Qualcuno dovrebbe spiegare al giudice Caselli che per i magistrati dell’Italia appena unita – soprattutto negli interessi padronali – Giuseppe Mazzini fu allo stesso tempo criminale e «cattivo maestro» e morì esule in patria sotto falso nome. I giudici della nuova Italia, infatti, d’accordo col nuovo e liberale potere politico, non annullarono l’antica condanna emessa in contumacia per la sua lotta armata contro il potere savoiardo. Il liberalissimo Silvio Spaventa, responsabile dell’«ordine costituito» nel Mezzogiorno conquistato, pensò addirittura di eseguire la condanna e non se ne fece nulla solo perché Mazzini era stato sorpreso a Napoli, ancora piena di camicie rosse, e vestiva la divisa di colonnello garibaldino. Solo per questa fortuita circostanza il repubblicano “padre della patria” si sottrasse al trionfo dell’ordine sabaudo che, di lì a poco, con la legge Pica, sperimentò sui “briganti” del Sud, leggi speciali, esecuzioni sommarie, deportazioni e carcere a vita.
Qualcuno dovrebbe spiegare a Caselli che esiste un invalicabile confine etico tra verità processuale e ricostruzione storica. Non c’è studioso serio che oggi darebbe credito ai giudici del “terrorista” Mazzini, tuttavia, ogni volta che Caselli sputa sentenze al di fuori dei tribunali non solo diventa il tragicomico storico di se stesso, ma dimostra che un giudice c’è, uno almeno, pronto a condannare di nuovo l’antico rivoluzionario. Qualcuno dovrebbe spiegare a Caselli che quando le sentenze penali sono state emesse ed eseguite e la morte giunge a dire la parola fine sulla vicenda umana del condannato, non è tempo di tribunali: è giunto – ed è sempre in ritardo – il momento della riflessione storica. Il giudice che ignora questo elementare dovere e torna a sputare sentenze commette un’intollerabile violenza, intralcia il lavoro dello storico e copre di ombre atroci il suo ruolo di magistrato.
La storia, Caselli dovrebbe saperlo, è piena di giudici smentiti e di condannati riabilitati. Sulle Idi di marzo del ’44 avanti Cristo il dibattito è aperto; non l’ha chiuso – e certo non lo chiuderà – l’aula di un tribunale. Sono duemila e più anni che storici, pensatori e intelligenze critiche si interrogano sul significato di quell’evento: Bruto e Cassio congiurarono contro il politico illuminato o colpirono l’uomo di potere, il garante di equilibri che avrebbero ucciso la repubblica? Qual è la vera violenza politica, quella d’un potere sordo ai bisogni di un popolo o quella di chi in nome della giustizia sociale sorge in armi contro la presunta legalità? Le Idi di Marzo, la sorte di Mazzini, Gaetano Bresci che uccise Umberto I, dopo la medaglia assegnata a Bava Beccaris per i cannoni sparati a mitraglia sulla popolazione inerme, Fernando De Rosa che nel 1929 tentò di uccidere il principe Umberto in nome dell’antifascismo e morì poi in Spagna combattendo per la libertà, non sono più imputati affidati ai giudici. Ai giudici, piuttosto, quei fatti e quegli uomini ricordano che spesso chi punta il dito sui cattivi maestri o è in malafede o ha bisogno di tornare a scuola.
La storia non è figlia di verità assolute, non si scrive nelle aule dei tribunali e non è mestiere da giudici. I magistrati, quando sono onesti, si limitano ad affermare le ragioni dell’«ordine costituito», che, piaccia o no, per quanto quasi sempre estranee a quelle della giustizia sociale, sono la bibbia dei magistrati. In quanto alla patologia che dalle colonne del “Fatto Quotidiano” Caselli addebita a “molti italiani”, colpevoli a suo modo di vedere di una “perdita della memoria che sconfina nell’amnesia”, il giudice sbaglia a ritenersi immune. Da buon italiano, infatti, anch’egli soffre di pericolosi vuoti di memoria. Non fosse così, la pianterebbe di tirare in ballo a casaccio i valori della resistenza partigiana e proverebbe a spiegarci chi li ha devastati da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, da Piazza della Loggia alla stazione di Bologna. Proverebbe a spiegarci come scioglie nella sua coscienza di magistrato il nodo della contraddizione tra il “servitore dello Stato” e quel segreto sistematicamente posto sulla strada delle sue indagini. Il «segreto di Stato», naturalmente. Intriso di sangue e venato di fascismo.
Posts contrassegnato dai tag ‘Cesare’
Caselli, Prospero Gallinari e i cattivi maestri
Postato in Interventi e riflessioni, tagged "Fatto Quotidiano", Bava Beccaris, Bruto, Caselli, Cassio, cattivi maestri, Cesare, Fernando De Rosa, Gaetano Bresci, Idi di marzo, Legge Pica, Mazzini, Propsero Gallinari, Silvio Spaventa il giorno 21/01/2013 | 3 Commenti »
La proposta criminale di Fabio Garagnani
Postato in Carta stampata e giornali on line, tagged Berlusconi, bolscevichi, borghesi, Catullo, Cesare, cicuta, comunismo, docenti sospesi, Fabio Garagnani, fascismo, Foscolo, Fuoriregistro, Giorgio Napolitano, Gramsci, j'accuse, moderna dittatura, Montesquieu, Pellico, professo letteratura, professori politicizzati, Quaderni dal carcere, repubblica delle babane, Socrate, Spilberg, Zinoviev, Zola il giorno 12/05/2011 | 5 Commenti »
La logica, se di logica si può parlare senza coprirsi di ridicolo, è quella dello Stato autoritario o, se preferite, di una repubblica delle banane. Gli estremi spesso si toccano e Fabio Garagnani, con la sua criminale proposta, conferma la regola: “Professori politicizzati sospesi per 3 mesi“.
Ognuno la prenda come vuole. Chi spera in un miracolo che non verrà, chi si trincera dietro il “delirio” di una minoranza di estremisti che forza le regole del gioco, per affidarsi ai lamenti generosi e impotenti del Capo dello Stato, si accomodi. Meglio sarebbe però dirsi le cose per quelle che sono e regolarsi di conseguenza. E’ ora di piantarla. Siamo stanchi di subire e non abbiamo paura.
La proposta di Fabio Garagnani è una sfida aperta a ogni idea democratica della politica, così come la concepirono non i bolscevichi di Zinoviev, ma i borghesi di Montesquieu. In quanto tale, è una sfida persa in partenza, che un politico vero non si sarebbe azzardato a lanciare. Un politico, anche il più mediocre, sa bene che l’uso e la scelta delle parole sono di per sé, ad un tempo, uno strumento ineludibile di formazione e una questione profondamente politica. Per spiegare ai suoi studenti cosa sia una moderna dittatura, un buon professore non farà certo il nome di Berlusconi; parlerà a lungo e in maniera ineccepibile di storia e diritto romano. Zola col suo “j’accuse” sarà più che sufficiente, perché una classe intenda cosa sia il razzismo. Garagnani dovrebbe saperlo e se non lo sa lo impari: lo Spilberg non poté impedire che Pellico costasse all’Austria più di una guerra perduta; i famosi, mussoliniani vent’anni in cui il cervello di Gramsci non avrebbe dovuto pensare, videro nascere le pagine di quei “quaderni” che ancora oggi inchiodano il fascismo alla colonna infame dei suoi crimini, fanno argine contro ogni tentativo autoritario e spiegano a chi voglia capirlo cosa sia stato nel nostro paese quel comunismo di cui Berlusconi ciarla e straparla.
Il pensiero non s’ingabbia. C’è, nella libertà d’insegnamento, la forza pacifica e incoercibile che invano gli ateniesi provarono a spegnere con la cicuta imposta alla suprema dignità di Socrate. Ci sono Foscolo, che umiliò col rifiuto l’arroganza asburgica, pronta comprarne l’animo libero, e morì nella miseria londinese lasciando incancellabile il suo testamento: “io professo letteratura“. Non basterebbe all’illusa prepotenza di Garagnani eliminare Dante dalla scuola. Messo a tacere quel suo invito alla rivolta del pensiero – “nati non fummo a viver come bruti” – si troverebbe dinnanzi l’ironico e tagliente Catullo: Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere, / nec scire utrum sis albus an ater homo. Non m’interessa nulla di poterti piacere, Cesare, né di sapere se tu sia un uomo bianco o nero.
Il sapere è libero e la libertà è politica. Se il partito di Garagnani è autoritario e illiberale, torni a scuola e ricominci a studiare.
Uscito su “Fuoriregistro” il 12 maggio 2011 e su “il Manifesto” il 17 maggio 2011
Come cozza allo scoglio, Berlusconi s’attacca al porcello
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Belpietro, Berlusconi, Bonaiuti, Bondi, Bossi, Brambilla, Bruto, Calderoli, Capezzone, Cassio, Cesare, Chiara Moroni, Costituente, Costituzione, cozza, fascioleghista, Feltri, Fini, furbastri quote latte, Gasparri, governabilità, Larussa, Lega, palio di Siena, porcellum, Prodi, Quagliariello, Ruini, signor "ghe pensi mi", trattamento Boffo il giorno 08/08/2010 | 7 Commenti »
Non sono pugnalate, Fini, non è Bruto né Cassio e, nei panni di Cesare, Berlusconi fa cilecca persino come caricatura, ma trentatre sono i colpi contati, trentatre le astensioni, una raffica, e dopo la standing ovation dei fedelissimi e il patetico saluto romano, il piccolo re s’è ritrovato nudo. Nulla v’è al mondo che in eterno duri e ora sì, ora saremmo davvero alle comiche finali, se in fondo al tunnel non apparisse lo spettro del naufragio.
Mentre lo sfruttamento cresce, il razzismo dilaga, la scuola affonda, l’università agonizza e i giovani non trovano lavoro, la successione dei fatti è oscena, cupa e raggelante. Ammutoliti Bondi e Bonaiuti, Capezzone tartaglia, come un guitto che non ricorda la parte, e la Brambilla, l’equivalente meneghino del “signor nessuno“, turista della politica e ministra del turismo, persa la testa, si scatena contro il palio di Siena, consegnando la città al nemico. La barca fa acqua da ogni parte e il motore s’inceppa. Se il livore non accecasse il signor “ghe pensi mi!”, Feltri e Belpietro, che non brillano per acume, ma sono furbi scherani, terrebbero in prima pagina le previsioni del tempo, ma l’ordine è tassativo: “trattamento Boffo”. Il conto però non torna, risulta sbagliato, e il fango misteriosamente cresce nell’impatto e poi rimbalza: uno schizzo colpisce Chiara Moroni e diventa valanga, sommergendo Berlusconi; un altro s’avventura su Fini, ma si fa diluvio e affonda nella melma i colonnelli disertori Gasparri e Larussa.
Come cozza allo scoglio, Berlusconi s’attacca al “porcello”, la legge elettorale sulla quale pesa come un macigno il giudizio dell’autore, Calderoli, fascioleghista d’origine controllata, che il 18 marzo del 2006, con imprudenza pari all’arroganza, confessò scioccamente alla “Stampa”: è una porcata, “io la chiamavo affettuosamente Porcellum”. La Lega merita fiducia: trasformista per vocazione, nel 1994 piantò in asso l’amico Berlusconi e lo mandò gambe all’aria. Presto finì pezzente, rischiò di sparire e, cenere in testa, si presentò a Canossa. Gente d’onore, insomma, che sputa su Roma ladrona e sui meridionali, ma prende i soldi dello stipendio dalle tasse che pagano i “terroni” e s’è specializzata in suinate. L’ultima, in ordine di tempo, la Lega di Calderoli l’ha realizzata sostenendo i furbastri delle quote latte e costringendo la gente onesta a pagare miliardi di multe di elettori leghisti.
In che spera la cozza? Anzitutto in un meccanismo elettorale misto, in una manomissione della rappresentanza politica, caratteristica dei sistemi maggioritarî, che non rispecchiano nelle Assemblee elettive i rapporti di forza reali tra i partiti e ignorano le voci e i temi delle relazioni tra le classi sociali, e poi, in quell’imbroglio chiamato premio di maggioranza, che si giustifica con la foglia di fico d’una promessa: stabilità politica e “governabilità”. Un inganno che non ha mai evitato la frammentazione, ha regalato il Paese a minoranze raffazzonate e pronte alla rissa. Per questo si sono creati i due sedicenti “grandi partiti“ - il PD e il PDL - enormi recipienti vuoti in cui si raccolgono, a seconda degli interessi di questo o quel leader e gruppo di potere, aggregazioni disomogenee, che hanno diversa radice storica e culturale e formano articolazioni non solo molto diversificate, ma pronte alla contesa. E’ andata così con Prodi, così va col sedicente “leader maximo”.
La cozza, sostenuta da uno statista come Bossi, suscitando omeriche risate tra chi sa leggere, scrivere e far di conto, sostiene che il premier l’ha scelto il popolo, ma il “legame” tra partiti e preteso leader di una pretesa coalizione è solo virtuale: nessuno può impedire a nessuno di cambiare casacca e, in ogni caso, la repubblica presidenziale esiste solo nella testa malata di sparute pattuglie di illustri sconosciuti che, a titolo puramente personale e da nessuno mai eletti, si occupano di riforme nella spappolata maggioranza. Piaccia o meno agli storici alla Quagliarello, la Costituzione disegna il quadro di una repubblica parlamentare. E, d’altra parte, come parlare di voto, se è impossibile esprimere preferenze, se Calderoli e il porcellum hanno vergognosamente silurato la Costituzione e il parlamentare non sarà eletto dal “popolo sovrano”, come rappresentante di sensibilità e interessi di pezzi di società, ma solo per giochi di potere e scelte del “palazzo”?
Il porcellum è un crimine. Ad esso, ridotti alla disperazione, la cozza e i suoi accoliti si aggrappano per imporre ancora una volta uno stravolgimento delle regole fondanti, per poter ancora distorcere l’articolo 49 della Costituzione, per il quale i cittadini sono i soggetti imprescindibili della vita politica e i partiti semplici strumenti di una partecipazione organizzata. Votare con questa legge criminale vorrebbe dire violare ancora una vota gli articoli 56 e 57 della Carta costituzionale, per i quali l’elezione delle Camere – deputati e senatori – è conseguenza di un voto espresso dai cittadini “a suffragio universale e diretto”. Testuale.
L’analfabetismo di ritorno, che è la principale caratteristica dell’attuale classe dirigente, impedisce alle cozze e agli scogli che hanno sconvolto le aule parlamentari che qualcuno ne faccia cenno, ma alla pagina 441 degli Atti della Costituente è riportato l’ordine del giorno Ruini, approvato dall’Assemblea Costituente, che suona oggi come un severo monito della storia: “L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale”.
Nemmeno nel peggiore degli incubi Ruini avrebbe immaginato che a poco più di settant’anni, una legge “porcata” avrebbe espropriato i cittadini dell’espressione diretta del suffragio, per consentire la sopravvivenza d’una cozza avvinghiata allo scoglio del potere. Tocca a noi dire no a questo sconcio e se Bossi dovesse provare a suonare le trombe, faremo in modo che diventi sordo al suono delle nostre campane.
Berlusconi perdona: poca spesa e molto guadagno
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Berlusconi, Bersani, Casini, Catullo, Cesare, D'Alema, Fede, Gelmini, Minzolini, Romolo e Remo, San Pietro, uomo di Arcore, Vatinio, Vespa il giorno 23/12/2009 | 10 Commenti »
Berlusconi, annotano Vespa e soci per la futura “vita del santo martire“, perdona lo “squlibrato” e non c’è dubbio, l’investimento è buono: poca spesa e molto guadagno. L’uomo di Arcore capitalizza l’indulgenza – i papi ci costruirono San Pietro – ignora, per il momento, la zelante richiesta d’una legge che impedisca ai monumenti di volare – l’aveva sibilata prontamente l’avvocato Gelmini – e si contenta della crociata televisiva di Fede, Minzolini e compagnia cantante. Al tirare delle somme, per un’ammaccatura sempre più chiaramente provvidenziale, il futuro beato intasca inchini e riverenze d’una opposizione vestita Bersani, targata D’Alema e maritata Casini, colta a metà del guado in un balletto osé tra riflessioni universali sull’inciucio produttivo, calcoli da pallottoliere sulla resa elettorale dell’antiberluscnismo, e il “centomilesimo ultimatum” all’amico-nemico Di Pietro.
Questi tempi viviamo e ognuno ha il Cesare che s’è guadagnato. Quello antico e romano affidò nome e onore alla limpida grandezza dei “Commentarii“, al “veni, vidi, vici” con cui stupì il Senato e andò incontro al pugnale mentre riformava profondamente la società e il modello di governo repubblicano. Nessuno saprà mai con certezza se lui fu il rinnovatore e Bruto e Cassio i conservatori o viceversa, ma non ci sono dubbi: ebbe nemici e ne fu consapevole. Gli epigrammi di Catullo consegnavano alla storia un’immagine bieca di lui e dei suoi amici “opprobria Romulei Remique“, “disonore di Romolo e di Remo“, per cui veniva voglia di morire: Quid est Catulle? quid moraris emori?“, “Che c’è Catullo? A che tardi a morire? / [...] per governare spergiura Vatinio / Che c’è Catullo? A che tardi a morire?“. Parole sanguinose, ma Cesare non intervenne, “perdonò” e lasciò che parlasse per lui la sua vita anche quando il grande poeta lo sfidò apertamente: “Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere, / nec scire utrum sis albus an ater homo” – “non mi sforzo di piacerti, Cesare, / né di saper se uomo sei bianco o nero“.
Ahimè, a noi il perdono viene da Bossi e Berlusconi e, quel ch’è peggio, ci tocca sperare che da questa tragedia ci tirino fuori D’Alema e Bersani. Una cosa davvero preoccupante. “Amicos medicosque convocate: / non est sana puella“, direbbe Catullo, “I medici e gli amici convocate / la ragazza sta male“.
E mal gliene verrebbe: le aquile di “sinistra” lo trascinerebbero in tribunale.
Uscito su “Fuoriregistro” il 23 dicembre 2009.
Berlusconi: giudici e delinquenti
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Benedetto Croce, Berlusconi ferito, Bresci, Bruto, Cassio, Cesare, Giolitti, Giovanni Bovio, Umberto I il giorno 14/12/2009 | 1 Commento »
Ogni storia è contemporanea. Si può discutere sul significato profondo dell’affermazione, ma non è facile negarlo, Benedetto Croce, moderato, monarchico e liberale, ne ha fatto l’asse portante d’una lucida e moderna filosofia della storia. Alla luce di questo principio, non fa meraviglia se Giolitti, liberale anch’egli e protagonista della nostra vita politica nel primo Novecento, parli oggi alla nostra coscienza come il “contemporaneo” d’ogni tempo: è l’uomo che, di fronte ai ripetuti colpi portati allo Statuto, alle inaccettabili violazioni dei diritti delle masse lavoratrici e al gretto e miope egoismo di classe di gran parte dei ceti dirigenti, ammoniva la borghesia sui rischi concreti d’un violento scontro sociale. A leggerlo oggi, il suo pragmatico invito alla moderazione, quello d’uno statista che si vuole “burocrate“, pare tanto più forte, quanto più chiaramente risulta figlio d’una lucida visione filosofica della dinamica storica: il disagio ignorato e i diritti negati producono esiti fatalmente violenti.
Oggi lo sappiamo: la risposta fu lenta, gli interessi particolari continuarono a prevalere su quelli generali e si venne al muro contro muro. Non farò il marxista. Lo sconsigliano i tempi e la circostanza. Dirò solo che Giovanni Bovio, anch’egli liberale come oggi passa per essere la stragrande maggioranza del Parlamento, aveva già provato a ricordarlo: da troppo tempo ai bisogni concreti delle masse rispondevano la forza e un silenzio ottuso e pericoloso. Fuori dei palazzi del potere, l’idea socialista chiedeva in tutti i modi ascolto, ma nei tribunali, ove un’ipocrita menzogna sosteneva l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, Bovio aveva dato voce ai deboli: “non vi neghiamo i tributi e la difesa, chiediamo però invano che rimuoviate gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e sterile per noi. Non fateci dubitare della giustizia. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi, di noi stessi temiamo e ci volgiamo a chi ci chiama fratelli: noi fummo nati al lavoro e, per carità di dio, non fate noi delinquenti e voi giudici“.
Tutto risultò inutile e, senza che nessuno potesse più evitarlo, Bresci giunse a levare la sua mano armata. Solo allora, solo dopo il disastro, Giolitti trovò ascolto e la corona troncò gli oscuri legami e i turpi maneggi. Muro contro muro, però, Umberto I s’era spinto sulla via dei tiranni e la storia degli uomini non si gioca sulle dichiarazioni ipocrite. Oggi si sa: egli stesso fu il mandante morale del suo tirannicidio. Le alterne vicende della storia si misurano sui tempi lunghi dei cicli di Vico ma, per buona sorte, le buffonate di velinari, pennivendoli e servi sciocchi hanno respiro corto e finiscono presto nell’ombra eterna del nulla. Ciò che rimane vivo è il corso tragico degli eventi. Le lame di Bruto e Cassio sembrarono sul momento semplicemente – e semplicisticamente – delitto, ma lasciarono invece alla riflessione storica il drammatico e ineludibile dilemma della scelta tra l’ethos della vita e quello della libertà. Non si inganna se stessi e lo sappiamo bene: guai a quel popolo malaccorto che non s’avvede d’esser già davanti ai due corni del dilemma. Non ha più salvezza da sperare.
Uscito su “Fuoriregistro” il 15 dicembre 2009
L’ala spezzata
Postato in Radici, tagged Catullo, Cesare, Colombo e l'India, Fuoriregistro, Orazio, Ordine Cronologico, Ordine logico, pazzia, Tempo e Spazio il giorno 23/03/2009 | Lascia un commento »
Il tempo e lo spazio hanno valore davvero soggettivo. Accade così che un episodio marginale, il sospiro di un istante venuto su dal profondo, là dove l’esistenza può sembrare periferia, lasci talvolta il graffio che ci scava dentro per il resto dei nostri giorni. Anni interi, vissuti nei luoghi centrali e canonici della nostra vita, possono invece passare – e di fatto talvolta passano – scivolando su di noi come acqua su roccia impermeabile, senza saziare alcuna sete: servono tutt’al più a scavare, entro la resistenza gelosa di un sentimento di libertà che inconsciamente si oppone, i lunghi e profondi canali destinati a produrre rotture dolorose e meandri bui. Gli abissi nei quali ci perdiamo tante volte quando ci guardiamo dentro, a mano a mano che invecchiamo. Di tutto questo non avevo cognizione – e non potevo averne – a diciassette anni, allorché un improvviso bisogno di guardarmi dentro mi indusse a tentare il primo, precoce bilancio della mia vita e vidi profilarsi all’orizzonte un crocevia confuso in una nebbia putrescente che mi sembrò subito mortale. Così, nonostante i molti anni trascorsi, mi pare di ricordare oggi che leggo la mia storia sulle pagine indurite della memoria e, mentre il tempo trascorso sfronda il superfluo, nel rapido rincorrersi e sorpassarsi dei giorni, riconosco il ripetuto dissolversi del presente invecchiato e ridotto a passato e l’illusione tenace che il futuro verrà.
Illusione – ora so – perché tutto il futuro di un uomo abortisce sulla soglia impalpabile del tramonto di un giorno che termina, proteso verso l’alba di un suo ignoto fratello che nasce, ancora nasce, e non ha scampo: è l’ennesimo presente che diverrà passato aspettando il futuro.
Così accade sempre.
Tutto il futuro di un uomo resta fuori del tempo e la condanna è spietata: vive in potenza e non si fa mai atto. Mai. Nemmeno una volta.
Non si vive il futuro e tutt’al più si sogna. Ma nessuno scrive la storia dei sogni e il sogno non ha tempo.
Così, ripeto, mi pare che sia stato, oggi che racconto, perché in qualche modo ho appreso, in qualche modo ora so, che se talvolta, camminando lungo il tempo che ti è dato, ti pare di vedere non lontano da te uno snodo cruciale della tua vicenda, il crocevia su cui forse la tua vita può mutare d’indirizzo, il peso del passato fa velo all’intuizione e tu ti perdi: il futuro non c’è. Non lo trovi, non sai come si viva e se pure, a furia di cercarlo, lo senti a portata di mano, fai per acciuffarlo, t’affanni e credi di averlo in pugno, è un fantasma: svanisce o conduce per l’ennesima volta la tua caravella nell’America che non volevi. Come fossi Colombo, nella vita superi navigando le tue colonne d’Ercole sempre e soltanto per cercare l’India. E l’India non c’è mai, così che tutto è vano: muti inutilmente la rotta, inutilmente torni indietro e inutilmente cerchi nell’Oceano tutto uguale. Perdi tempo: il futuro è già passato. Ancora e sempre.
La vita va per altre vie. Ha bussole insondabili e spesso i fatti si succedono tra loro senza alcun rispetto della logica e delle regole del gioco.
Oggi lo so: la logica è una menzogna. Per questo metto insieme i tasselli scompaginati della mia vita – e le parole che la narrano – senza cercare il filo rosso delle successioni cronologiche. Se la logica è una menzogna, l’ordine cronologico è il succo della pazzia. Intorno ai diciassette anni, ma poteva accadere prima e dopo, quando la decisione di guardarmi dentro annunziò il mio primo faticoso bilancio, al tirar delle somme, ciò che davvero cercavo era di fare una foto al mio futuro. Ne ricavai ovviamente un’immagine sfocata, eppure ancora oggi che i decenni trascorsi stanno a guardia delle antiche emozioni, indicibile mi pare che sia stata la subitanea ripugnanza che mi procurò. Inspiegata e confusa, devo dire, ma ripugnanza.
Indiscutibilmente.
Quella sola immagine sfocata e malferma, quell’idea vaga e tuttavia sconvolgente che ne derivò mi convinse definitivamente. Indietro non sarei tornato. Decisi: odiavo il mio futuro, odiavo la vita preparata per me senza ch’io consentissi.
La odiavo. Una vita che del mio consenso non aveva nemmeno bisogno: come amarla o accettarla?
Mi preparai così ad una terribile e disperata battaglia: nessun cambiamento potevo sperare senza aver combattuto feroci e decisive battaglie. Era evidente. La foto sbiadita mostrava nitidamente tutto ciò che bastava: da anni mi trovavo per caso tra la gente, con la vita programmata secondo misure uniformi nel tempo e nello spazio. La famiglia, sebbene messa veramente male, la gerarchia e l’ubbidienza erano stati articoli di fede nel cuore dell’infanzia e le domande, più volte ripetute, non avevano avuto mai risposta. Su tre dogmi si erano a poco a poco inseriti postulati e corollari. Nessuna spiegazione: la verità è di per sé evidente e non si discute, sicché con le preghiere la bibbia laica aveva dettato anche le sue leggi. Ero in una gabbia invisibile fatta di obblighi non detti: ci aspettiamo da te. Tutto qui. Nessun comando, è vero, ma una pressione schiacciante. Totalitaria. Se deludi tradisci.
Il senso di colpa s’era fatto strada opprimente, a mano a mano che dentro maturavano rifiuti. L’autorità di mio padre era solo prepotenza, l’amore per mia madre un’atroce impotenza.
Mia madre.
Il progressivo spegnersi della sua dolcezza faceva strada ad un rancore irascibile e si annunziava a tratti in un’ombra tagliente negli azzurri occhi lucenti un po’ più stretti ogni giorno, un po’ più tesi – ed uno più piccolo dell’altro, vivo di vita propria in disaccordo con l’altro, come rispondesse ai comandi d’un altro cervello – in un inconsulto ed incomprensibile adirarsi che avrei presto imparato a conoscere. Nelle sue parole, nei suoi movimenti, persino nei suoi silenzi non sentivo più l’antica richiesta di aiuto – o di complicità, come pure era stato talvolta – ma irrequieta separazione, resa senza condizione a nemici ignoti nati entro il petto ancora florido che seguiva un moto del respiro anomalo, entro la testa ancora bionda coi capelli naturalmente ondulati e però più indocili, nemici ignoti, gnomi insinuanti, invisibili erinni ed una folla oscena di comparse laide che le urlavano ossessive le trame d’un inganno cui prestava un ascolto oraaddolorato, ora compiaciuto che la faceva annuire, come per qualcosa giunta a conferma di una ipotesi che infine si verifica esatta.
Tutto fu repentino e brutale, tutto volle dire chiusura. Persi in quei giorni la parte di sorriso che guarda al sole, e non l’ho ritrovata.
Da tempo mi portavo dentro il malessere della matematica alle ultime ore. Le ore in cui mi trinceravo all’ultimo banco, sbaraccando dal primo con la morte nel cuore. Per vincere la disperazione, interrompevo il contatto col mondo e mi perdevo tra accenti e sillabe di endecasillabi senza rima e vi stringevo puntigliosamente i candidi soles perduti di Catullo, che avevo eletto in quei mesi – ed ancora è con me – a mio antenato diretto e a nume tutelare di un cammino che non conoscevo. Quel giorno era andata peggio del solito. M’ero cercato apposta, dopo Fabullo “et omnibus cachinnis”, Catullo sprezzante con Cesare – posso ancora citarlo a memoria e non sbagliare il distico che mi affascinava, quel nil nimium studio, Caesar tibi velle placere, nec scire utrum sis albus at ater homo – e mi studiavo di trovare il ritmo più giusto e sorridevo persino, immaginando Cesare furioso, quando la mano tozza e pelosa del professore di matematica si posò sopra il foglio orgoglioso e fu la fine.
Lesse le prime parole ad alta voce e rinunziò a tradurre. Portò la mano melodrammatica alla fronte, usò toni comprensivi per la mia “discutibile abitudine a interessarmi di latino nelle ore di matematica”, ma, sostenne, “non potevo non essere d’accordo lui”: era l’ennesima prova di un mio “errore di valutazione nell’aver voluto frequentare il suo liceo scientifico”. Si fermò, attese una reazione che non venne, poi mi informò che tutti i miei compagni si stavano preoccupando di capire se “le leggi che governano la sfera si applicano anche al punto”. Passò infine all’attacco e domandò seccamente:
- Cosa pensa in proposito il suo Orazio?
I futuri scienziati della borghesia misero sul viso impaurito la maschera della neutralità: non intendevano immischiarsi, e pensai fosse giusto. Il silenzio che seguì fu innaturale. Il professore aveva ancora in mano il foglietto fitto dei miei tentativi di traduzione ed il prezioso e squinternato Stampini, acquistato per tre soldi da un ignaro robivecchi. Il colletto della camicia floscio e spiegazzato, la cravatta filiforme dal nodo appena abbozzato, gli occhiali doppi, i pochi capelli tirati all’indietro e il senso di sporcizia che ispirava il suo corpo tozzo mi si paravano davanti ostili e scostanti. Valutai gelidamente se valesse la pena di rispondere. Decisi che era giunto il momento di parlare e mi affidai all’istinto rabbioso che montava da dentro. Guardandolo, mi sembrò di vedere mio padre – era andata così dalla prima volta – e quel foglio che mi apparteneva portò il sangue alla testa.
- Catullo – cominciai lentamente, togliendogli dalle mani prima il foglio poi il libro – Catullo in tutti i licei, tranne che nel suo. Il punto diceva? Non ha dimensioni – e parlavo ormai come a me stesso – Come lei – sillabai – non ha dimensioni. Direi di no, direi che le leggi che si applicano alla sfera non valgono per il punto. Sarà certamente così e si potrà certamente sostenere anche il contrario. Lei non mi fa mai una domanda che prevede una sola risposta. Ce ne sono almeno due, sempre. Io ne trovo una e lei tira fuori l’altra. Orazio però non è Catullo e le cose stanno così: lei è un ignorante e un prepotente. Come uomo, professore, lei non vale nulla. Esattamente nulla.
Mi chiese di seguirlo in presidenza.
Lo spostai lentamente con la mano.
Arretrò senza contrastarmi, mentre mi avviavo alla porta. Uscii senza voltarmi e non mi fermò. Ora balbettava, consigliandomi di non farmi trovare in classe nelle sue ore.
- Non ci sarò – replicai – stia tranquillo.
Decisi per strada: basta con la scuola.
Non potevo certo saperlo, ma poche ore dopo avrei trascinato mia madre in manicomio.
Negli anni che sono seguiti, ho provato mille volte a ripercorrere la strada che feci tornando a casa quel giorno. Non ci sono mai riuscito.
Uscito su “Fuoriregistro” il 20 maggio del 2003
“Solo un marocchino…”. I mandanti morali? Cercate in Parlamento
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Beccaria, cavour, Cesare, Cicerone, diritto di morire, Fuoriregistro, Guidonia, indiano bruciato. "solo un clandestino", Lampedusa, libera chiesa in libero Stato, linciaggio, moschea diritto di pregare, Nettuno, Verri il giorno 04/02/2009 | Lascia un commento »
|
Legge dopo legge, decreto dopo decreto, un popolo che ha avuto nella sua storia Verri e Beccaria va a lezione di democrazia dai “pericolosi clandestini che trova normale chiudere in un campo di concentramento a Lampedusa, in nome evidentemente dell’accoglienza e di una storia d’emigrazione che al mondo probabilmente non ha pari. |
Uscito su “Fuoriregistro” il 4 febbraio 2009
Il rumore del mare
Postato in Radici, tagged Achille, Andromaca, “Aragno”, Cesare, Ettore, Forcella, Fuoriregistro, Sant’Agostino alla Zecca il giorno 20/01/2009 | Lascia un commento »
Una vita “recitata” fuori dei teatri, da spettatori che s’improvvisano attori è un fenomeno banale, un inganno comunemente accettato, una maniera d’essere. Negare di aver recitato da professionisti su tavole di palcoscenico può apparire agli spettatori un’intollerabile violazione delle regole, una diversità sediziosa, un disordine inaudito: mia madre negò, disordinata e diversa, e gli inesorabili ammiratori sparirono.
Apparentemente impassibile, ella tenne però lealmente fede, con coerenza destinata ad apparire poi patologica, ai patti scellerati siglati con le nozze, che già sono in fondo commistione sciagurata di sentimenti e legge: abbandonò il teatro, secondando l’orgoglio geloso e improvvido di mio padre, si violentò come e quanto le fu possibile e si calò in un ruolo che non sentiva. Recitava la vita: una fatica mentale che non conobbe pause e la stremò.
Teatrante d’istinto, visse da quel momento su un palcoscenico senza luci, e si fece sicuramente del male, perché, di norma, accade il contrario: ci percepiamo – e forse siamo – come luce nel buio. Mia madre sentì invece di essere un cono d’ombra imprigionato in una compatta massa di luce, materia irrimediabilmente spenta nella notte dell’universo, buio costretto in una gabbia fosforescente, buco nero nel cuore d’una stella nova, menzogna oscura che non può sperare riscatto dalla confessione. Senza possibilità di provare, non apprese mai bene l’ingrata parte che si era scelta per il resto dei suoi giorni e presto disperò. Avrebbe potuto rifiutarsi d’invecchiare, restar giovane dentro, dar battaglia. Non tentò. Accettato per illusione d’amore – e come, se non per amore, si potrebbe sottoscrivere un accordo che ci schiavizza? – rifiutato ben presto per insopprimibile bisogno di libertà, quel ruolo la indusse infine a sdoppiarsi e fu recitato, sul piano emotivo e psicologico, in termini di paranoia. Sono casi ben più frequenti di quanto si creda e non c’è scampo: se la libertà rende umano l’amore, l’amore per la libertà spinge agli estremi: per desiderio di libertà il pugnale riottoso di Bruto si levò su Cesare amato ed Ettore si separò dall’abbraccio struggente di Andromaca per andare incontro alla morte in attesa dietro Achille insanguinato. Dall’insostenibile scontro tra amore e libertà due donne nacquero nella testa sventurata di mia madre, l’una nemica dell’altra, desiderose reciprocamente di sopprimersi, ma consapevoli di poter solo vivere assieme o assieme sparire. Con sorprendente duttilità quel povero cervello, confuso e presto mortalmente stanco, costretto dal bisogno di regole, seppe darsi un’organizzazione dicotomica, in cui gli opposti convivevano e gli eccessi si toccavano. Un circolo vizioso, un andamento schizofrenico che solo la rottura del contratto avrebbe potuto interrompere. I tempi però non erano adatti a rotture di quella natura e solo i cattolici ricchi, o i clienti di prelati influenti, potevano sperare in una libertà riacquistata al prezzo fissato dalla “Sacra Romana Rota”, non per divorzio, s’intende, ma per bizantinismi procedurali che “annullavano” ad un tempo nozze, contratto e sacramento. Mia madre, cattolica povera e senza patroni, non poteva contare sulla Chiesa, non aveva forze bastanti ad affrontare l’immancabile condanna sociale, e non intendeva fare del male ai suoi figli. Danni in realtà ne faceva, numerosi, reiterati, gravi e irreversibili, ma non ne aveva alcuna consapevolezza: pensava che bastasse esserci perché i figli diventassero praticamente invulnerabili. Ridotta allo stremo, si smarrì sul suo palcoscenico senza luci, dimenticò di possedere ancora la chiave della sua prigione e lentamente cominciò a pensare che i carcerieri fossero fuori di sé. Dapprima senza volto, poi fantasmi più o meno noti che le agitavano le notti, gli aguzzini si moltiplicarono, assunsero identità e volti noti, si fecero massa, folla di visi identici, umanità di sosia: da un lato un’innocente incatenata, dall’altro un’infinità di guardie carcerarie.
In quanto a mio padre, in teoria avrebbe potuto restituirle la libertà rubata e forse l’avrebbe fatto, se il fascismo non gli avesse fatto pagare sino in fondo le “colpe” di mio nonno. Costretto dalla miseria a combattere per la vita, era destinato invece a perdersi fatalmente in quel micidiale labirinto. Alla libertà di mia madre, comunque, non intendeva e non intese mai sacrificare il suo orgoglio di maschio. Groviglio inestricabile di contraddizioni, come accade assai spesso agli insicuri, non seppe mai pensare in prospettiva larga e, senza cogliere la differenza profonda che corre tra forma e sostanza, non ebbe mai dubbi: scelse la forma. Così – figlio d’antifascista – era riuscito a non iscriversi al partito fascista e sembrava avesse il culto della memoria del padre. Di fatto, aveva in odio gli antifascisti perché era monarchico e mostrava disprezzo per i partigiani. Per lui “Aragno” non fu mai roccaforte di democrazia – come l’aveva sognato suo padre – ma l’agiatezza che la storia gli aveva sottratto, sicché la lezione, male appresa, si ridusse ad un mito fuori dal tempo, la cui sola concretezza si chiamava coraggio. Ed era coraggio fisico, non tempra morale. Anni dopo, poco prima che morisse, nelle discussioni finalmente serene che ci accompagnarono lungo la via di una separazione stavolta definitiva e senza rimedi, ridotto ad un vecchio cieco e sofferente, colse lucidamente le contraddizioni che ne avevano regolato i comportamenti e confessò: il nonno era stato per lui un simbolo di libertà, ma spesso la libertà gli era sembrata causa di disordine; lo aveva amato ma non ne aveva compreso le scelte; ne era stato orgoglioso, ma ne aveva avuto anche vergogna. Il passato aveva avuto un peso determinante sulla sua maniera di essere padre, ma ad un certo punto della sua vita, chiedendomi di ritrovarne le tracce e di spiegargli chi era suo padre, aveva inteso gettare un ponte tra noi che ci stavamo separando come due nemici. Io, che pure avevo ormai un figlio, non l’avevo capito, ma non pensai mai di scusarmi. Gli dissi quello che mi pareva più onesto e vicino alla verità: avevamo sbagliato entrambi, forse perché sulla nostra testa erano passati eventi che non avevano consentito scelte. Ci eravamo fatti molto male, ma senza premeditazione, ci eravamo arroccati ognuno a difesa del suo modo di affrontare la vita, ma non c’erano vincitori e vinti. Il mondo se n’era semplicemente andato da un’altra parte. E’ strano come gli anni e le sconfitte ci insegnino a parlare un linguaggio comune e suggeriscano alla comunicazione soluzioni imprevedibili. Ma tutto era alle nostre spalle e a nulla c’era più rimedio.
Prigionieri, ciascuno a suo modo, delle loro storie personali, degli schemi e dei pregiudizi sociali, i miei genitori vissero tristemente in un mondo senza colori, in un cielo senza stelle; condussero la loro navicella nel mare eternamente tempestoso in cui la famiglia nel nostro paese si sfaldava e navigarono a vista sul filo della corrente, senza bussola, senza vele, senza motore o remi. Mia madre mise in scena la sua tragica rappresentazione, fu moglie fedele e frigida amante – incurante della sottigliezza delle pareti, mio padre glielo rimproverò furibondo mille volte nei notturni litigi – e visse per i figli, con dedizione assoluta, che dava per scontata una solidarietà totale e senza condizioni. Con una mano dava tutto ciò che aveva, con l’altra prendeva – anzi pretendeva – tutto ciò che avevamo. Ne era fermamente convinta: ciò che dava era dono d’amore, che non consentiva rifiuto; ciò che prendeva era invece il religioso sacrificio dovuto alla maternità dalle leggi del sangue e della tradizione morale. Essere madre, quindi, imponeva una dedizione totale, ma garantiva diritti illimitati, sicché, per un figlio, dissentire significava tradire. C’era in tutto questo una ferocia indicibile, un illimitato egoismo, eppure, per ragioni misteriose, legate probabilmente ad insondabili processi psichici, per anni fu passione senza limiti capace di riempire ogni vuoto.
Com’ è naturale, il labirinto nel quale ben presto ci perdemmo io, mio fratello e mia sorella, nati con scadenza biennale nonostante il calore dell’inferno in cui eravamo finiti, divenne col tempo un terrificante campo di battaglia. Miscugli di bianco e nero e malinconiche scale di grigi opachi e retinati si sostituirono ai colori della fanciullezza ed un’ansia incombente e maligna produsse osservazioni faticose, comportamenti e pensieri da adulti. Presto la nostra infanzia si ammalò. Ciò che ne rimase – va sempre così in un conflitto e bisognerebbe ricordarlo – non trovò mai più considerazione o rispetto. Come appare talora nei documentari girati in zone di guerra, nel fuoco dello scontro fummo tutti soldati. La mia condizione poi, se possibile, fu resa ancor più difficile dai ruoli che un tempo la famiglia assegnava ai suoi membri; a due anni, un istante dopo la nascita di mio fratello, ed ancor più a quattro, quando nacque mia sorella, mi affidarono supplenze e responsabilità di comando. A seconda delle necessità, la primogenitura mi costò mansioni da aiutante di campo, furiere, portantino e sentinella, cui si aggiunsero ben presto, in caso di estrema necessità, quelle di vivandiere per i “più piccoli” che dovevano mangiare. Nelle famiglie della mia infanzia che prima del divorzio – nessuno se ne ricorda ma è così – andavano avanti con la sofferenza acuta dell’ineluttabile e la rassegnazione che ti insegnano le cose che non possono cambiare, primo figlio significava disciplina. L’anelito di libertà che mi porto dentro da quando ho memoria di me, si accompagna sempre al ricordo di rinunzie dolorosissime e responsabilità precoci, non ultime, quelle derivate dalla disgrazia di esser nato per primo. Cedere nelle liti, badare prima agli altri e poi a me stesso, dare il buon esempio e comportarmi da uomo: una condanna senza appello e, per certi versi, senza fine.
In tanto sfascio, e nonostante l’infinita confusione, le sfere di competenza furono sempre d’una estrema chiarezza. La passione per la lettura e la fede nelle virtù emancipatrici della cultura, ad esempio, fecero di mia madre il riferimento costante della mia crescita culturale. La scuola ed i nostri studi erano un suo indiscusso territorio. E lo difese con grande dignità. Ricordo come fosse oggi il suo disperato coraggio. Puttana per definizione – tali erano per la gente di Forcella tutte in solido le attrici – e ostentatamente tollerata, come educatrice fu bocciata dal clan: debole, anzitutto, molle per la sua cultura da autodidatta e, ciò che più conta, pericolosa per il suo passato. Con scuse maligne le fui strappato. Giorni, settimane, mesi, ospite della nonna paterna per mia libera scelta – una menzogna che intimidito e plagiato confermai spesso quando mia madre protestò smarrita – nella sostanza rapito, consegnato all’economia del vicolo e destinato a “diventare uomo” nella Forcella dei camorristi. Mia mamma veniva a farmi visita, controllata a vista, si ribellava invano, poi andava via sconfitta e pensierosa. Ogni volta era peggio: mentivo e avevo la morte nel cuore. Mettevo radici dove un balcone si affacciava sul breve rettilineo in salita su cui si muoveva la figura snella e graziosa di mia madre e non mi muovevo nemmeno quando spariva, svoltando verso i seicenteschi palazzi di via dei Tribunali a Sedil Capuano. Ho pianto più volte avvinghiato alla ringhiera di quel balcone, senza aver voglia di rientrare, di giocare, di andare avanti, convinto di essere un vile e di meritarmi castighi anche peggiori. La sera stentavo ad addormentarmi in un letto estraneo che nulla valeva a riscaldare, né giocattoli, né carezze, né attenzioni. Pregavo la notte, come m’aveva insegnato mia madre, e domandavo ad un Signore in cui sentivo di non credere, di non aver pietà, di farmi soffrire tutte le pene dell’inferno, perché non avevo il coraggio di chiedere di tornare a casa, di dire che mia madre e mio fratello mi mancavano terribilmente. Dio naturalmente non s’interessò mai al mio caso – non s’interessa ai casi di nessuno – e non ricevetti altri castighi. Un giorno che l’apatia era al culmine e sognavo di morire, mi trovai non so come al muro di tufo che chiudeva il vicolo di Sant’Agostino alla Zecca scosso anni prima da bombe “alleate”, oltrepassai il piccolo arco che forava il muro come un occhio cavo e mi sentii prendere per mano. Tremavo, mentre mia madre mi portava a casa senza parlare, col bel volto pallido d’emozione, col seno ansimante come per una lunga corsa, con gli occhi azzurri asciutti e leggermente stretti, col passo deciso di chi non torna indietro. Non chiesi nulla. Non ce n’era bisogno: stava sfidando i suoi terribili nemici e nessuno aveva osato fermarla.
Quella sera dormii a casa nel grande letto matrimoniale, nascosto nel suo seno. Mi addormentai nel cuore della notte, quando sentii che mio padre si stendeva al mio fianco. Era tornato a casa. Uno dei tanti ritorni che inutilmente sognai definitivo. La mattina dopo, mezzo addormentato, mi trovai addosso un grembiulino azzurro col suo fiocco rosso e tornai a scuola.
Quella sera, l’ho capito anni dopo, morì felice – fortunato e senza rimpianti – uno dei tanti scugnizzi di Forcella. Tutto ciò che di buono sono stato poi, poco o molto che sia, nacque quella sera. Una di quelle sere umide e buie che annunziano l’inverno.
Batteva il cuore di mia madre e la sua carezza nervosa mi metteva tranquillo…
Uscuto su “Fuoriregistro” il 23 ottobre 2002

