle”. Nessuna la trova e due perquisizioni senza mandato non bastano a tirar fuori il carico di armi. Una “velina” della Questura trova, però, spazio su giornali compiacenti e crea un clima di tensione giustificato dalla “necessità di opporsi con energia al movimento che nelle presenti condizioni economiche e morali di queste basse classi sociali, potrebbe da un momento all’altro prendere un carattere apertamente sedizioso e gettare la città […] in preda allo scompiglio”.

Occorrono, scrive il Prefetto, imputati “deferiti al potere giudiziario sotto il titolo di Associazione di malfattori”. Creato l’allarme nella popolazione, scatta la trappola. Il solito confidente consegna alla Squadra Politica un piano misterioso che prevede la sollevazione sincronica di Palermo, Messina e Napoli. La rivolta, si dice, inizierà con “incendi dolosi appiccati nella notte”. Quando un sarto del sindacato torna da Palermo, lo aspetta la Squadra Politica che lo arresta. In città, intanto, il Questore, avuta “notizia sicura che gli incendi si sarebbero praticati nella nottata mediante petrolio e acqua ragia coi quali si sarebbero intrisi gli stoppacci accesi gettati negli scantinati”, mette in moto “pattuglie che percorrono la città in tutti i sensi con ordine di fermare, perquisire e arrestare”. Nel cuore della notte sono presi due individui. “Perquisiti nella persona”, guarda caso, hanno con sé due bottiglie di acqua ragia e un manifesto con la scritta a mano: “Viva la rivoluzione sociale”. Due terroristi e due bottiglie di acqua ragia sarebbero ben povera cosa per una rivoluzione, ma la polizia sostiene che i mille compagni, impauriti, si sono ritirati. Tanto sindacatobasta per portare in tribunale l’intero sindacato. Nella fretta, la Questura sbaglia la data dell’arresto e anticipa d’un giorno la rivolta, ma i giudici lasciano correre. La fantomatica rivolta non c’è stata, ma due bottiglie d’acqua ragia e le chiacchiere del sarto che si “pente” spediscono in galera decine di sindacalisti.

Al processo la condanna è già scritta. Tutto si basa su insinuazioni di anonimi confidenti di fiducia della Questura. La difesa chiede di interrogarli, ma il giudice rifiuta, perché “le informazioni  avute da confidenti trovano riscontro negli atti”. E’ verità di fede e tanto basta: due bottiglie di acqua ragia e dei confidenti. I due “terroristi” negano e l’acqua ragia può essere strumento di lavoro. Nessuno li ascolta. Degli agenti che testimoniano, uno è colto con un foglietto da cui legge appunti e nomi d’imputati; un altro manda su tutte le furie il giudice che lo interroga perché ricorda “cose molto differenti da quelle risultanti nella deposizione scritta”. Un ispettore, infine, messo alle strette dalla difesa, ammette che gli imputati non sono sovversivi pericolosi. Il giudice preoccupato, scrive allora al Questore per fargli “raccomandazioni sul contegno di funzionari e agenti che dovranno essere intesi, non potendo in caso contrario garantire l’esito del processo”. Preoccupato è anche il Crispi, presidente del Consiglio, che intervenuto personalmente e indebitamente, “raccomanda di sollecitare il più possibile il pronunciato della Camera di Consiglio, ritenendo opportuno lo scioglimento del sindacato”. In quanto al sarto, testimone chiave, ritratta le dichiarazioni rese in istruttoria e narra la storia di durissimi interrogatori, di lunghi digiuni e della privazione dell’acqua. La polizia, accusa, lo ha drogato e convinto a firmare una dichiarazione falsa e già preparata. Dopo un’altalena di violenze e lusinghe, avrebbe ceduto in cambio di 500 lire, un passaporto e la sistemazione delle figlie. L’uomo non mente. In archivio c’è la ricevuta della cifra pattuita e la firma di un ispettore. Il processo è una farsa, ma una valanga di condanne si abbatte sul sindacato, che è disciolto, mentre i sindacalisti sono spediti in galera.

È un caso tipico, ma ce ne sono veramente tanti. Nel 1914, quando l’Italia dei padroni, interessati a vendere armi, si prepara alla guerra, l’ostacolo sono gli operai antimilitaristi. A giugno del 1914 l’esercito liquida il conto, sparando sui lavoratori. A Napoli sono ammazzati quattro dimostranti. Due giovani vittime sono operai di 16 anni. La polizia e i bersaglieri negano ogni addebito: hanno sparato una sola volta per legittima difesa. E poiché i quattro morti e un ferito sono trovati in due strade diverse, a Vico Spicoli e a Vico Croce, si falsificano gli atti. Il ferito è immediatamente arrestato e “per imperiose ragioni di ordine pubblico”, un morto viene nascosto “nella sala mortuaria del Trivio”, il cimitero ebraico, sicché per giorni la povera madre cercherà invano il figlio ucciso. Si prende tempo per concordare una versione comune tra i commissariati di quartiere. “Prego redigere un unico rapporto ribadente questo unico punto di vista”, scrive il Questore ai dipendenti: “c’è stato un unico conflitto a fuoco […]. Confido nella solerte abilità ed attendo un preciso rapporto per il quale è opportuno prendere accordi col Colonnello che comandava la truppa”. Un giudice che sta al gioco si oppone – “l’esame necroscopico e gli accertamenti generici escludono che uno degli operai sia morto con gli altri” – ma tutto è sepolto in archivio, anche la verità narrata da un veterinario, finito in ospedale per uno scontro a fuoco in cui è morto un lavoratore. La via dei tumulti non è quella indicata dalla Questura.

 Maroni può dire ciò che vuole, ma le cose stanno così: tra il 1948 e il 1966 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici sono stati ritenuti “perseguitati politici”. In Archivio ci sono ancora i telegrammi della polizia repubblicana che pedina Gaetano Arfè, partigiano e storico di prestigio e Giorgio Napolitano, oggi presidente della Repubblica. Il Ministro di storia non s’intende, ma può controllare. Sandro Pertini è ancora schedato come malfattore. Lo tenne prigioniero a Ventotene un “camerata del noto La Russa”, per dirla col linguaggio dei questurini: Marcello Guida, direttore della colonia penale fascista di Ventotene, ove fu prigioniero anche Terracini, che poi firmò, come segretario della “Costituente”, la carta costituzione, nella quale i missini come il ministro La Russa non si riconoscevano. Bene, Maroni non se ne ricorderà, ma si informi, il 12 dicembre del 1969, quando una bomba fascista fece una strage a Milano, capitale della sua inesistente Padania, il Questore che coordinava le indagini era proprio lui, il fascista Marcello Guida. Fu lui a informare gli italiani che l’attentato era opera dei soliti anarchici insurrezionalisti. Pochi giorni dopo il povero Pino Pinelli, accusato dell’attentato senza alcuna prova, volò dal quarto piano della Questura retta dal Guida. Questo alto funzionario fascista, incredibile Questore della Milano antifascista, aveva fatto bene il suo lavoro. Stavolta non si trattava di montare un processo. No. Il compito era di smontarlo per coprire i camerati.

 Si potrebbe continuare a lungo. Ma a che serve? Maroni e soci tengono ben coperte le verità che scottano e invano gli studiosi chiedono di cancellare il segreto di Stato. Il Ministro ha altro da fare. Non è la verità che va cercando. Punta alla solita montatura sui soliti anarchici. Per ora ha creato i colpevoli e li ha indicati all’opinione pubblica. Poi verrà il reato. Quale? Un po’ di pazienza. Come troveranno un sarto pentito, ce lo faranno sapere.

Uscito il 20 dicembre 2010 su Caunapoli.

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Quando l’Europa delle banche, livida e sguaiata, vorrà “rifarsi il look” per meglio raccontare frottole alla gente, la premiata ditta “Trichet-Constâncio & CC“. verrà a copiarci pari pari questo governo di spettri e sepolcri imbiancati. Noi siamo così: perfezionisti. E si sa, il made in Italy esporta fantasia. Intanto, finché la tecnocrazia che ispira il gioco del capitale non ci dà quel che è nostro, riconoscendo il merito, noi, più o meno sedicenti “cittadini“, consoliamoci sin d’ora col primato indiscusso che ci assegna la storia: in centocinquant’anni di vita, dal Regno alla Repubblica, tredici li abbiamo vissuti a sperimentar le strade dei tiranni col celebre trio Crispi, Rudinì e Pelloux, venti si sono persi nel tragicomico con Mussolini e sedici, se qui ci fermeremo, recano il segno del primo esperimento riuscito di democrazia autoritaria. Un terzo della nostra vicenda è follia autoritaria e miseria morale. Gli altri due terzi li abbiamo spesi per una inesausta fatica in una sorta di “fabbrica di San Pietro“, dove una minoranza di gente onesta si strema per riparare oggi, quello che ieri e domani cialtroni e delinquenti guastarono e guasteranno.
Siamo maestri esportatori di un umorismo rozzo ma insuperabile. In un Paese in cui tutto è precario per definizione, una legge di “stabilità” mette al sicuro i conti benestanti. La presenta un governo privo di maggioranza, l’approva il Parlamento d’una repubblica antifascista, fascisticamente formato solo da “nominati“. Gente che nessuno ha eletto. Precario tra i precari, l’avvocato Gelmini, diventato ministro per un mistero glorioso, s’è dichiarato soddisfatto: la scuola dello Stato non ha avuto un centesimo, ma quella papalina, apostolica e romana ha visto salire a 245 milioni il fondo per le scuole private. In tutt’altre faccende affaccendato, l’avvocato ha tenuto a comunicare a studenti e docenti la buona novella: “Sono prive di fondamento le notizie legate ad una uscita del ministro Carfagna dal Governo e dal Pdl. Mara Carfagna è un ottimo ministro e la sua lealtà nei confronti del presidente Berlusconi non può essere messa in discussione, come ha anche sottolineato in questi giorni il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini“‘. Diffusa la sua nota, s’è preparata al week end.
Tutto va come le hanno suggerito le veline: la scuola primaria è colpita a morte, la Conferenza dei rettori ha barattato potere e scampoli di finanziamento con un testo di riforma passato al Ministero, più o meno sottobanco, dal suo presidente, prof. Decleva, il ministro vive la sua giornata impolitica e, oplà, eccola impegnata nella “prova-fedeltà” a Berlusconi, che salta agilmente nel cerchio di fuoco e poi dichiara:
I continui attacchi che il ministro Carfagna ha subito sono ingiustificati e dannosi per tutto il governo. Basta con il fuoco amico. Questo e’ il momento in cui invece – avverte – è necessaria l’unità del partito attorno al presidente Berlusconi“.
Tutto come da copione. la Finanziaria vestita da legge di stabilità col voto favorevole di Bocchino e soci, il “quasi compagno” Fini che modifica sua sponte il calendario dei lavori per consentire così che, dopo la scuola, il colpo del killer centri anche l’università e si ricostituisca ancora una volta la vecchia maggioranza, sia pure divisa in tre spezzoni: leghisti, “libertari berlusconiani” e “futuristi“.
Il 14 dicembre, dopo l’attacco criminale all’istruzione pubblica, il voto di fiducia. Come finirà non è dato sapere, ma qualcosa forse ce la sta già dicendo: fiducia o sfiducia, il Paese non cambierà in questo Parlamento. C’è chi si consola: “è una linea di tendenza planetaria, c’è poco da fare“. E sarà vero, com’è vero che in ciò che accade ci sono una filosofia della storia e un modello di società. Una società che esalta l’individualismo e la preminenza del privato sul pubblico e pretende la più sfrenata libertà del mercato, per farne un grimaldello che destrutturi le basi fondanti della convivenza civile e consenta di ristrutturarle come comanda la globalizzazione.
A cosa punta tutto questo? Siamo certi che la conquista del “mercato-istruzione” sia un obiettivo economico? La subordinazione delle intelligenze vale molto più che la compravendita di merci. In gioco c’è altro. Si intende manomettere il concetto di “umanità“, disarticolare gli strumenti critici come fondamento del conflitto, trasformare la partecipazione in “militanza della tastiera“, in una “virtualizzazione” dell’opposizione che vanifichi la ribellione. Siamo ben oltre il mito borghese dell’uomo che “si fa da sé“: è l’asservimento consenziente a una servitù che passa per la robotificazione dell’uomo o, se si vuole, per la sua disumanizzazione. La sinistra, ferma alla percezione di una “privatizzazione selvaggia” o si “autonormalizza“, come fa il PD, scende in campo e diventa maestra della privatizzazione, o si esalta di fronte ai milioni di appelli per la salvezza della povera Sakiné. Ci portano dove vogliono. Salviamo, orgogliosi, le Sakiné che fanno comodo a chi comanda il gioco e ci lasciamo “suicidare“. In questo contesto, l’avvocato Gelmini è un “grande ministro“: non pensa, esegue ordini. Noi, noi che pensiamo di pensare, noi non ci accorgiamo che non si tratta dei centesimi della privatizzazione. In gioco è una “rivoluzione preventiva. Non si cerca un mercato. Qui si vuole l’uomo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 novembre 2010

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Non è una barzelletta da salotto snob e nemmeno una battutaccia da guitto di avanspettacolo della Belle Époque, sparata via così, dal palcoscenico del vecchio”Salone Margherita“. No. E’ la versione ignobile della nobile e antica saggezza latina. Se è vero, infatti, che “Carmina non dant panem“, sostiene Giulio Tremonti dall’alto delle sue poltrone di ordinario di Diritto Tributario e Ministro della Repubblica, non meno vero è che “ la cultura non si mangia“.
Non dirò ch’è farina del mio sacco. L’idea me l’hanno suggerita, ma davvero mi pare non ci siano dubbi: ha il crisma della santità. La fulminante sintesi del pensiero economico-politico trionfante è un vero e proprio “manifesto del regime” che governa l’Italia berlusconiana, tutta ignoranza di veline, autentiche patacche, verità di pennivendoli, trionfo di mediocri, scienza di ballerine e arte da postribolo. La cultura non si mangia, ma si taglia alla radice nel bilancio del Paese, per cancellarne storia, identità e coscienza critica e piegarlo ai voleri d’una classe dirigente vile, corrotta, autoritaria e classista.
Povera e nuda vai, Filosofia / dice la turba al vil guadagno intesa, scriverebbe nuovamente Petrarca, ma non troverebbe facilmente lettori. Qui la poesia è bandita. Il cardine attorno al quale gira il nostro Paese, sventurato e complice, è la violenza autoritaria delle sue classi dirigenti. Checché ne pensino Bossi e la sua traballante scienza politica, è questo il nodo per cui, da Sud a Nord, fatta l’Italia, non si sono mai fatti davvero gli italiani. Sembra incredibile, ma è così, in un secolo e mezzo di vicenda nazionale, qui da noi, la storia contraddice se stessa e si ripete. La verità nuda e cruda l’intuirono in epoche diverse, ma lucidi e impotenti, Federico De Roberto e Tomasi di Lampedusa: qui tutto muta, perché nulla cambi. Perché così accada, è necessario naturalmente che l’ignoranza affligga perennemente gli italiani. La storia della nostra scuola è per questo soprattutto storia di un’eterna indigenza e d’una incurabile miopia: classismo, provincialismo, mancanza di disponibilità economiche, carenza di strutture e di risorse umane, timore di una crescita popolare. Poche le aperture e tutte volte alla formazione delle élites. Fu così con la riottosa Destra storica, che badò soprattutto ai problemi del Bilancio e, quando si trattò di scuola, abbandonò al suo destino quella primaria, e si è andati avanti allo stesso modo di tempo in tempo, col lombardo Depretis, il siciliano Crispi e il romagnolo Mussolini, che fece della scuola di Gentile la più “fascista” delle leggi del regime. Se la Dc di De Gasperi dichiarò “sovversivo” il giorno dedicato alla festa del libro, il sedicente Popolo delle Libertà di Tremonti e Gelmini è giunto a teorizzare la prevalenza della pancia sul cervello. La ragione di tutto questo la spiegava Don Milani ai suoi ragazzi e pareva parlasse a Tremonti: “il fin ultimo della scuola è tirar su dei figlioli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere“. Tremonti, lo sa bene, e per questo ha in odio la scuola: teme i ragazzi che ragionano con la loro testa.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 ottobre 2010

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Nelle banche, sulle quali marciano – per ora, si direbbe, disarmate – le bande in divisa verde guidate da Bossi e Cota, vige la regola aurea del “contributo spese” che – ignobile scialacquo! – consente all’impiegato di trovar casa senza svenarsi per tener dietro al principio dell’efficienza. Mai nessuno, per ora, in nome della “qualità“, s’è mai sognato di lasciare a casa chi abbia esperienza e “numeri” professionali in omaggio alla colta dottrina leghista che, detta così, alla buona, nell’Europa senza confini, si riduce paradossalmente al classico e un po’ demodémogli e buoi dei paesi tuoi“.
Principessa del merito“, l’efficientista Gelmini, avvocato padano targato Calabria, per ottenere la “qualità” nelle scuole della Repubblica, ha invertito il principio: a decidere del merito, in tema di formazione, non è più il valore del lavoratore ma, incredibile a dirsi, la sua residenza! Lo scopo è chiaro. Poiché è dal Sud che si sale a Nord in cerca di lavoro, a partire dal 2011, un mediocre indigeno leghista” avrà precedenza assoluta sul migliore dei docenti delle colonie meridionali, col risultato che la celtica Padania realizza l’evangelico principio per cui “gli ultimi saranno i primi“. E, vivaddio, beati i poveri di spirito.

Se l’opposizione continua a dormire non c’è più a che santo votarsi e il “miracolo”, se così può chiamarsi, può venire solo dal campo del “nemico”. Può darsi che sia vero. Il “comunista” Fini, cha ha mille colpe e infinite resposabilità, non fa una battaglia puramente personale e, in ogni caso, agli ex camerati glielo spiega da tempo con la chiarezza dell’abbeccedario: a tutto c’è un limite. Il paragone sembrerà azzardato, ma ha un suo fondamento. Passato nel campo liberale, l’ex delfino di Giorgio Almirante ragiona come Giolitti faceva con Crispi, Pelluox e Rudinì: se la politica non sa far altro che scatenare guerre tra i poveri e utilizzare la forza dello Stato a difesa esclusiva dei privilegi d’una minoranza contro i diritti della stragrande maggioranza dei lavoratori, non si va lontano. Ed è facile capirlo, sembra dire: dietro la crisi economica c’è lo spettro di quella istituzionale e, peggio ancora, di uno scontro sociale dalle dimensioni e dagli esiti imprevedibili. Sia come sia, checché pensi Fini, la politica muore di tatticismo se un miliardario che governa e può comprare tutto facilmente, trova immediatamente chi si vende; la politica muore se milioni di cittadini si riducono a stupidi serpentelli intorpiditi da un pifferaio e il paese naviga nella burrasca, macchine avanti tutta, la prua verso gli scogli.

La scuola che la Gelmini costruisce è quella di Adro: abbandona al suo destino i bambini poveri di ogni sud, marocchini e sudici terroni, e chiarisce il principio etico cui s’ispira l’avvocato più o meno calabrese, eseguendo ordini di cui non ha i mezzi per cogliere l’obiettivo: “divide et impera“. E’ in nome di questo ethos che si tagliano al Sud il doppio dei posti di lavoro del nord e del centro messi assieme e, con la crescente miseria prodotta nel Mezzogiorno, si pensa di affrontare la crisi del “miracolo padano“. scatenando un’ennesima guerra tra i poveri. Ma c’è di più. C’è un assaggio di “federalismo” e si capisce bene ciò che accade: da minaccia armata, il secessionismo diventa rapina legalizzata.
Chi ha memoria ricorda: barbari di questa pasta ci condussero al 25 aprile.

Da “Fuoriregistro“, 24 aprile 2010

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