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Archivio per la categoria ‘Storia’

In queste due vecchie foto sono ritratti il ferroviere Giuseppe Spina, assassinato a Napoli, in Piazza Mercato, il 1° maggio 1920 dagli squadristi di Padovani e Navarra, perché difendeva i diritti dei lavoratori, e Maria Berardi, anarchica e antifascista irriducibile che per tutta la vita subì la persecuzione dei liberali prima, dei fascisti poi. Chi ama la libertà e la giustizia sociale  rivolga loro un cenno reverente.
Non farà male a chi legge, poi, fermarsi a riflettere sulla grave crisi che attraversa oggi la nostra democrazia. L’ex comunista Bersani, infatti, trova normale far parte della maggioranza che sostiene il liberale Monti e l’ex fascista La Russa, eredi di quelle forze politiche che furono allo stesso tempo carnefici di Giuseppe Spina e carcerieri di Maria Berardi.

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Tra politica e storia il denominatore comune è l’uomo. Esistono perciò tra loro fenomeni di osmosi e canali di scambio che non è agevole individuare, ma sarebbe errato ignorare, a meno di non voler tornare alla “religione del fatto” e alla “histoire événementielle”; in altri termini, a una concezione della storia – e quindi della vita – che parte da un’astrazione – “i fatti parlano”[1] – e, portata alle estreme conseguenze, conduce a Fukuyama e ai sofismi sulla “fine della storia”[2]. L’uomo, si dice, è un animale politico, ed è vero: lo guidano bisogni, difende interessi e si scontra fatalmente con chi persegue obiettivi che possano recargli danno. Se nel suo percorso storico tendesse veramente a riavvicinarsi alle origini, come hanno sostenuto Fukuyama e soci, questo  non accadrebbe per l’affermazione di un incontrastato primato politico del capitalismo, ma per motivi diametralmente opposti; la proprietà privata, infatti, non nasce con l’uomo. Non è vero, quindi, che il “tornare alle origini” comporti l’estinzione delle cause di conflitto, così come non è vero che la somma degli eventi che costituisce il livello politico-economico della storia segua un percorso unidirezionale e tenda alla “perfezione”[3]. Fuori da astrazioni teoriche, funzionali ad una rappresentazione “palingenetica” del capitalismo e della democrazia liberale, prodotte ad arte dal revisionismo dopo la caduta del muro di Berlino, rimane vera l’affermazione provocatoria di Walter Benjamin, con la quale Marcuse chiudeva la sua riflessione sulla natura repressiva della società capitalistica: “è solo per merito dei disperati che c’è data speranza”[4].
A guardarla così, da questo punto di vista di carattere generale, l’idea di tornare sulle Quattro Giornate non per tentarne una nuova ricostruzione, ma per provare ad approfondire le ragioni della parzialità e del “minimalismo” della loro lettura ha una ragion d’essere e risponde alla crociana esistenza d’un “problema storico” che, peraltro, solo apparentemente è questione di storia locale[5].
Il carattere schiettamente “politico” degli eventi passati alla storia come “Quattro Giornate di Napoli” non sfuggì al maggiore Pietro Caviglia, testimone oculare e “comandante la divisione degli agenti di polizia” in servizio a Napoli nei giorni degli scontri coi “teutoni inferociti”[6]. Nel suo rapporto al Ministero dell’Interno – il solo documento ufficiale che ho rinvenuto dopo lunghe ricerche, probabilmente inedito e, ciò che più conta, scritto a caldo nell’autunno del ’43 – il maggiore, faceva significativi cenni alla “resistenza dei militari italiani e dei patrioti”, iniziata “subito dopo la divulgazione della firma dell’armistizio”, quando i soldati “tedeschi di stanza a Napoli iniziarono azioni di violenza e di soprusi ai danni delle Forze Armate e dei cittadini”. Sorvolando ovviamente sul suo passato fascista, l’uomo puntava il dito contro i vertici militari:

se le azioni […] fossero state organizzate e incoraggiate, scriveva, forse i tedeschi non avrebbero poi spadroneggiato nei giorni successivi e non avrebbero apportati tanti danni alla città e […] commesso tante stragi e rappresaglie”[7].

Come vedremo, la “mancanza di organizzazione” cui fa cenno Caviglia ebbe con tutta probabilità una sua ragion d’essere, e nacque da scelte chiaramente politiche. D’altra parte, politico è il contesto in cui maturano gli eventi: il disfacimento dell’Italia di Mussolini, con “gli sparuti nuclei di militi fascisti” che, per lo più, “senza fede e senza volontà combattiva, disertavano le file e le caserme” e partecipavano in minima parte alla “serrata lotta fra patrioti da una parte e […] soldati tedeschi dall’altra”, mentre “gli eserciti alleati premevano a Salerno e nella Penisola Sorrentina”[8]. Politico, e per giunta rilevante, il valore che il funzionario attribuiva alla “cacciata dei tedeschi”. La sommossa, scriveva infatti il Caviglia, “è valsa a risollevare il prestigio di questa nostra Italia in un momento così disastroso per essa e […] sarà certamente esempio per le altre città italiane ancora sottomesse al giogo tedesco”[9]. Sul tasto politico preme, del resto, tornando a quelle giornate e al loro significato profondo, un altro e ben diverso “testimone oculare”, Corrado Barbagallo, storico professionale formato alla duplice scuola del marxismo e delle scienze sociali, che per primo – e con gli strumenti di una consumata esperienza di studioso – racconta gli eventi che sono svolti sotto i suoi occhi in una tragica ma esaltante successione. Politico nel senso alto della parola, politikòs, in quanto proprio del cittadino, ma anche in quello più particolare e contingente di “fatto che si contestualizza” nello scontro tra interessi contrapposti che, se guardano lontano e tentano di prefigurare il “Paese nuovo” dopo il fascismo, risentono, tuttavia, delle necessità del momento. Quelle con cui si fanno i conti e si scrive la storia non meno che alla luce dei principi e degli ideali politici.
C’è un governo – osserva Barbagallo – quello di Badoglio, il quale ha mostrato “tendenze che ben difficilmente potrebbero definirsi democratiche”,[10] e dietro il governo vi sono forze che non si sono accorte – o fingono d’ignorare – che

al colpo di Stato del 25 luglio si era giunti non per volontà di un monarca o di pochi uomini, ma per l’eloquenza della pacifica rivolta della stragrande maggioranza del paese, la quale […] reclamava con i modi più aperti, o nelle maniere più silenziose, ma egualmente significative, un cambiamento di rotta”[11].

E’ un governo che non teme la ripresa fascista, ma tiene in gran “sospetto tutte le dimostrazioni di popolo” e avversa soprattutto “quella corrente politica che si intitola del comunismo […] della cui natura e delle cui tendenze i governanti non hanno alcuna cognizione”[12].
Come Caviglia, anche Barbagallo accenna, quindi, ad una sostanziale unità tra le classi sociali, registrando un’irrimediabile frattura tra i nazisti e “l’enorme maggioranza dei burocraticamente iscritti all’ex partito fascista”, ormai “fino al massimo limite possibile, concordi nel volere una sola cosa: la cacciata dei tedeschi”[13]. Pur nell’immediatezza della ricostruzione, tuttavia, il grande storico coglie lucidamente la precarietà di quell’armonia d’intenti che produce l’eroica sommossa, supera valorosamente l’esame sanguinoso delle armi, ma – drammatico anticipo della sorte che toccherà alla guerra di liberazione che l’insurrezione per molti versi inaugura – s’impania nei giochi nascosti, negli occulti maneggi e nei compromessi talvolta necessari, ma non sempre di alto profilo tra parti politiche che giocano ognuna la propria partita.
Certo, lo studioso non ha a disposizione alcuna documentazione, ma intuisce che la frattura aperta nel paese dal crollo del regime è molto più profonda di quello che appare in superficie e i problemi cui far fronte, mentre la guerra è persa e il sistema politico si disintegra, ricordano paradossalmente alcune delle cause che condussero all’affermazione del fascismo: i costi della crisi del dopoguerra in un paese a capitalismo malato, il violento scontro di classe che alla lunga potrebbe derivarne e, sul terreno internazionale, il confronto tra capitalismo e socialismo reale che minaccia di assumere i lineamenti di uno scontro e condurrà ben presto alla guerra fredda. In realtà, se alla base della piramide sociale, l’unità, per quanto fragile e precaria, ha una ragion d’essere e una sua immediata e reale consistenza, al vertice si lavora soprattutto per garantire la “continuità dello Stato” e, con essa, i privilegi e il ruolo sociale della borghesia medio-alta, delle élites economiche, dei gradini elevati della gerarchia burocratica, largamente compromessi col regime, ma consapevoli che l’effettivo bisogno di unità, mettendo in stallo le sinistre, potrebbe consentir loro di  recitare la parte decisiva di interlocutori privilegiati di vincitori, ai quali li lega un forte interesse comune: la necessità di impedire che una vittoria “militare” delle classi popolari si trasformi in un successo politico delle sinistre, genericamente identificate come “comuniste”.
Non è un caso, del resto, che a due mesi dalla rivolta, il 30 luglio del 1943, quando il timore di una reazione del regime al colpo di Stato si rivela infondato e “i gerarchi e i fascisti militanti non hanno più dato alcun segno di attiva reazione, tale è la prostrazione morale in cui si sono abbattuti”[14], il questore Lauricella sia preoccupato soprattutto perché “da un giorno all’altro […] ognuno si credette libero di manifestare le proprie idee e di propagandare i propri principi politici, siano essi socialisti, cattolici, liberali, comunisti e anarchici”[15]. Si potrebbe pensare che il questore tema gli effetti d’una inusuale libertà, e distribuisca equamente una generalizzata diffidenza; in realtà, le cose vanno molto peggio. La preoccupazione evidente di coprire ex camerati che, a dar retta al questore, non avrebbero “mai dato prova di fanatismo estremista” e sono ormai “convinti della ineluttabilità degli eventi da cui sono stati travolti e della impossibilità di una restaurazione sia pure lontana del regime fascista” non è, infatti, solo un pessimo viatico per il processo di cambiamento, ma il primo passo verso il limbo che precede il “riciclaggio”[16].  E non è tutto. Sono giorni di fuoco e, sebbene di armistizio non si parli, i segnali della rabbia tedesca e della sofferenza di una città che si prepara a reagire si annunciano chiari da mille particolari. Lo sanno, lo vedono bene le autorità militari e politiche, ma sono lì inerti e lasciano che la popolazione fronteggi da sola l’atteggiamento “sempre più tracotante delle truppe tedesche”[17]. Restano inerti, perché appare chiaro che quel “far fronte”, non nasce solo dall’istinto della sopravvivenza, ma anche da ragionamenti consapevoli della loro natura politica.

Gli incidenti provocati dai militari tedeschi – è sempre il questore che scrive tra agosto e settembre – assumono ogni giorno aspetti più gravi e contribuiscono a colmare quella misura che una volta passata potrebbe suscitare impensate reazioni. Tale stato d’animo della popolazione verso le truppe germaniche è, del resto aggravato dalla convinzione radicatasi in ogni cittadino che, appunto a causa della loro presenza sul nostro territorio, il nemico dimostra propositi oltranzisti nei nostri riguardi. Suscita speciale malcontento l’arbitraria occupazione di case, ville e aree private da parte di reparti armati tedeschi, i quali, senza alcuna autorizzazione o preventiva intesa con i Comandi italiani, e talvolta contro l’esplicito dissenso dei legittimi proprietari […] vi collocano mezzi di offesa e difesa, turbando la quiete degli abitanti che si vedono, pertanto, esposti al pericolo di offesa aerea nemica”[18]. 

L’attenzione del questore Lauricella, del prefetto Soprano e dello stesso governo Badoglio non è però focalizzata sul sempre più inevitabile scontro tra napoletani e tedeschi e sulle urgenti misure da prendere per affrontare l’alleato-nemico. Preoccupano il contenuto politico che acquista il malcontento, “l’intemperanza della stampa volta a eccitare gli animi”, gli “atteggiamenti improntati a odio di parte” di chi, reduce da galera e confino, diventa naturale punto di riferimento politico di una eventuale esplosione di rabbia popolare. Di qui – pare evidente – la scelta cinica, feroce, ma profondamente politica, di lasciar mano libera ai tedeschi, in attesa che battano in ritirata di fronte agli Alleati che avanzano, e di colpire invece la protesta che monta. Da un lato Badoglio – e i fascisti che con lui si riciclano – portano ramoscelli d’ulivo alla stampa, battendo sul tasto della “concordia degli animi nel supremo interesse della nazione in guerra”, dall’altra nega l’ascolto al popolo stremato, mette mano alle armi, fa fuoco e impone con le pallottole una “concordia” che a Napoli, Pozzuoli, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia lascia sul terreno morti e feriti. Una repressione determinata, talvolta spietata, che punta a intimidire la popolazione e a decapitare il movimento popolare, togliendo dalla circolazione le sue “teste pensanti”. Che la posta in  palio sia il “potere politico” appare evidente anche dalle parole con cui il questore denuncia “alcuni elementi locali già identificati e arrestati”. Essi, infatti, prosegue il Lauricella, che agiscono “evidentemente su mandato occulto di forze e partiti […] sperano di poter, attraverso rivolgimenti popolari favoriti dal generale desiderio di pace, dare la scalata all’agognato potere”[19].
Così stando le cose, appare subito chiaro non solo che eventuali insorti saranno abbandonati a se  stessi dalla classe dirigente che Badoglio va traghettando armi e bagagli nella “nuova Italia”, ma che, in piena coerenza con le convinzioni politiche che ne hanno guidato la propaganda durante il ventennio, un antifascismo di destra, moderato e pronto a sostenere la centralità dello Stato e delle sue Istituzioni – monarchia, esercito e gerarchie ecclesiastiche – agisce, opera e manovra alle spalle di quello che si può definire antifascismo di sinistra, che non è ancora ben organizzato nei suoi partiti storici e, soprattutto, è “popolare” nel senso più alto della parola: espressione delle culture politiche protagoniste della vicenda storica dell’Italia postunitaria, che il fascismo non ha avuto spessore culturale e forza politica sufficienti a cancellare e che tornano protagoniste a Napoli con la caduta del fascismo, in quel “laboratorio politico” in cui prende forma l’Italia repubblicana. Lo dimostrano non solo la continuità tra disegno politico dell’antifascismo moderato e azione del governo Badoglio prima, durante e dopo le Quattro Giornate, ma la “solitudine” in cui si trovano ad operare i combattenti e – perché no? – il destino storiografico dell’insurrezione, legato, come per una sorta di maledizione, alle foto di Frank Capra e allo stereotipo della città di plebe, che torna utile a tutti, tranne che ai combattenti e alla correttezza della ricostruzione[20]. Utile agli alleati che, sminuendone il valore politico, giustificano il loro attendismo e mettono al sicuro la loro immagine di “liberatori”, utile al Pci, che si contenta di registrare la presenza di qualche militante ed evita la spinosa questione dell’esito di una lotta di popolo vittoriosa senza la guida della “imprescindibile” avanguardia leninista, utile, infine, passata la bufera, per aprire le porte alle più svariate e parziali interpretazioni, figlie soprattutto di un uso pubblico della storia in cui, per dirla con Arfè, si sono distinti non solo i portabandiera del revisionismo, ma anche la “pubblicistica storiografica comunista” che per anni, “pur di non affrontare il nodo dello stalinismo nella sua interezza”, ha preferito “sottolineare le debolezze interne dell’antifascismo”. Per non dire di quella cattolica che “per parte sua, considera il capolavoro politico della Democrazia cristiana quello di aver saldato vecchio e nuovo”[21]. Il che, verrebbe da dire, non solo consentì a settori non trascurabili del fascismo di transitare impunemente nei gangli della repubblica antifascista, ma getta oggi non poche ombre su momenti cruciali della nascita della repubblica. Un danno così consistente, per tornare alla Resistenza nel Sud, che persino uno storico di valore indiscusso come Claudio Pavone, offre una lettura della Quattro Giornate incentrata “ancora una volta sulla lotta pro aris et focis e sulla considerazione che […] per la prima volta i lazzari si trovano dalla parte giusta”[22].
Messi a confronto, i documenti prodotti dall’antifascismo moderato durante il ventennio e quelli consegnati alla storia dalle autorità badogliane al momento dell’armistizio presentano affinità davvero significative. Movendo da destra, negli anni Trenta, un liberalismo che guarda lontano, lucido e pragmatico, che fa capo alla lezione di uomini come Lauro De Bosis e si raccoglie nelle file clandestine dell’Alleanza Nazionale di Libertà, si ancora a un punto fermo – “le dittature non sono eterne” – e guarda con occhio singolarmente acuto all’Italia che occorrerà costruire alla caduta del fascismo. “Guai a lasciare ai sovversivi il monopolio della lotta”, si legge nella propaganda che circola in città negli anni Trenta[23]. Il loro atteggiamento antimonarchico e anticlericale sbarrerebbe la via ad ogni efficace iniziativa politica. I nemici da battere, quindi, assieme al fascismo, sono la sinistra rivoluzionaria di classe e il rischio che lo scontro col fascismo si trasformi in lotta armata contro le Istituzioni dello Stato borghese.

Sarebbe una follia – scrivevano De Bosis e i suoi amici – disconoscere i seguenti fatti: la Monarchia con l’Esercito e il Vaticano con l’Azione Cattolica sono le due grandi forze che esistono in Italia. All’infuori del fascismo. Nessun dubbio che il Re ed il Papa non siano in cuor loro antifascisti; se finora hanno uno subìto e l’altro utilizzato il Fascismo, tocca a noi mutare […] quel gioco d’interessi, di timori e di speranze che fin qui determinarono la loro condotta politica […]. L’abbiccì della politica antifascista […] consiste nell’offrire alla Monarchia e al Vaticano il prospetto di larghi gruppi antifascisti e in pari tempo conservatori su cui appoggiarsi. […] Il Re significa l’Esercito […]. Il Papa […] l’Azione Cattolica. Essa è la più grande organizzazione fuori del Fascismo ed è latentemente antifascista. Al momento della crisi sarà un prezioso nucleo di azione non solo contro il Fascismo, ma contro possibili agitazioni comuniste sbrigliate dalla crisi stessa. E’ assolutamente necessario agire d’accordo e non contro l’Azione Cattolica”[24].

Come non pensare alla svolta di Salerno e alla pragmatica moderazione di Togliatti, e come, soprattutto, non cogliere l’affinità con le linee di fondo e i motivi ispiratori che guidano a Napoli le scelte della Prefettura nei giorni cruciali che preparano l’insurrezione? Giorni in cui, confuse ma presenti, prive di parole d’ordine aggreganti, ma spinte a crescere dall’incalzare degli eventi e da un incredibile bisogno di partecipazione, prendono corpo profonde istanze di cambiamento, un bisogno di democrazia, una volontà di emancipazione che si manifesta attraverso mille segnali: il 26 luglio esce e circola “Il Proletario”, un foglio che appare subito pericoloso alla questura; il giorno successivo, ad opera del “Gruppo Spartaco”, prende a circolare un manifesto per la pace e passano di mano in mano i volantini firmati “Popolo Libero Napoletano”. La risposta repressiva è immediata: il 16 agosto, mentre la mobilitazione dei lavoratori in sciopero all’Ilva di Torre Annunziata costringe la Direzione ad allontanare dalla fabbrica i più noti fascisti, il tentativo di invadere una sede del disciolto Partito fascista si conclude con la polizia che apre il fuoco e lascia sul terreno un ferito e un morto; due feriti si erano già avuti a Pozzuoli il 29 luglio, durante una manifestazione antifascista, altri due a Napoli il 3 agosto e ancora si sparerà a Portici il 29 agosto e a Castellammare il 2 settembre[25].
Non a caso, quindi, il prefetto Soprano, giunto a Napoli ai primi di agosto, si collega subito ai moderati e, ai rappresentati della sinistra che gli chiedono di allontanare i fascisti dalle cariche pubbliche, replica sprezzante, invitandoli a formare con lui un fronte anticomunista[26]. Di lì a poco, il prefetto scrive a Roma che

per quanto riguarda la difesa politica del nuovo governo nazionale e costituzionale, sembra che l’autorità militare preposta all’ordine pubblico, si preoccupi eccessivamente di una possibile ripresa fascista, della quale manca qualsiasi sintomo, mentre altrettanto non può dirsi dell’azione comunista”[27].

In realtà, quello cui pensa il prefetto è un comunismo genericamente inteso che include ogni colorazione di rosso, ogni sfumatura di democrazia che non riconduca a quella liberale e monarchica di albertina memoria. È a questo comunismo che si riferisce quando, a sostegno della sua tesi, il Soprano rincara la dose e prosegue:

che in questa Provincia da parte comunista vi sia una ripresa di propa­ganda non solo, ma anche di una concreta attività mirante alla ricostitu­zione del partito e alla applicazione dei suoi principi programmatici, è dimostrato dalla recente operazione di Polizia Politica compiuta nei confronti di un gruppo di 49 comunisti sorpresi e arrestati il giorno 22 scorso mese mentre riunitisi in una grotta in località campestre alla peri­feria di Napoli discutevano calorosamente sull’azione da svolgere per riammagliare le file della propria organizzazione politica. Del gruppo in parola facevano pane professionisti, due ufficiali del R. E., Funzionari dello Stato. impiegati e operai abitanti alcuni in Napoli e altri in comu­ni della Provincia”[28].

Quando si giunge alla resa dei conti, la popolazione che si prepara a sollevarsi contro la ferocia nazista e gli ultimi sussulti dell’estremismo fascista e lotta col governo Badoglio e scatenandone la dura repressione, è praticamente sola. In meno di due mesi ha prodotto una spinta dal basso così forte e inattesa, da sopravanzare di gran lunga le capacità di analisi della crisi di cui sono capaci i nascenti partiti politici, quelli di sinistra, soprattutto, che stentano a definire un’adeguata prospettiva programmatica e, ciò che più conta, perdono un’irripetibile occasione di formazione dal basso. E’ un prezzo che non pagano, come ha giustamente osservato Cortesi, “i partiti moderati che si affidano soprattutto alla preparazione di élites dirigenti”, che possono contare sul “lavoro di supplenza” astuto e accurato che vanno compiendo gli uomini di Badoglio e su tutto quanto di “moderato” – e non è poco – è sopravvissuto alla catastrofe del regime e si prepara a passare armi e bagagli nel “nuovo che avanza”[29].
L’obiettivo vero della partita, nella quale l’insurrezione della città assume il ruolo di un vero e proprio incidente di percorso – è la salvaguardia dell’ordine e della legalità di uno Stato inteso come custode degli interessi delle classi dominanti che hanno condotto il Paese sull’orlo di un abisso. Nel senso della continuità – che certo non conta sull’apporto del popolo in armi – vanno le esortazioni del fascista cardinale Ascalesi, che invita a collaborare lealmente con l’autorità costituita facendo quadrato attorno alle istituzioni contro i rischi dello scontro sociale[30], e l’appello rivolto il 31 luglio da quel “Mattino” che all’avvento del fascismo, ben prima di essere ridotto a giornale di regime, aveva spontaneamente preso le distanze dal “cadavere” della democrazia e che ora lancia la parola d’ordine dell’unione tra le classi nel rispetto dei ruoli “contro la spinta passionale della politica”[31]. Nel senso della continuità, infine, e in direzione convergente con l’azione del prefetto, della stampa moderata e del clero vanno gli ambienti antifascisti, eredi in certa misura di De Bosis e dell’ala conservatrice dell’Aventino che – riferisce il questore – guardano con timore alla “indulgenza di cui l’attuale governo sta dando prova nei confronti dei sovversivi tutti con le note disposizioni di liberazione dei confinati”[32]. In questo contesto non è azzardato ritenere che la multiforme ricchezza di motivi politici della resistenza opposta da Napoli ai fascisti di Badoglio dopo il 25 luglio e ai neofascisti dopo l’8 settembre, una resistenza che, sorprendendo i partiti, sfocia in rivolta armata e conduce alla cacciata dei tedeschi prima dell’arrivo degli Alleati, segni non solo l’incipit della guerra di liberazione, ma anche quello di un durissimo scontro politico tra moderati e rivoluzionari al cui interno si inseriscono la battaglia di De Nicola e della DC sull’epurazione, la svolta di Salerno, l’efficace lavoro di Croce e, in generale, dei moderati di maggior “spessore”, al fine di incanalare in qualche modo verso le Istituzioni le spinte più radicali e riassorbire gli “estremi” nel sistema, di recuperare valori nazionali e liberali e giungere a una “rieducazione politica di un ceto medio in piena crisi di identità, della cui riabilitazione come soggetto politico il Croce fu uno degli artefici”[33]. E’ la linea sulla quale si muove a Napoli, con indiscutibile lucidità, il prefetto Soprano, il quale, mentre la crisi precipita, così scrive a Badoglio, dopo il ritrovamento di un “libello intitolato La Nuova Italia a sfondo social-liberale”, che gli torna utile per tessere la ragnatela in cui imprigionare la democrazia che muove i suoi passi incerti.

Credo [...] non sia da trascurare la opportunità di favorire e di alimen­tare il rinascere del nuovo partito liberale, che com’è noto alla E. V. – ­scrive Soprano al ministro dell’Interno Umberto Ricci – in questa pro­vincia ha particolari radici e vere forze vitali. E’ infatti da tener presente che la debacle di un partito nefasto ma attivissimo, quale era il partito fascista, ha creato nello spirito pubblico un certo vuoto e innegabile sbandamento, di cui non può che profittare il partito comunista, che ha già pronti i suoi quadri. Il breve termine assegnato per le convocazioni elettorali nel dopoguerra renderebbe anche più pericolosa l’azione insi­diosa del partito comunista, occultamente organizzato attraverso le mae­stranze operaie. In tali condizioni, pur col più completo rispetto delle sagge direttive di non riconoscere partiti né esponenti di partiti, mi permetto sottoporre alla superiore attenzione della E. V. 1′opportunità di avviare, alimentare e orientare nuove corrente [sic] di ordine, verso la ricostruzione del vecchio glorioso partito liberale, contrastando così il passo al sovversivismo e cementando la difesa della nuova vita costituzionale della Nazione”[34].

Così stando le cose, la sistematica defezione dei vertici militari, la fuga stessa dei generali Del Tetto e Pentimalli nel momento dello scontro supremo, non si spiegano solo con la viltà e lo smarrimento, ma rispondono anche, e forse soprattutto, a una logica politica: garantire un passaggio di poteri che avvenga per la via militare “ordinaria” – dai tedeschi in ritirata, agli alleati che avanzano – ed escluda ogni reale partecipazione popolare. Una logica di vero e proprio sabotaggio dell’azione dal basso che va in frantumi di fronte alla lenta avanzata degli Alleati, alla feroce determinazione dei tedeschi che intendono punire gli italiani “traditori” e, infine, al ruolo significativo e forse sottovalutato giocato dall’antifascismo popolare nella resistenza e, soprattutto, nell’esplosione della sommossa, che, tuttavia, può mettere in fuga i tedeschi, non impedire la ripresa del progetto moderato[35].
Tra politica e storia, dicevo in apertura di queste annotazioni – e, con maggior proprietà, avrei potuto dire tra formazione politica dello storico e storiografia – il denominatore comune è l’uomo con le sue passioni e i suoi interessi. A questa considerazione va con tutta probabilità legato il “destino storiografico” delle Quattro Giornate, per il quale rimando alle osservazioni di Guido D’Agostino, Gloria Chianese, Francesco Soverina e Sergio Muzzupappa e alle lucide pagine di Cortesi[36]. Quello che qui interessa è il prezzo pagato dalla ricostruzione delle Quattro Giornate alla sterile contrapposizione di tesi precostituite – non di rado a fini politici – a quel giudizio di “atipicità” che, di fatto, le ha espunte dalla storia della Resistenza, riducendole ad una sorta di eroica quanto anacronistica rivolta di “Jaque bonhomme” o, peggio ancora, come s’è visto con Pavone, ad un “sanfedismo” alla rovescia, che per una volta prende miracolosamente posto dalla parte giusta. Mi interessa soprattutto capire quanto e quale antifascismo è sparito dalla storia in nome di contrapposte ortodossie, in conseguenza del lavoro degli “intellettuali organici”, o, più semplicemente, di una sorta di mummificazione della Resistenza, in uno schema per il quale gli episodi di lotta entrano solo a condizione di aver avuto una direzione politica unitaria con etichetta “Comitato di Liberazione Nazionale”. Si è perso – e non è cosa da poco - il filo diretto tra antifascismo e Resistenza in Campania e, peggio ancora, il processo storico “individuale”, la complessità delle motivazioni e dei contenuti che i singoli militanti portano nella “scelta partigiana. Si sono persi talora, e il danno è irreparabile, i militanti stessi[37].
Con le Quattro Giornate, Napoli presenta alla storia una foto di massa, eppure le immagini radicate nella coscienza collettiva sono quelle dello “scugnizzo”, della rivolta spontanea, di una protesta che non manca solo di organizzazione, ma anche di pensiero politico. Perché è andata così? Quanto c’entra con questa lettura deformata un ripetuto uso politico della storia, quanto la nostra abitudine a guardare al vertice, che ci impedisce di volgere lo sguardo alla base, la nostra incapacità di leggere una foto di massa, che ci induce a ingrandire i particolari e a sopravvalutare i dettagli rispetto al quadro d’assieme? Non sono quesiti banali perché, dopo settant’anni, rimandano ai nodi centrali di una corretta lettura di pagine non secondarie della nostra storia: esiste un volto politico delle Quattro Giornate? E, se esiste, in quale senso va indirizzata la ricerca per individuarlo nei gruppi anonimi e indistinti fissati dalla foto di massa?
Prima di azzardare risposte, ho provato a immaginare un percorso di ricerca corretto sul piano metodologico, in grado di aiutarmi a utilizzare i particolari per valorizzare e mettere meglio a fuoco il quadro generale, utilizzando gli elementi noti e sufficientemente verificati di cui disponiamo: da un lato gli elenchi dei combattenti, che possono essere incompleti ma esistono – anni fa Gaetano Arfè mi parlò addirittura di schede dei partigiani conservate dalla sezione napoletana dell’ANPI – dall’altro i fascicoli personali degli antifascisti schedati. Per taluni aspetti, il fascismo ha involontariamente scritto una parte non secondaria della propria storia – direi che ne ha lasciato un monumento fosco e rivelatore – nelle carte di polizia. A Roma, nell’Archivio Centrale dello Stato, sono conservati, ad esempio, vero e proprio biglietto da visita del regime, due fondi di grande interesse: le carte del confino di polizia, coi fascicoli personali di circa 17.000 condannati, e il Casellario Politico Centrale, che il regime ereditò dall’Italia liberale, ma perfezionò in termini di indiscriminata logica poliziesca. È, in qualche modo, la “fotografia” di ciò che l’apparato repressivo fascista vide o ritenne di vedere, in tema di dissenso. In termini quantitativi, ma soprattutto qualitativi, una sorta di stroncatura di indiscutibile marca fascista del teorema defeliciano del “consenso”[38]. Confrontando gli elenchi dei combattenti delle Quattro Gior­nate con quelli dei “sovversivi” schedati, è possibile individuare tra loro quelli che avevano un passato di antifascisti e conoscerne gli ideali politici. Il risultato della ricerca, che andrebbe naturalmente proseguita, è positivo e, per certi aspetti, addirittura illuminante.
Sovversivi” schedati sono, per fare un esempio, i fratelli Tito ed Ezio Murolo, protagonisti dei combattimenti a Poggioreale e partigiani decorati dopo le Quattro Giornate[39]. “Raccontato” dalla polizia, Ezio Murolo è incompatibile con un generico modello di “uomo qualunque” spinto alla rivolta da un impulso improvviso nato dall’esasperazione per la guerra e dalla ferocia nazifascista. Quando la città insorge, infatti, egli ha alle spalle una significativa esperienza di lotta politica: aiutante di campo di D’Annunzio a Fiume, dirigente di primo piano dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia, di cui guida l’ala dissidente che partecipa alla costituzione degli Arditi del Popolo, nel 1921, dopo uno scontro con alcuni squadristi, è arrestato davanti al “Caffè Aragno”; ha con sé un pugnale e tre bombe a mano[40]. Nel 1924, dopo l’omicidio Matteotti, si avvicina ad Amendola, frequenta Bracco e i liberal-democratici che a Napoli oppongono l’ultima resistenza a Mussolini, distinguendosi nei sanguinosi scontri con gli squadristi e organizzando la manifestazione antifascista che il 4 novembre 1924 vede migliaia di ex combattenti sfilare dal Museo a Piazza Trieste e Trento e invitare Amendola a “marcia­re su Roma al grido di Italia libera! A Roma! A Roma!”[41].
Rifugiatosi in Francia, stringe rapporti coi fuorusciti e si fa notare tra gli “elementi pericolosi” finché non lo ferma l’arresto giunto nel 1928, mentre passa il confine a Bardonecchia, per un presunto complotto ordito contro Mussolini. Mancando prove certe, se la cava con l’ammonizione, ma si fa prudente[42] e non dà “adito a rilievi” fino al 1937, quando si scopre che raccoglie fondi per gli antifascisti volontari in Spagna e finisce al con­fino[43]. Pochi mesi dopo, grazie a una sanatoria e ai contatti col mondo cattolico – per lui intercede Pietro Tacchi Venturi – si dichiara pentito delle sue idee sovversive e ottiene la libertà condizionale, ma la polizia, convinta che faccia da riferimento per i fuorusciti, lo tiene d’occhio fino alla fine del regime, Vista così, alla luce della lunga militanza, la partecipazione di Murolo alle Quattro Giornate diventa l’epilogo naturale di una lunga opposizione al fasci­smo. D’altro canto, se l’insurrezione ha tra i protagonisti uomini come Murolo, non la si può ridurre a una sia pur eccezionale “jacquerie”; al contrario, tutto lascia credere che essa costituisca l’alba della Resistenza e, in ogni caso, sia parte integrante della storia di quell’antifascismo che attraversa come un filo rosso un ventennio nel quale, se è vero che la storia del Paese non si riduce alla storia della lotta al fascismo, non è meno vero che sarebbe impossibile ricostruirla senza tener conto del ruolo svolto dall’antifascismo. Un antifascismo che, a ben vedere, non è solo figlio naturale di una contrapposizione ideologica e di classe, ma ha mille anime e non risulterebbe comprensibile se non si tenesse conto della crisi d’identità, del confuso rivoluzionarismo, del travaglio e del percorso politico di una generazione di giovani borghesi che, usciti dall’esperienza tragica della guerra, inseguono il sogno di un mondo migliore, più libero e più giusto ma, messo in crisi lo Stato liberale, si trovano di fronte a una dittatura. Una condizione di disagio, quindi, che si inserisce nel quadro più ampio della crisi economica e politica del primo dopoguerra, nello scontro sociale sui costi della riconversione e nel duro conflitto tra capitale e lavoro, ma non conduce solo alla scelta di destra e all’assorbimento nei Fasci di Combattimento. C’è un’altra via, che passa per il fascismo, rifiuta l’opportunismo di Mussolini e giunge allo scontro con gli squadristi. E’ questo mondo che Ezio Murolo porta nelle Quattro Giornate, questa maniera di essere antifascisti che è sicuramente minoritaria, che non mette in campo la formazione teorica, la consistenza organizzativa e la continuità d’azione dei comunisti, non possiede la forte identità politica e la sperimentata pratica di militanza degli anarchici, ma ha connotati definiti: è l’antifascismo liberale, di quanti – non sono molti, ma esistono – dopo la bufera della guerra, dopo gli ambigui entusiasmi e i complici silenzi, non stanno al gioco e contrastano come possono, giungendo sino allo scontro armato, “sciarpe littorie”, squadristi “antemarcia”, criminali e buffoni in camicia nera. Un antifascismo che non si piega e collega direttamente le Quattro Giornate alla guerra di liberazione. Non a caso Murolo si arruolerà nelle “Formazioni Pavone” e nel ricostituito esercito italiano che combatte a Cassino e prose­gue la sua lotta a fianco degli anglo-americani[44]. Dopo la guerra sem­bra sparire e ricompare per un attimo, negli anni Cinquanta, protagonista di una scissione nella sezione napoletana dell’ANPI, causa­ta, racconta il prefetto, dal rifiuto di ingerenze dei partiti e dalla volontà di “tutelare il patrimonio morale della resistenza”[45].
Su questo “farsi da parte”, sulle critiche rivolte ai partiti da militanti che, dopo la lotta antifascista, stentano a inserirsi nella politica attiva, sul rapido predominio acquisito nel ricambio tra classi dirigenti da un ceto politico legato ai partiti più che alle masse – questioni su cui anni fa pose l’accento Pasquale Schiano – andrebbe fatta una riflessione. Ciò che per ora va sottolineato è che una via per giungere all’anima politica delle Quattro Giornate sembra aperta. Certo, un caso singolo non fa testo, ma come vedremo, Murolo non è solo; la sua vicenda personale e la cultura politica ricca di svariate esperienze che egli porta nello scontro sono espressione di un mondo. Nelle strade di Napoli nel settembre del 1943 egli rappresenta un dissenso che ha radici nella cultura liberale ed è estraneo al mon­do comunista. Come quella di tanti altri partigiani, la sua vicenda rivela la debolezza della tesi sostenuta da Sergio Luzzatto, che, identificando la Resistenza col comunismo e il comunismo col “gulag”, ritie­ne giunto il momento di archiviare la pagina dell’antifascismo[46]. Ripercorrere la storia di Murolo non vuol dire solo segui­re un “filo rosso” che attraversa l’intero ventennio e tracciare un percorso emblematico, ma consolidare un’ipotesi di ricerca che, approfondita, condurrebbe ad altre interessanti e complesse figure di antifascisti. Un’ipotesi che trova ulteriore con­ferma nella “biografia” del fratello di Ezio, Tito Murolo, anarchi­co ribelle e sregolato, giornali­sta, agente di commercio e antimilitarista[47], che ha un percorso più breve e turbolento di quello del fratello, ma non è certo estraneo alla politica. Antifascista convinto, nel 1923 espatria in Francia e poi in Algeria, dov’è denunciato come organizzatore di un complotto contro Mussolini. L’accusa è infondata, ma non mancano prove dei contatti coi fuorusciti[48]. Lasciata l’Africa, si fa notare a Bruxelles per le idee anarchiche e per l’amicizia con Arturo Labriola. Fermato alla frontiera nel 1932, mentre tenta di rimpatriare, se la cava con un’ammonizione, si allontana dalla militanza attiva e si iscrive al “Sindacato Operai dell’Industria”. Nel 1935 è radiato dal Casellario Politico[49] e la sua esperienza di “sovversivo” sembra conclusa. Nel 1940, invece, è licenziato per motivi politici dalla “Ammonia e Derivati” di Casseria, nel Savonese e spedito a casa con foglio di via. “Non ha dato prova di ravvedimento”, scrive a Napoli la polizia politica, e tanto basta perché il Murolo torni ad essere sorvegliato a vista fino al crollo del regime”[50]. Vivrà gli anni della guerra tra dichiarazioni di fede fascista, che gli eviteranno l’internamento in un campo di concentramento, e l’odio per il regime che nel settembre del ’43 lo condurrà sulle barricate delle Quattro Giornate[51]. Al di là dei limiti e dei probabili compromessi che ne rendono più umana la vicenda personale, la militanza di Tito Murolo si inserisce in una tradizione di pensiero politico che a Napoli ha radici profonde: la cultura anarchica, che risale a Baku­nin, Cafiero, Malatesta e Merlino. E in città Murolo non è l’uni­co libertario che, avendo alle spalle una “storia politica”, nel settembre del ’43 si oppone armi in pugno ai nazifascisti. Anarchici sono infatti due giovani eredi della tradizione libertaria: Germinal Malagoli, figlio di Dionigio e di Clotilde Peani, libertaria torinese che il regime ha sepolto in manicomio, e Alastor Imondi, figlio di Giuseppe, un dentista che negli anni più bui della dittatura, nonostante la sorveglianza, ha fatto del suo studio in Via Duomo un punto di riferimento per gli antifascisti locali e per quelli provenienti da altre città[52]. Anarchici sono ancora Luigi Vellotti, già coinvolto nei moti della Settimana Rossa nel 1914, e il segretario della locale sezione del Sindacato Ferrovieri, Armido Abbate, che durante lo sciopero di protesta per le violenza fasciste di Roma, nel novembre del 1921, in una città piena di squadristi decisi a imporre con la forza la ripresa del lavoro, non aveva esitato a rifiutare la sospensione dello sciopero, se prima i fascisti non avessero lasciato la capitale. Una combattività che gli costò il licenziamento e aprì col regime il conto mortale che l’ex ferroviere salderà guidando un pugno di combattenti nelle Quattro Giornate[53].
Che l’opposizione degli anarchici sia stata ben più che una pura testimonianza è dimostrato dai rapporti che essi hanno con i comunisti dopo che il Pci, scosso dai colpi inferti dalla polizia alle sue strutture, torna a tessere la sua tela e per tre anni, dal 1930 al 1933, riorganizza una rete clandestina collaborando con i liberta­ri[54]. Si tratta ovviamente di militanti le cui radici sono in quel PCd’I che ebbe prospettive diverse dal partito di Togliatti. Una diversità che ben spiega sia le fratture che, dopo l’ar­mistizio, produce a Napoli nell’universo comunista la ricerca di un as­setto interno, rivelatosi infine terribilmente faticosa, sia il silenzio caduto in seguito su significative vicende umane e politiche.
Come che sia, una perquisizione in casa di un operaio comu­nista a Ponticelli consente alla polizia di smantellare la fragile rete clandestina costruita da anarchici e comunisti. Il colpo è duro e, per quel che riguarda gli anarchici, isola i militanti favorevoli all’organizzazione, rende loro praticamente impossibile la realizza­zione di iniziative comuni e riduce l’opposizione all’azione dimo­strativa di “cani sciolti”. Sono percorsi sconosciuti e senza dubbio affascinanti, ma mi pare più utile tornare sulle tracce dei combattenti delle Quattro Giornate il cui passato di militanza politica disegna un quadro che più acquista forma e più si fa interessante. Molto significativa è, in questo senso, la vicenda di Antonio Ottaviano, militare in Li­bia nel ‘38, processato assieme ad altri soldati per aver organiz­zato l’Europa Unita, una società segreta di ispirazione mazziniana, non lontana da alcune intuizioni di Rosselli, per la quale una “confederazione dei popoli europei” avrebbe potuto isolare il nazifascismo e garantire la pace[55]. Ottaviano se la cava con un’assoluzione per insufficienza di prove[56],  ma il carattere antifascista dell’europeismo del progetto è inequivocabile: o l’Europa, politicamente unita, ferma il nazifascismo, scrivono i promotori dell’associazione, o Mussolini e Hitler la condurranno alla distruzione[57].
Antonio Ottaviano non nasce antifascista. La sua opposizione al regime matura quando Mussolini lega le sorti dell’Italia a quelle della Germania nazista e sembra delineare una linea di tendenza. Non si tratta ovviamente di una reazione che coinvolge subito ampi strati sociali, ma non c’è dubbio: l’alleanza genera dissenso. Per molti liberali, che hanno sostenuto o accettato il fascismo come argine contro il temuto “pericolo rosso” o in nome di un rinnovamento che non è mai venuto, la Germania rimane il nemico di una guerra feroce e Hitler ne è il capo che incute timore. Chi conserva memoria degli ideali dell’Italia liberale comincia così ad allontanarsi dal regime; è un processo che nasce dalla convinzione, presente con forza nei documenti sequestrati ai promotori dell’Europa Unita, che la Germania si finga amica dell’Italia, ma sia pronta a sottometterla e che Mussolini, spinto soprattutto da una smodata ambizione personale, ne sia consapevole e giochi d’azzardo, rischiando di condurre il paese alla rovina. A ben vedere, la vicenda personale di Ottaviano disegna un percorso che conduce a un dissenso profondo, destinato a crescere, a farsi scelta collettiva e ad acquisire un peso specifico di gran lunga superiore a quello del presunto “consenso”; un dissenso che trae alimento da fermenti ancora vitali della cultura politica liberale, anticipa la frattura degli anni successivi e delinea un antifascismo che non nasce da contrapposizioni ideologiche, dalla polarizzazione comunismo-fascismo o dal dramma della guerra persa, ma è l’esito fatale delle insanabili contraddizioni e della miseria morale del regime[58]. Certo, le ricerche andrebbero approfondite, ma una linea di rottura c’è e s’intra­vede. Non è un caso, cre­do, che una posizione molto simile a quella dell’Ottaviano assuma, sin dagli anni Trenta, un altro combattente delle Quattro Giornate, Luigi Maresca, impiegato postale e fervente radicale che non ha mai manifestato la sua profonda avversione per il regime. Nel dicembre del 1927 egli scrive a Nitti, costretto a riparare all’estero, una lettera in cui fa

giungere in terra straniera l’omaggio deferente e grato al Ministro che dopo Caporetto seppe vincere a Vitto­rio Veneto e che avrebbe guidato la nazione a ben altri destini”.

Purtroppo, prosegue il Maresca,

oggi non sono consentite certe manifestazioni.[…] Sia di conforto però il pensare che il ricordo suo è più vivo che mai nella mente dei suoi compatrioti, che sperano, […] nel domani luminoso che non mancherà di venire. […] Io sono di quelli durissimi, conclude il Maresca, e sono quasi tutti gli italiani a pensarla come me”.

La lettera, intercettata nella posta inviata a Nitti costa all’impiegato l’immediato licenziamento e una sorveglianza che rivela misteriosi contatti con la Francia[59]. Nel 1931, dopo anni di stenti e persecuzioni, il Maresca lascia la famiglia a Napoli e si stabilisce in Belgio, dove tira avanti con l’aiuto di Nitti e del Soccorso Rosso[60]. L’antifascista e il “patriota liberale” convivono in lui senza problemi fino alla guerra d’Afri­ca, quando il fuoruscito, pur dichiarandosi ostile al regime, medita di rientrare in patria per arruolarsi, ma poi rinuncia perché teme di finire in galera invece che al fronte[51]. Tra il 1938 e il 1939, quando la situazione internazionale precipita e ap­pare chiaro che la guerra si avvicina, scrive alla famiglia lettere in cui esprime timori simili a quelli che emergono dalle carte seque­strate in Libia all’Ottaviano e ai promotori dell’Europa Unita. La catastrofe si avvicina rapidamente – scrive il Maresca – per­ché la Germania sta per aprire un conflitto che sconvolgerà l’Eu­ropa ed egli, convinto che Belgio e Francia siano in pericolo, si prepara a consegnarsi ai fascisti. L’Italia, sostiene più volte, ­potrebbe ancora salvare se stessa e l’Europa passando dalla parte della Francia e dell’Inghilterra. Otterrebbe così

ciò che vuole ­- egli scrive – aiuti finanziari, morali e soddisfazioni territoriali, ma – conclude amaramente – non farà niente e si ostinerà nella politica pro tedesca, che è la razza nemica nostra”[62].

Anche per Maresca, quindi, la rottura definitiva nasce dal rapporto che lega sempre più il fascismo alla Germania nazista, un rapporto incompatibile col “patriottismo libera­le” del fuoruscito. È così che il Maresca, la cui avversione al regime, allo scoppio della guerra d’Etiopia, si era indebolita al punto che aveva pensato di mettersi a disposizione di Mussolini, si riscopre definitivamente e irriducibilmente ostile al fascismo. È una svolta emblematica, un passaggio delicato, decisivo e per molti versi emblematico di un processo che non conduce semplicemente all’allontanamento definitivo di Maresca dal fascismo, ma segna la separazione dal regime di strati consistenti della popolazione. Una svolta che matura prima di quanto si pensi, che ha un chiaro significato politico e non è riconducibi­le a processi spontanei avviati successivamente dai rovesci mili­tari e dalla tragedia dei bombardamenti.
D’altro canto, come non chiedersi da dove venga fuori l’anziano professore dal piglio rivoluzionario che al Vomero, dopo vent’anni di fascismo, si pone  alla testa dei partigiani? Antonino Tarsia in Curia, così si chiama il professore, è uomo di Bordiga, comuni­sta e, ad un tempo, avversario del Pci di Togliatti. La sua storia ha radici lontane e conduce difilato a Bordiga, alla scissione di Livorno e, prima ancora, alla crisi del PSI che precede Livorno. L’uomo che guida le Quat­tro Giornate di Napoli sulla collina del Vomero ha alle spalle una lunga storia politica e, col fratello Ludovico, è uno dei fondatori del partito comunista[63]. Dopo la vittoria del fascismo, Antonino e Ludovico Tarsia sono tra gli organizzatori e i dirigenti del “Soccorso Rosso” e Ludovico finisce perciò in carcere due volte nel 1924 e nel 1925[64]. Il percorso dei due fratelli è complesso e, a seguirlo, finiremmo fuori strada. Vale la pena però di fermarsi su un rapporto di polizia del 1938 che apre spiragli di luce sulla realtà di un antifascismo di cui conosciamo probabilmente ancora poco e ci riconduce al cenno iniziale sulla problema della “storia dall’alto”. Se si fa eccezione per i reiterati conati organizzativi del Pci – che nelle ricostruzioni sin qui tentate, più che operai, portano alla ribalta studenti o intellettuali come Rossi Doria, Sereni e Amendola[65] – l’antifascismo, a Napoli, si riduce a Benedetto Cro­ce, Bracco, Omodeo, intellettuali, quindi, che dissentono ma non fanno propaganda o proselitismo. È vero, Gaetano Arfè, gio­vanissimo, giunge alle organizzazioni clandestine passando per Croce, tuttavia è Ceccoli, un libraio ex comunista che lo conduce al filosofo. La pre­senza attiva di militanti che in qualche modo cercano possibili antifascisti e li istruiscono quando sembra utile, è un dato su cui ci si è fermati sinora poco. Eppure – ecco la nota cui facevo cenno – la polizia sospetta che Ugo Arcuno, Antonio Cecchi, Salvatore Mau­riello e, quand’è a Napoli, Ludovico Tarsia, svolgano una prudente attività di proselitismo. Ci sono conferme e smentite, ma è probabile sia vero: il grup­po ha contatti con studenti e giovani professionisti e, quando il terreno si rivela fertile, li indirizza a Bordiga, il quale, a sua volta, pare susciti simpatie e sia ben accolto anche in ambienti borghesi[66]. Dire Bordiga, non signi­fica naturalmente riferirsi al Pci riorganizzato da Amendola, che fa capo ad altri gruppi ed ha altri punti di riferimento, quali ad esempio la libreria Detken a Piazza Plebiscito. In città ci sono due anime, due realtà comuniste, la cui difficile convivenza, i cui profondi dissensi spiegano in qualche misura lo scontro che si apre nel Pci quando la guerra sembra ormai finita. Uno scontro che nasce da due concezioni del comunismo e conduce alla “scissio­ne di Montesanto” e alla penosa ed oscura vicenda sindacale delle due confederazioni: la Cgl e la Cgil[67]. Contro il sindacato legato all’anima togliattiana del partito ci sono, senza contare gli azionisti, il socialista Federico Zvab, che combatterà ovunque il fascismo, dalle barricate di “Vienna la rossa” a quelle di Napoli nelle Quat­tro Giornate, i comunisti Ennio Villone e Vincenzo Iorio, anch’essi combattenti delle Quattro Giornate, tutti partigiani e tutti antistalinisti, che con la loro vicenda politica smentiscono le superficiali equiparazioni tra Resistenza, comunismo e “gulag”[68].
Per quanto necessariamente brevi, queste annotazioni sul “volto politico” delle Quattro Giornate sarebbero davvero incomplete, se non facessi cenno a figure di combattenti “anomali” di cui citerò un caso, ma che non è e non può essere unico, e dal quale occorrebbe tener conto per rendere più ampio lo “spettro” della ricerca.
Tra il 1929 e il 1930 c’è una ripresa complessiva del­l’antifascismo. Ne sono prova non solo l’attività dei repubblicani raccolti attorno alla “Comunità Nazionale Mazziniana” e le copie del “Memoriale Filippelli”, che circolano numerose per la città ricordando l’omicidio Matteotti e le pesantissime respon­sabilità di Mussolini, ma la ricomparsa dei socialisti, che mettono in circolazione un opuscolo di propaganda intitolato “Più Avanti” e subiscono l’arresto di due studenti universitari, Aldo Romano e Giovanni Pugliese Carratelli, l’uno futuro storico del socialismo, l’altro dell’antichità[69]. I fogli clandestini che prendono a girare in città ai primi del 1929 danno il via a indagini serrate che si muovono in tutte le direzioni[70]. Estranei all’iniziativa sembrano subito i comunisti, benché su di loro si abbatta l’onda di perquisizioni domiciliari eseguite a caso, per tenere tutti i militanti sotto pressione. Anche in questo caso la squadra politica si dà da fare, ma non danno alcun esito né le ricerche “a tappeto” nei rioni operai dell’Arenaccia, né quelle “mirate” in casa di Ugo Arcuno, libraio, ex segretario del comitato provinciale del “Soccorso Rosso” e punto di riferimento dei bordighiani[71], né di Pietro Russo, impiegato di banca che è stato collaboratore e amico di Bordiga, e non ha mutato le idee politiche, ma ormai “non dà luogo a rilievi” e “conduce vita ritirata, dedita alla famiglia e allo studio”[72].  La polizia naturalmente conosce il suo passato, sa che si muove con cautela e non si lascerebbe sorprendere un maniera così  banale. L’occasione, tuttavia, è buona per fargli capire che il fascismo non dimentica e non perdona. Russo è stato e potrebbe essere ancora “pericoloso”. A vent’anni, abbandonate “tendenze anarcoidi” pagate con denunce e arresti, ha provato a rientrare nei ranghi della buona borghesia da cui proviene, ma nell’infuocato dopoguerra s’è iscritto al PSI, distinguendosi nella frazione di Bordiga. Dopo Livorno ha assunto ruoli di responsabilità nel Partito comunista, come dirigente della “Lega Proletaria” e segretario politico della Federazione provinciale. A febbraio del 1923 s’è dato alla latitanza, sfuggendo all’ondata di arresti che punta a decapitare il partito, ma è stato sospeso dallo stipendio e ha evitato a stento il licenziamento. S’è opposto con coraggio ai fascisti fino al 1926, quando è segnalato per i rapporti con Bordiga, poi si è arreso: ha moglie e un figlio e i fascisti hanno intimato al Banco di Napoli di non perdonargli nulla. Russo mette tutto nel conto, quella e le mille altre vessazioni. Sta zitto, ma non cede e, alla resa dei conti, porta negli scontri delle Quattro Giornate l’Italia che non ha mai “consentito”, che ha militato, lottato e che invano il fascismo s’era sforzato di piegare[73].
Russo non può saperlo, ma in quei giorni eroici e disperati in cui sembra accendersi la speranza d’un riscatto politico e sociale, Aldo Romano, la causa involontaria della perquisizione del 1929, s’è schierato con lui, cogliendo al volo l’irripetibile chance e ripetendo la fortunata piroetta che già una volta gli ha consentito di salvare carriera e fortuna personale, saltando il fosso, passando ai fascisti e tradendo i compagni. Gli andrà bene anche stavolta – è questo il “combattente anomalo” di cui parlavo – e troverà modo di farsi spazio tra le “nuove leve” della classe dirigente della Repubblica: storico prestigioso, “uomo di sinistra” e, ironia della sorte, “comunista” nel partito di Togliatti che, selezionando i suoi quadri, si tenne invece accuratamente alla larga dagli uomini come Russo. Anche Aldo Romano è un combattente delle Quattro Giornate e, se si tratta di delinearne il volto politico,  la sua storia ha peso e significato per molti versi emblematici. Nel 1931 l’allora giovane studioso, dopo otto mesi di vita e di “condotta irreprensibile al confino”, s’era trovato stretto tra le ragioni dell’onore e degli ideali e quelle “concrete della vita”. Come spesso accade, le ambizioni avevano avuto facile gioco sugli ideali sicché s’era ingegnato di “non dar ragioni o motivo di osservazione alcuna da parte della PS”. Un primo risultato l’aveva ottenuto subito: “tornato ai familiari e agli studi” era stato radiato dalle lista delle persone “politicamente sospette”. Una dittatura, però, quale che essa sia, non si contenta di così poco e, per suo conto, il Romano non intendeva rinunciare ai suoi sogni di brillante studioso. Come ebbe a riconoscere egli stesso in un memorandum indirizzato ai vertici del regime, scelse perciò di pentirsi o,  per dir meglio, di mostrarsi apertamente “pentito […] degli errori passati e ammaestrato dall’esperienza”[74]. Era il primo, consapevole passo verso un rapporto di dare-avere destinato ad andare ben oltre la semplice iscrizione al Partito Nazionale Fascista, contro la quale, peraltro, si schierarono immediatamente non solo la Federazione Provinciale di Napoli, ma gerarchi autorevoli, come il vice segretario nazionale del Partito, Vincenzo Zangara, che, irritato, si rivolse addirittura a Bocchini, l’onnipotente capo della polizia mussoliniana, per avere “dettagliate informazioni politiche e morali” sul Romano[75]. L’opposizione dei quadri del partito rese naturalmente tutto più difficile. Occorrevano a quel punto non solo amici potenti, ma nuove, concrete prove di un irrefutabile “pentimento”. Quanto costarono al Romano l’amicizia di De Vecchi, un posto di prestigio all’Istituto Storico di Volpe, il riordino del Museo di San Martino, i viaggi in giro per il mondo a rappresentare la cultura fascista, l’approdo a Palazzo Venezia, la libera docenza e la stima di Mussolini[76]? La natura dell’uomo è complessa e i conti ognuno li fa con la propria coscienza. E’ un fatto però: il socialista pentito, passato ai fascisti, divenne una spia dell’Ovra[77].
Ci sono mille motivi per cui la foto di massa che ritrae il volto politico delle Quattro Giornate è andata sbiadendo già all’indomani della  sommossa, ma non c’è dubbio: politica fu la natura dell’insurrezione, politiche le ragioni della sua lettura minimalista. Se le cose stanno così – e non è facile dubitarne – bisognerà pur chiederselo: quali criteri ispirarono la selezione delle classi dirigenti? Com’è stato possibile che, per dirla con Carlo Salinari, uomini che avevano “odore di lucerna, piuttosto che sapore d’erba e di rugiada”[78], dirigenti vissuti per anni all’ombra della Curia o cresciuti nel chiuso degli apparati di partiti, abbiano trovato maggior credito di combattenti e perseguitati politici? Quale nesso lega l’affermazione d’una classe dirigente che pone l’iniziativa di base in una posizione subalterna, di eterna minorità, e subordina la lotta sociale al carro dell’azione politica, alla difficoltosa, parziale o reticente lettura della valenza politica delle Quattro Giornate? Sono domande alle quali non è facile dare risposte, ma sono anche i nodi che occorrerà sciogliere per riempire di contenuti storici la “lettura politologica” sulla quale il revisionismo ha edificato la sua fortuna[79].

 

[1] Leopoldo von Ranke, Storia universale, traduzione italiana a cura di Aldo Neppi Modona, Vallecchi, Firenze 1932. Sul rapporto tra storia e fatti storici, affascinante e ancora attuale Edward Hallett Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino, 1966, p. 11-35. più di recente, affrontando lo stesso tema, Pavone ha osservato che “la conversione tra verum e factum (debitamente accertato) […] nel corso del Novecento” si è allontanata “sempre più dalla matrice vichiana; ma la necessità di acclarare con sicurezza il certo onde svolgere con rigore e serenità il discorso del vero è rimasta […]. Così nell’opera di un grande storico come Federico Chabod, mentre nel testo scorrono le limpide argomentazioni del giudizio storico (il vero), dalle ricchissime note risponde il basso bordone del certo”. Claudio Pavone, Prima lezione di storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 38.
[2] Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 2007.
[3] Idem, Esportare la democrazia. State-building e ordine mondiale nel 21° secolo, Lindau, Torino, 2005 e L’uomo oltre l’uomo: le conseguenze della rivoluzione bioteconologica, Mondatori, Milano, 2002. La teoria di Fukuyama sembra, per certi versi, un’esasperata e talora grottesca deformazione dell’acuta e corrosiva critica di Marcuse alle “democrazie occidentali” e alla loro “intolleranza repressiva”. La realtà totalitaria della società industriale, osservava infatti Marcuse, conduce ad una unidimensionalità dell’uomo e del suo pensiero, precostituendo bisogni, assorbendo ogni spazio alternativo, ogni realtà di contrasto e sottomettendo ogni forma d’opposizione  al dominio d’una “democrazia” in cui tutto è ridotto alla dimensione imposta dalla tecnologia e dal consumismo. Herbet Marcuse, L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Einaudi, Torino, 1967.
[4] Ivi, VII edizione, 1968, p. 266.
[5] Nella letteratura di respiro nazionale, alle Quattro Giornate fanno cenno soprattutto Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana (8 settembre 1943 – 25 aprile 1945), Einaudi, Torino, 1983 e Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio, sulla moralità della Resi­stenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991. Per la ricostruzione degli eventi, di grande interesse è ancora Corrado Barbagallo, Napoli contro il terrore nazista. 28 settembre-1 ottobre 1943, Maone, Napoli, sd ma 1944; una bibliografia essenziale sull’argomento, alla quale rimando, si  trova nel testo di Barbagallo ristampato nel 2004 dalla Città del Sole di Napoli a cura di Sergio Muzzupappa con una prefazione di Luigi Parente; vi aggiungo solo, per completezza d’informazione, il recente Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti, le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.
[6] Del Caviglia è possibile vedere il fascicolo personale custodito nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo Prefettura, Gabinetto, secondo versamento (da qui in avanti ASN, PG, V2) busta (d’ora in poi b.) 254, fascicolo (da questo momento f.) “Caviglia Pietro, maggiore di P.S. 1936-1946”. 
[7] Ivi, b. 1607, f. “VI-1-212-1943-58”, sottofascicolo (d’ora in avanti sf.) “Agenti di P.S. Relazione sulla cacciata dei tedeschi da Napoli. 1943”, pp. 1 e 3. 
[8] Ibidem, pp. 4-5.
[9] Ibidem, p. 9.
[10] Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., p. 88.
[11] Ivi.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] ASN, PG, V2) b. 53, f. Relazioni mensili 1943”, nota 102778 del 30-7-1943.
[15] Ivi.
[16] Ibidem, nota 102778 del 3-9-1943.
[17] Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit., p.130.
[18] ASN, PG, V2) b. 53, f. “Relazioni mensili 1943”, nota 102778 del 30-7-1943.
[19] Ivi.
[20] Luigi Cortesi, Comunisti, Resistenza e Quattro Giornate, in Gloria Chianese (a cura di), Mezzogiorno 1943. Le scelte, la lotta, la speranza, Esi, Napoli, 1995, pp. 412 e sgg. Sulla categoria storiografica di “laboratorio politico” negli studi recenti sulla Resistenza in area meridionale, si veda anche Luigi Parente, Introduzione a  Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., pp. IX-X.
[21] Gaetano Arfè, introduzione a Domenico Zucàro (a cura di), Pietro Nenni. Vento del Nord. Giugno 1944-giugno 1945, Einaudi, Torino, 1978, p. XXVIII.
[22] Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, 1991, p. 138.e Sergio Muzzupappa, Introduzione a Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., p. XXXVII. Togliatti, parlando a Napoli ai quadri del Pci, si avventurò inizialmente sul terreno di un paragone storico coi giacobini del 1799, poi strinse il campo ad una interpretazione meno impegnativa e più funzionale al suo “partito nuovo” e al progetto di radicamento sociale di cui il partito diventava strumento. Fu così che il “giacobinismo” sia annacquò al punto da diventare “manifestazione istintiva di forza nazionale e di spirito patriottico agli albori”. Rapporto tenuto l’11 aprile 1944, in Togliatti, Opere, V, 1944-1955 a cura di Luciano Gruppi, Editori Riuniti, Roma, 1984. p. 6. Riportato da Claudio Pavone, Una guerra civile…, p. 138.
[23] Volantino dattiloscritto di propaganda dell’ “Alleanza Nazionale di Libertà”, sequestrato a Napoli e conservato in ASN, Questura, Gabinetto, b. 744, f. “Foglietti sovversivi intitolati”.
[24] Ivi.
[25] Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Affari Generali e Riservati (d’ora in avanti ACS, PS), 1943, b. 15, f. “Relazioni trimestrali 1943), note 102778 del 31-8  e del 3-9-1943, da Prefetto di Napoli a MI; Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia. Guerra, fascismo, Resistenza e oltre, Manifestolibri, Roma, 2004, p. 196. Sugli episodi di repressione si vedano anche Giacomo De Antonellis, Napoli sotto il regime. Storia di una città e della sua regione durante il ventennio fascista, Cooperativa Editrice Donati, Milano, 1972, pp. 232-237; Guido D’Agostino, Le Quattro Giornate di Napoli, Newton Compton 1998; Luigi Cortesi, Introduzione a Luigi Cortesi e altri, La Campania dal fascismo alla Repubblica. Società, Politica e Cultura, 2 voll, Esi, Napoli, 1977; Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-1946), Carocci, 2004; Salvo Ascione, Settembre 1943: Napoli tra stragismo e rivolta, in Gabriella Gribuaudi (a cura di), Terra bruciata. Le stragi fasciste sul fronte meridionale, L’ancora del Mediterraneo, Napoli, 2003, pp. 105-177.  
[26] Angelo e Aldo Abenante, Napoli 1943-1947. Una cronaca comunista, Dante e Descartes, Napoli 1999, p. 1; Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia.., cit., p. 196.
[27] ACS, PS, 1943, b. 15, f. “Relazioni trimestrali 1943”, nota 13028 del 4-9-1943.
[28] Ivi. La riunione si tenne a Cappella Cangiani il 22 agosto, non il 20, come credo si sia ritenuto sin ora, affidandosi a testimonianze di protagonisti o sedicenti tali, che vanno prese con le molle. Basti pensare che, dopo decenni, c’è stato chi, “ricordando”, ha voluto dividere i contendenti in “riformisti” e “demagoghi”; i primi inutile dirlo, avrebbero poi seguito la linea di Togliatti e i “demagoghi” avrebbero posto sterilmente l’accento sui rischi della collaborazione col fascista Badoglio. Né più serena appare la “memoria” di Amendola quando, ignorando che nella scelta della via nazionale le “ragioni di partito” pesano almeno quanto quelle del realismo politi­co, scrive che il lavoro dei “togliattiani” fu quello di “far comprendere e realizzare la linea di unità nazionale, per battere e superare le vecchie passioni settarie e massima­listiche”. Giorgio Amendola, Gli anni della Repubblica, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 284. Sull’argomento Luigi Cortesi, Comunisti, Resistenza…, in Mezzogiorno 1943…, cit., pp. 409-417, che ha pagine lucidissime, ancora attuali e pienamente condivisibili.
[29] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 201, e ASN, PG, V2, b. 54, f. “Relazione quindicinale. 1943”; f. “Relazione mensile al Ministero dell’Interno anno 1944”; f. “Relazioni mensili e trimestrali al Ministero: anno 1945”.
[30] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 231, e ASN, PG, V2, b. 126, f. “S. S. Ascalesi Alessio, cardinale arcivescovo di Napoli. 1937-1945.
[31] Carlo Scarfoglio, Il cadavere della democrazia, “Il Mattino”, 15-11-1922, e Paolo Scarfoglio, Per questa grande mutilata, ivi, 31-7-1943.
[32] ASN, PG, V2, b. 53, f. “Relazioni mensili 1943”, nota 1027728 del 3-9-1843.
[33] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 202.
[34] ACS, PS, 1943, b. 15, f. “Relazioni trimestrali 1943, nota n. 13028 del 4-9-1943.
[35] A Barbagallo non sfuggì che alla fina della rivolta, il 30 settembre, ci fu un “tentativo di sostituire le autorità straordinarie , che avevano iniziato e condotto a buon fine la patriottica riscossa, con elementi militari balzati d’improvviso”, per “esercitare una specie di azione politica contro rivoluzionaria”. Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., pp. 88-89. Certo, Barbagallo è così lucido anche perché non ha conti da fare con la contrapposizione tra gli storici che Gabriella Gribuaudi distingue in “ortodossi” e “revisionisti”. Senza schierarsi con gli uni o con gli altri, la studiosa propende per una sorta di terza via che non si concentri su “uomini armati […] con una diversa idea della patria e dei valori per cui combattere”, ma si apra ad “altri modi di pensare la patria e l’identità nazionale in una visone più ampia che prenda in considerazione anche chi non combatte […] e che consideri altri valori e altri ideali come cemento della comunità”. Per chiarire il suo concetto, la studiosa  domanda come avrebbe potuto “riconoscersi nella Resistenza e nella categoria di ‘liberazione’ una donna del basso Lazio, che prima ha visto il suo paese letteralmente raso al suolo dalle bombe alleate e poi, il giorno della ‘liberazione’ ha subito lo stupro d’una torma di marocchini”. Gabriella Gribaudi, Terra bruciata…, cit., pp. 12-13. La via indicata dalla Gribaudi può contribuire ad arricchire la conoscenza storica,a condizione però che non si pensi di superare così o, peggio ancora, ignorare, i problemi etici e i nodi interpretativi posti dal revisionismo; è evidente che la risposta alla domanda della studiosa riconduce a quesiti di ordine generale sul rapporto tra governo e governati, sulla qualità delle classi dirigenti, sul significato della guerra in genere, sul processo storico che la consentì e sulle responsabilità di chi la volle. Non c’è dubbio, nessuna resistenza o liberazione risarcirà la donna del suo dolore, ma quel dolore, conosciuto e valutato  anche e soprattutto come dato storico, diventa un possibile punto di partenza per dirimere la querelle tra “ortodossi” e “revisionisti”. In questo senso la neutralità non è possibile. Di fronte a quel dolore, il secco quesito della Gribaudi si scioglie in una riflessione che impone una scelta di campo e richiede un giudizio etico. Ogni pagina della ricostruzione di Barbagallo mostra al lettore che esiste una barbarie che è parte della storia e produce un irrimediabile dolore. Contro questa barbarie non c’è altra via che la lotta che, paradossalmente, oppone dolore a dolore. Gli eventi del settembre del ‘43 a Napoli dimostrano che non è ideologica, ma strumentale, la tesi di chi oggi sostiene che l’armistizio mise in crisi l’idea di patria e il sentimento di identità nazionale. E’ vero il contrario: l’omicidio Matteotti è la morte della patria e da quella ferita nasce il dolore della donna del basso Lazio. Una sofferenza che si somma a tutto il dolore nato dal fascismo. E’ inaccettabile la tesi di chi sostiene che difendere la Resistenza equivale a svalutare il “sacrificio” dei “combattenti fascisti di Salò, giovani spesso inconsapevoli delle atrocità del nazismo, i quali avrebbero combattuto con la Repubblica di Mussolini a fianco dei tedeschi, in nome della patria e dell’onore di soldato, macchiati dall’armistizio. L’onore di soldato non poteva essere difeso schierandosi al fianco di criminali e fu questa la scelta che condannò ad un irrimediabile la donna presa ad esempio dalla Gribaudi. Guerra e dolore sono sinonimi. Nessun partigiano avrebbe potuto “liberare” la donna, questo è vero, ma c’era un solo modo per impedire che la sua tragedia si ripetesse chissà quante volte: costringere alla resa chi voleva la guerra.    
[36] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., pp. 202-204; Guido D’Agostino,  Le Quattro Giornate.., cit., passim; Gloria Chianese, “Quando uscimmo…, cit., pp. 89-90; Biagio Passaro, Francesco Soverina, Un antifascismo difficile. Il Sud d’Italia (1943-1980), in “Il presente e la storia”, 45, 1994, pp. 43-84. Sergio Muzzuppappa, Introduzione a Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit, pp. 27-37.
[37] Molto ha fatto di recente su questo terreno l’ampia ricerca di un valido gruppo di studiosi coordinati da Gabriella Gribaudi da cui è nato il saggio Terra bruciata…, cit. A mio avviso, attuali risultano ancora, tuttavia, le lucide osservazioni di Cortesi; “ad una distanza ormai quasi ‘storica’ dalla liberazione – scrisse pochi anni fa lo studioso – la resistenza della Campania resta un capitolo pressoché ignoto e in ogni caso non sistematicamente ricostruito, il cui posto nella storia italiana è prevalentemente o esclusivamente affidato ai giudizi e ai pregiudizi sulle Quattro Giornate”. Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., pp. 202-204.
[38] Sul tema del consenso si veda Giuseppe Aragno, Antifascsmo popolare…, cit., pp. 9-11 e Ugo Mancini, Il fascismo dallo Stato liberale al regime, Rubettino, Soveria Mandelli, 2007, pp. 8-9 e pp. 193-236.
[39] Per la partecipazione dei fratelli Murolo alla Quattro Giornate si vedano  Corrado Barbagallo, Napoli contro…, Appendice, cit. e Antonino Tarsia in Curia, La verità sulle Quattro giornate, Stabilimento Genovese, Napoli, 1950.
[40] ACS, Casellario Politico Centrale (d’ora in avanti CPC),  b. 3461, f, “Murolo Ezio”profilo biografico; ASN, PG, V2, b. 522, f. “Unione Spirituale Dannunziana”e f. “Napoli, Associazione ex arditi d’Italia. Federazione Unione Spirituale Dannunziana”.  Sulla figura del Murolo, Rosa Spadafora, Il popolo al confino, con prefazione di Guido D’Agostino, Athena, Napoli, 1989, ad nomen,  e Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit. pp. 41-54,
[41] ACS, CPC, b. 3461, f, “Murolo Ezio”, appunto senza data del 28-8- 1924.
[42] Ivi, note 1170 del 28-8-1926, 19466 del 14-6-1928, 1996 del 14-6-1928 e 12480 del 16-8-1929.
[43] ACS, Confino, sentenza della Commissione Provinciale per il Confino.
[44] Giacomo De Antonellis, Napoli sotto il regime…, cit.,  pp. 227,
[45] ASN, PG V3, b. 1337, f. “Unione Partigiani e Patrioti Indipendenti”, nota 46462 del 6-10-1952 e 1015284 del 29-6-1954.
[46] Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino, 2004, pp. 7-9.
[47] Durante la prima guerra mondiale, disertò come numerosi antimilitaristi e sfuggì all’ergastolo pro­fittando di una sanatoria. ACS, CPC, b. 3461, f. “Murolo Tito”, nota 18621 del 12-8-1940.
[48] Ivi. Sulla figura dei Tito Murolo accenni in Giuseppe Aragno L’antifascismo a Napoli…, cit.
[49]  ACS, CPC, b. 3461, f. “Murolo Tito”, nota senza numero dell’8-3-1935.
[50] Ivi, nota 60 del 24 6-1940 e nota 1024227 del 18-7-1940
[51] Ivi, lettera di Tito Murolo a Mussolini del 7-7-1940. Per la partecipazione di Tito Murolo alle Quattro Giornate, si possono vedere gli elenchi dei combattenti in Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., e Antonino Tarsia in Curia, La verità sulle Quattro Giornate…, cit.
[52] Sulla partecipazione di Germinal Malagoli alle Quattro Giornate, si veda Federico Zvab, Il prezzo della libertà, Spartaco, Santa Maria Capua Vetere, 2003, passim. Del Malagoli si conserva il fascicolo personale in ACS, CPC, b. 2946; sulla Peani si vedano il fascicolo a suo nome in ACS, CPC, b. 3679, e Giuseppe Aragno, Clotilde Peani, in “Fuoriregistro”, http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=10033.
[53] Su Armido Abbate si veda la voce curata da chi scrive per il Dizionario Biografico degli anarchici italiani, a cura di Maurizio Antonioli, Giampiero Berti, Pasquale Iuso, Santi Fedele, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, vol. I,  pp. 2-3.
[54] ASN, PG, V2, b. 510, f. “IV-2-2-1927-1”, sf. “Comunisti. 2° fascicolo”, nota 14068 del 26 giugno 1927.
[55] ACS, CPC, b. 3624, f. “Ottaviano Antonio”, nota 01769 del 26-10-1938. Durante  le Quattro Giornate, l’Ottaviano fu tra i combattenti del  ”Settore Duomo”. Corrado Barbagallo, Napoli contro…,, cit., Appendice.
[56] ACS, CPC, b. 3624, f. “Ottaviano Antonio”, Sentenza emessa dal Tribunale speciale di Tripoli il 22-2-1939.
[57] Ivi.
[58] Sulla figura di Antonio Ottaviano, Aragno Giuseppe, Antifascismo poloare…, cit., pp. 51-54.
[59] ACS, CPC, b. 3051, f. “Maresca Luigi”, lettera inviata a Nitti il 28-12-1927.e nota 500/329 del 2-1-1928.
[60] Ivi, nota 13889 del 17-8-1931 e nota 500 del 29-11-1935.
[61] Ibidem, telegramma 13398 del 14-11-1936.
[62] Ibidem, lettera inviata da Luigi Maresca alla madre il 10-10-1938. Sul Maresca si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit, pp. 55-58. Sulla sua partecipazione alle Quattro Giornate, si veda Corrado Barbagallo, Napoli contro…, Appendice, cit., e Antonino Tarsia in Curia, La verità…, cit. 
[63] ACS, CPC, b. 5037, f. “Tarsia in Curia Ludovico”, nota 978 del 9-2-1924.
[64] Ivi, nota 3878 del 11-6-1925.
[65] Sfuggono a questa tentazione e fanno seriamente storia il recente e notevole Alexander Höbel, L’antifascismo operaio e popolare napoletano negli anni Trenta. Dissenso diffuso e strutture organizzate, in Gloria Chianese, Fascismo e lavoro a Napoli…, cit, e Nicola De Ianni, Operai e industriali a Napoli tra grande guerra e crisi mondiale. 1915-1929, Librairie Droz, Gnéve, 1984.
[66] ACS, CPC, b. 5037, f. “Tarsia in Curia Ludovico”, nota senza numero del 20-7-1939.
[67] Sulla vicenda Pietro Bianconi, 1943, La CGL sconosciuta. La lotta degli esponenti politici per la gestione dei sindacati operai 1943-1946, Sapere Edizioni, Milano-Roma, 1975, e Angelo Abenante, Aldo Abenante, Napoli, 1943-1947. Una cronaca comunista, Libreria Dante e Descartes, Napoli, 1999; si vedano, inoltre l’opuscolo Ciò che ci divide, diffuso a novembre del 1943 dalla Federazione Campana del Pci, e il dattiloscritto di  Clemente Maglietta, La scissione di Montesanto. Una crisi a Napoli nel PCI alla fine del 1943, conservati entrambi nell’Archivio dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, e Francesco Giliani, Storia della CGL rossa. Lotta di classe, PCI e potere anglo-americano nel Sud (1943-1944), tesi di dottorato, Università Orientale di Napoli, anno accademico 2005-2006.
[68] Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo…, cit. Sulla figura di Federico Zvab, che meriterebbe molta attenzione, non esiste ancora, purtroppo una ricerca organica. Su di lui si veda il fascicolo personale in ACS CPC, b. 5615, f. “Zvab Miroslavo”. 
[69] ASN, PG, V2, b. 31 f. “Relazioni trimestrali. 1925-1937” nota 9188 dell’8-10-1928; ACS, CPC, b. 4156, f. “Pugliese Carratelli Giovanni” e b. 4386, f, “Romano Aldo”.
[70] Assieme al “Più Avanti!”, circola anche, seguendo vie clandestine, l’antifascista “Faville” di cui non è facile accertare la provenienza.ASN, PG, V2, b. 510, f. £IV-2f-1-1929-1”, sf. “Pubblicazione antifascista Faville”. 
[71] Ivi, Gabinetto di Questura, 1919-1932, b. 1010, f. “Federazione Giovanile Comunista. 1921-1927”, nota 109 del 14-5-1925 e ACS, CPC, b. 178, f. “Arcuno Ugo”, appunto senza numero e data, ma certamente posteriore al 1941, quando il fascicolo fu riordinato.
[72] Ivi, b. 4501, f. “Russo Pietro”, note dal 1925 al 1941.
[73]Ibidem, profilo biografico e note 4127 del 20-7-1923, 1243/20-1-1926 e senza numero del 4-12-1943.
[74] ACS, CPC, b. 4386, f. “Romano Aldo”, memorandum inviato alle autorità per affermare la sua fede fascista, allegato alla nota 1027657 del 13-8-1937.
[75] Ivi, nota 15766 del 16-11-1937.
[76] Ibidem.
[77] Giacomo De Antonellis, Napoli sotto…, cit., p. 197; Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Bollati Boringhieri, Torino, 1999; Mauro Canali, Le spie del regime, Il Mulino, Bologna, 2001.
[78] Carlo Salinari, Storia popolare della letteratura italiana, Editori Riuniti, Roma, 1962, p. 13.
[79]Per quanto mi riguarda, quando dico revisionismo, non guardo esclusivamente a destra. Come ha osservato con grande lucidità Cortesi, infatti, c’è a sinistra una tradizione che pone al primo posto la “ragione di partito”, che è ragione di parte e, quindi, parziale. E’ la ragione che guida il Pci “già nei primi atti costitutivi della democrazia italiana”. La complessità dell’antifascismo, mi pare di poter aggiungere, è inconciliabile con questa tradizione. Di qui il destino storiografico delle Quattro Giornate. Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 251, e Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit. pp. 142-144.

Uscito su Meridione. Sud e Nord del mondo, 4/2010, pp. 207-233. 

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C’è chi accenna a rapporti dell’antiterrorismo e accusa studenti e ricercatori: “sovversivi pericolosi” da arrestare. Chi ogni giorno ha tra le mani carte di polizia, note riservatissime e relazioni ignobili di infiltrati e confidenti, sa che la storia ha anche un volto impresentabile, che non riguarda solo i regimi totalitari. Piaccia o no, è il volto del potere. Puoi mettergli a guardia regole e segnare limiti, le zone d’ombra esistono, non le cancelli. Un esempio per tutti: il sindacato. Oggi è normale, per certi versi addirittura “banale”, che esistano confederazioni sindacali. Sarebbe ridicolo se la Digos le indicasse come “covi di terroristi” ed è noto a tutti: per loro natura, “raffreddano” il conflitto e sono utili anche al padronato. Non è andata, però, sempre così.

 Napoli, 1893. Nei vecchi rapporti di polizia il sindacato è una minaccia per gli equilibri sociali: l’operaio deve “chiedere” e, se rivendica un diritto, si ribella. Quando i lavoratori si associano, il Ministero dell’Interno ordina alle questure di insinuare uomini tra gli operai per “conoscere il numero complessivo degli iscritti, le generalità, i connotati e un breve cenno biografico di ciascuno dei capi”. In gran segreto si fanno schedature e a Roma giungono elenchi di “organizzazioni pericolose”. Basta parlare di orario di lavoro, salario e salute, ed ecco l’etichetta: “sovversivo”. Decidono questori, prefetti e funzionari della Squadra Politica. Oggi diremmo Digos. Senza informare gli interessati, “le autorità, prima di ammettere nuovi operai negli stabilimenti e nelle amministrazioni” chiedono “speciali informazioni” e si segnalano così i sindacalisti “più influenti e pericolosi affiliati ai partiti sovversivi”. Sono partiti regolarmente presenti in Parlamento, ma nei rapporti non c’è differenza tra delinquenti e delegati sindacali e la stampa non prova nemmeno a verificare le “veline”. Le società operaie crescono e la Questura s’inventa “cabine di regia” e “manovre anarchiche”. Per mettere nei guai chi lotta per un diritto e disturba i padroni, l’anarco-insurrezionalismo è l’argomento più usato dalle autorità di Polizia di ogni stagione della nostra storia: Italia liberale, fascista e repubblicana. I fascicoli della Questura sono pieni di rapporti fantasiosi e inverosimili di spie e confidenti che vendono a peso d’oro notizie di terza mano, invenzioni e libere interpretazioni di discussioni politiche e sindacali. Senza uno straccio di prova, il prefetto accusa: “si finge di tendere al miglioramento economico degli operai, ma invece si punta a fomentare le passioni, a coalizzarli, con mire evidentemente politiche e avverse all’attuale stato di cose. […] Per far proseliti, poi, si studia di trar partito specialmente dal malcontento che, per una ragione o per l’altra, serpeggia nelle varie classi operaie”.

 E’ un classico. Vale per ieri e oggi. Le cause del malcontento non interessano  nessuno. Contano soprattutto i “sovversivi”. Ogni riunione è un pericolo, le “voci” inverosimili riferite dai confidenti sono prese per buone senza alcun riscontro. Pericolosa è persino una riunione “in una bettola fuorigrottese, ove si legge una lettera pervenuta da Palermo”. Nessuno sa che ci sia scritto, ma conviene credere a un fantomatico piano rivoluzionario al quale, suggerisce un infiltrato a caccia di quattrini, “prenderebbe parte un giovane prete dimorante al Vomero”. Il condizionale la dice lunga e il senso del ridicolo indurrebbe chiunque a più serie riflessioni, ma “in alto” si preme e inquirenti e magistrati si legano in oscure connivenze. Per colpire gli operai, il Questore si muove “nel modo più acconcio” per indurre il proprietario di uno stabile a sfrattare i sovversivi e la Procura “garantisce che dal locale Pretore sarà emessa relativa ordinanza e, nello stesso giorno in cui giunga, fatta eseguire”. Accuse non ce ne sono, ma il Questore trasmette alla Procura Generale copia dei rapporti inviati al Prefetto. La procedura é scorretta, ma serve a costruire prove false. Si giunge al punto di denunciare gli autori di un manifesto che due settimane prima è stato considerato del tutto legale. I lavoratori scoprono un provocatore, ex agente di PS, e lo espellono, ma l’uomo riappare nell’elenco degli iscritti, “ritoccato” dopo il sequestro, e in Tribunale fa la sua parte nel ruolo di falso testimone. Il Questore dà credito ai confidenti e si cerca un’imbarcazione “comandata da un maltese, che dovrebbe arrivare dall’Albania con armi da sbarcarsi lungo la marina di Licata e Porto Empedocle”. Nessuna la trova e due perquisizioni senza mandato non bastano a tirar fuori il carico di armi. Una “velina” della Questura trova, però, spazio su giornali compiacenti e crea un clima di tensione giustificato dalla “necessità di opporsi con energia al movimento che nelle presenti condizioni economiche e morali di queste basse classi sociali, potrebbe da un momento all’altro prendere un carattere apertamente sedizioso e gettare la città […] in preda allo scompiglio”.

Occorrono, scrive il Prefetto, imputati “deferiti al potere giudiziario sotto il titolo di Associazione di malfattori”. Creato l’allarme nella popolazione, scatta la trappola. Il solito confidente consegna alla Squadra Politica un piano misterioso che prevede la sollevazione sincronica di Palermo, Messina e Napoli. La rivolta, si dice, inizierà con “incendi dolosi appiccati nella notte”. Quando un sarto del sindacato torna da Palermo, lo aspetta la Squadra Politica che lo arresta. In città, intanto, il Questore, avuta “notizia sicura che gli incendi si sarebbero praticati nella nottata mediante petrolio e acqua ragia coi quali si sarebbero intrisi gli stoppacci accesi gettati negli scantinati”, mette in moto “pattuglie che percorrono la città in tutti i sensi con ordine di fermare, perquisire e arrestare”. Nel cuore della notte sono presi due individui. “Perquisiti nella persona”, guarda caso, hanno con sé due bottiglie di acqua ragia e un manifesto con la scritta a mano: “Viva la rivoluzione sociale”. Due terroristi e due bottiglie di acqua ragia sarebbero ben povera cosa per una rivoluzione, ma la polizia sostiene che i mille compagni, impauriti, si sono ritirati. Tanto sindacatobasta per portare in tribunale l’intero sindacato. Nella fretta, la Questura sbaglia la data dell’arresto e anticipa d’un giorno la rivolta, ma i giudici lasciano correre. La fantomatica rivolta non c’è stata, ma due bottiglie d’acqua ragia e le chiacchiere del sarto che si “pente” spediscono in galera decine di sindacalisti.

Al processo la condanna è già scritta. Tutto si basa su insinuazioni di anonimi confidenti di fiducia della Questura. La difesa chiede di interrogarli, ma il giudice rifiuta, perché “le informazioni  avute da confidenti trovano riscontro negli atti”. E’ verità di fede e tanto basta: due bottiglie di acqua ragia e dei confidenti. I due “terroristi” negano e l’acqua ragia può essere strumento di lavoro. Nessuno li ascolta. Degli agenti che testimoniano, uno è colto con un foglietto da cui legge appunti e nomi d’imputati; un altro manda su tutte le furie il giudice che lo interroga perché ricorda “cose molto differenti da quelle risultanti nella deposizione scritta”. Un ispettore, infine, messo alle strette dalla difesa, ammette che gli imputati non sono sovversivi pericolosi. Il giudice preoccupato, scrive allora al Questore per fargli “raccomandazioni sul contegno di funzionari e agenti che dovranno essere intesi, non potendo in caso contrario garantire l’esito del processo”. Preoccupato è anche il Crispi, presidente del Consiglio, che intervenuto personalmente e indebitamente, “raccomanda di sollecitare il più possibile il pronunciato della Camera di Consiglio, ritenendo opportuno lo scioglimento del sindacato”. In quanto al sarto, testimone chiave, ritratta le dichiarazioni rese in istruttoria e narra la storia di durissimi interrogatori, di lunghi digiuni e della privazione dell’acqua. La polizia, accusa, lo ha drogato e convinto a firmare una dichiarazione falsa e già preparata. Dopo un’altalena di violenze e lusinghe, avrebbe ceduto in cambio di 500 lire, un passaporto e la sistemazione delle figlie. L’uomo non mente. In archivio c’è la ricevuta della cifra pattuita e la firma di un ispettore. Il processo è una farsa, ma una valanga di condanne si abbatte sul sindacato, che è disciolto, mentre i sindacalisti sono spediti in galera.

È un caso tipico, ma ce ne sono veramente tanti. Nel 1914, quando l’Italia dei padroni, interessati a vendere armi, si prepara alla guerra, l’ostacolo sono gli operai antimilitaristi. A giugno del 1914 l’esercito liquida il conto, sparando sui lavoratori. A Napoli sono ammazzati quattro dimostranti. Due giovani vittime sono operai di 16 anni. La polizia e i bersaglieri negano ogni addebito: hanno sparato una sola volta per legittima difesa. E poiché i quattro morti e un ferito sono trovati in due strade diverse, a Vico Spicoli e a Vico Croce, si falsificano gli atti. Il ferito è immediatamente arrestato e “per imperiose ragioni di ordine pubblico”, un morto viene nascosto “nella sala mortuaria del Trivio”, il cimitero ebraico, sicché per giorni la povera madre cercherà invano il figlio ucciso. Si prende tempo per concordare una versione comune tra i commissariati di quartiere. “Prego redigere un unico rapporto ribadente questo unico punto di vista”, scrive il Questore ai dipendenti: “c’è stato un unico conflitto a fuoco […]. Confido nella solerte abilità ed attendo un preciso rapporto per il quale è opportuno prendere accordi col Colonnello che comandava la truppa”. Un giudice che sta al gioco si oppone – “l’esame necroscopico e gli accertamenti generici escludono che uno degli operai sia morto con gli altri” – ma tutto è sepolto in archivio, anche la verità narrata da un veterinario, finito in ospedale per uno scontro a fuoco in cui è morto un lavoratore. La via dei tumulti non è quella indicata dalla Questura.

 Maroni può dire ciò che vuole, ma le cose stanno così: tra il 1948 e il 1966 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici sono stati ritenuti “perseguitati politici”. In Archivio ci sono ancora i telegrammi della polizia repubblicana che pedina Gaetano Arfè, partigiano e storico di prestigio e Giorgio Napolitano, oggi presidente della Repubblica. Il Ministro di storia non s’intende, ma può controllare. Sandro Pertini è ancora schedato come malfattore. Lo tenne prigioniero a Ventotene un “camerata del noto La Russa”, per dirla col linguaggio dei questurini: Marcello Guida, direttore della colonia penale fascista di Ventotene, ove fu prigioniero anche Terracini, che poi firmò, come segretario della “Costituente”, la carta costituzione, nella quale i missini come il ministro La Russa non si riconoscevano. Bene, Maroni non se ne ricorderà, ma si informi, il 12 dicembre del 1969, quando una bomba fascista fece una strage a Milano, capitale della sua inesistente Padania, il Questore che coordinava le indagini era proprio lui, il fascista Marcello Guida. Fu lui a informare gli italiani che l’attentato era opera dei soliti anarchici insurrezionalisti. Pochi giorni dopo il povero Pino Pinelli, accusato dell’attentato senza alcuna prova, volò dal quarto piano della Questura retta dal Guida. Questo alto funzionario fascista, incredibile Questore della Milano antifascista, aveva fatto bene il suo lavoro. Stavolta non si trattava di montare un processo. No. Il compito era di smontarlo per coprire i camerati.

 Si potrebbe continuare a lungo. Ma a che serve? Maroni e soci tengono ben coperte le verità che scottano e invano gli studiosi chiedono di cancellare il segreto di Stato. Il Ministro ha altro da fare. Non è la verità che va cercando. Punta alla solita montatura sui soliti anarchici. Per ora ha creato i colpevoli e li ha indicati all’opinione pubblica. Poi verrà il reato. Quale? Un po’ di pazienza. Come troveranno un sarto pentito, ce lo faranno sapere.

Uscito il 20 dicembre 2010 su Caunapoli.

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Se n’è andato sicuro e contento, nell’applauso gelido dello studio televisivo, dopo il “colpo di teatro“, avvocato. Se n’è andato e nessuno le ha dato l’insufficienza piena per il profitto scarso di studi improvvisati. Nessuno, né la scuola piegata, né l’università ridotta allo stremo sull’ultima spiaggia, gliel’ha fatto notare: s’è comportato come lo studentello impreparato e presuntuoso che studia sul Bignami e poi gioca d’azzardo. Non so quale malaccorto leghista le scriva gli interventi che recita a memoria come un guitto e, però, chiunque sia, licenzi il pennivendolo e si raccomandi alla Gelmini per un “corso di recupero ministri culturalmente indigenti“. Faccia presto, avvocato: l’Italia si vergogna.
Pacatamente e però fermamente, come si conviene a un professore: le mafie non si combattono solo con la repressione e si favoriscono uccidendo la scuola e l’università come fa il suo governo. In quanto a Salvemni, i suoi articoli sul federalismo, che lei piega a fini separatisti, nacquero per unire. Un pensiero politico ha senso solo se s’inserisce nel contesto in cui si forma e il maestro delle vituperate scuole elementari gliel’ha certo insegnato: è l’abbiccì di chi spiega il presente ricorrendo al passato. Lei fa invece il contrario, avvocato: lei giustifica la vergogna presente con un passato nobile che di solito disprezza. Di federalismo, Salvemini scrisse su “Critica Sociale” di Filippo Turati e Anna Kuliscioff e fu parte integrante della militanza d’un socialista eretico, lontano anni luce dalla ferocia  leghista. La critica s’appuntava sul latifondo assenteista e parassitario del Sud, alleato da sempre – gliel’ha detto Saviano, ma lei non può capire – coi ceti mercantili o più o meno industriali del “mitico” suo Nord, vissuto d’incentivi di Stato fino ad oggi, col sedicente “libero mercato” alla Marchionne. La “Padania” di cui ciancia, avvocato, non esiste. Esistono ceti abbienti che hanno le mani sporche di un patto che pesa su quelli subalterni. E non basta recitare un versetto del Corano per dichiararsi musulmano. Lei non c’entra nulla con Salvemini e col meridionalismo. Salvemini sosteneva che il socialismo, di cui lei rifiuta storia, origini e cultura, non doveva “compromettersi” con le tendenze “economiche” delle oligarchie del Nord, comprese quelle operaie, ma lottare per riforme generali, utili ai settentrionali e vitali per l’affrancamento delle masse contadine meridionali. Salvemini, per capirci, accusava i ceti dirigenti settentrionali di aver sottoscritto un accordo criminale con quelli meridionali, espressione anche delle mafie: agli uni i privilegi della rendita, agli altri la crescita delle organizzazioni economiche padronali e proletarie. E’ andata com’è andata e i meccanismi, quelli sì, i meccanismi lei li conosce bene. Ha avuto per socio al governo Cosentino e, tra i suoi alleati, ci sono gli indagati, i processati e i condannati.
Lei, avvocato, non è solo imprudente. Lei è un ministro dell’interno che reprime con violenza cilena chi difende un diritto, non sa di che parla e le fa difetto l’onestà intellettuale. Dovrebbe saperlo, per gente come quella che forma il governo di cui lei fa parte, Gaetano Salvemini scrisse un celebre opuscolo, oggi più che mai attuale: Il ministro della malavita, si intitolava. Perché non l’ha citato? Non lo conosce? Studi avvocato, lo legga, lo impari a memoria. La finirà di raccontare frottole e dire spropositi.

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Qualcosa di attuale? Direi di sì. Basta leggere:

«Siccome la stampa è un elemento prezioso, in ragione di questa funzione altissima bisogna creare anche i doveri e la disciplina relativi. Quando si pensa che per gelosie editoriali e per miserabili insuccessi di vendita, all’infuori dell’odio di parte, si possono gettare in discussione le cose più delicate della nostra vita politica, e dare le notizie assurde, fantastiche, sensazionali, che creano allarmi e danneggiano il credito, non la sospensione ma la condanna di un tribunale e la fustigazione sarebbero le punizioni adeguate».

Di chi è? Non è facile dirlo, perché da tempo capita spesso di leggere o ascoltare interventi di questo tipo su argomenti così delicati e, a ben vedere, la riflessione non giunge certo nuova. Nel cliché del conduttore televisivo moderato, attento agli equilibri politici, all’audience e alle sue decisive ragioni, l’articolo è solo un “tentativo serio e onesto di ragionare sull’informazione senza noiose ingessature ideologiche del Novecento“. E non ci sono dubbi: pochi dissenzienti. Non dico tutti, ma il nuovo che finalmente avanza ce lo vedranno in molti e non mancherà la nota polemica di chi da tempo invita a smetterla di maledire il tempo nostro “incolto”. Chi è? Inutile insistere, per ora. Più che sull’autore, la gente si ferma giustamente sui contenuti: Quale ruolo per la stampa oggi? Quali i poteri e i limiti di chi “fa opinione“? Non son cose da poco e non è il caso di levar gli scudi per “lesa maestà“. Il tema è complesso – la libertà di stampa – però diciamolo: ce ne riempiamo la bocca ogni giorno, s’è fatto un gran parlare di “bavaglio” a giornali e televisioni, ma è chiaro che occorre regolare la discussione. Inutile insistere su una libertà astratta senza approfondire il concetto. Cos’è la libertà? Occorrerà pur darne una definizione. Una “penna felice” e, per suo conto, nota s’è già posto il problema e una risposta l’ha tentata. Senza arroccarci come giacobini integralisti del pensiero liberale, leggiamo e vediamo che dice. Può darsi che una lettura attenta riveli la firma:

«Ma che cos’è questa libertà? Esiste la libertà? In fondo è una categoria filosofico-morale. Ci sono le libertà: la libertà non è mai esistita» e un Governo ha «il diritto di difendersi».

Brunetta, Sacconi, o il capo in persona, Berlusconi? Lasciamolo da parte l’autore. Piaccia o no, prima dell’inevitabile discussione, c’è un dato inoppugnabile che conta forse anche più dell’autore. Buona parte del Paese vota per un governo che lo dice chiaro: regolamentare la stampa non è una misura eccezionale. Chi è che non ha letto cose di questo tipo negli ultimi tempi e non ha trovato pronto il salotto buono che, sotto l’occhio vigile delle solite telecamere ne ha discusso, senza scatenare mai un insanabile scontro politico? Ci sono contributi d’ogni tipo, basta scegliere a caso e poi se ne discute. L’autore, la matrice ideologica? Ma quale ideologia? Poi vedremo l’autore. Conta, per ora, la grande attualità delle critiche e, pur nei toni decisamente aspri, la modernità delle soluzioni individuate:

«Mentre in questi ultimi mesi tutto è cambiato in Italia, una parte di quel giornalismo che in mille occasioni ha dimostrato di non meritare la sconfinata libertà concessa a molte delle sue penne criminose, è rimasto quello che era. Giornalismo da macchia e da libelli torbido e tortuoso. Ed è questo il giornalismo che oggi sbraita e si scandalizza [...]. Ubriaco, invasato della inverosimile potenza della sua penna senza scrupoli, questo giornalismo crede oggi con l’agitarsi, di poter commuovere l’opinione pubblica [...] per permettere il perpetuarsi delle campagne tendenziose, delle diffamatorie congiure a danno della buona fede delle masse che non hanno nessun mezzo di controllo. Il Governo ha il dovere di salvaguardare la tranquillità di queste masse».

E si potrebbe andare avanti senza fermarsi. Tutto s’è detto così, toni e parole, in questi ultimi, drammatici due anni. Tutto. Nel consenso vittorioso delle urne. Tutto riguarda il presente. Che importa ai lettori se il giornale è “Il Popolo d’Italia” e l’autore degli articoli è Benito Mussolini? [1]? Era l’Italia fascista del 1923. Noi che c’entriamo? Qui regna la democrazia.

1) La stampa e la sua libertà, “Il Popolo d’Italia”, 15 luglio 1923; La fiducia al Governo con 303 voti, “Il Popolo d’Italia”, 17 luglio 1923; Battaglia di una minoranza di giornalisti contro il decreto sulla stampa, “Il Popolo d’Italia”, 22 luglio 1923.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 novembre 2010

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 Maschera del potere, il pragmatismo politico è “tecnica” del dominio e, in quanto tale, premia “la lealtà priva di coscienza dei servitori dello Stato”[1] e condanna l’utopia, canto alla libertà contro i cilici del pregiudizio, solo perché crede possibile ciò che la “saggezza” del palazzo vuole insensato, Si chiama realismo, ma è rinuncia all’amore e, in nome degli interessi dei gruppi dominanti, coltiva la “paura superstiziosa degli uomini davanti a dio, alla provvidenza e al destino”, ne ignora le naturali aspirazioni e si fa strumento di temibili, talora fatali pulsioni individuali, quali l’ambizione, la boria e il tradimento[2]. In realtà, il potere teme l’utopia, perché essa non solo coglie “un bisogno sociale, più o meno confusamente sentito, ma anche l’imminenza” di un “mutamento politico destinato a soddisfarlo” [3], le esigenze di autenticità e le istanze etiche che spingono l’uomo a smascherare l’ipocrisia e la superstizione e a rifiutare la miseria morale della “ragion di Stato”. Il pragmatismo, tuttavia, ha un vantaggio; poiché l’utopia ingaggia spesso battaglie perse in partenza e combatte un eccesso di realismo con un’eccessiva speranza, è facile sostenere che supera i limiti naturali imposti all’uomo, quelli sui quali poggia l’ordine costituito. E’ così che, non di rado, si dice utopia e s’intende pazzia.

E’ vero, una storia dell’uomo in relazione alla categoria del pregiudizio non esiste, ma il problema è presente nel pensiero filosofico. A proposito di follia saggezza e pregiudizio, Voltaire scrive, tagliente, che, discutendo con un folle, i medici “si crederanno saggi e non saranno meno pazzi di lui”. Tuttavia, prosegue, “quando il folle domanderà: di grazia, voi che sapete tanto, ditemi, perché sono pazzo?” non c’è dubbio: “Se ai dottori rimane ancora un po’ di buon senso, gli risponderanno: Non ne so nulla”. Indugiando, poi, sul caso esemplare di quel monaco il quale “scrive che Clodoveo, trovandosi in grave pericolo durante la battaglia di Tolbiac, fece voto di farsi cristiano se l’avesse scampata”, il pensatore si interroga acutamente: “ma è normale che ci si rivolga a un dio straniero in una simile circostanza? Non è proprio allora che la religione in cui si è nati agisce più potentemente?”. La risposta è illuminante: è il pregiudizio che induce a prestar “fede a tutte le storielle di questo genere”. Certo quelli che conoscono la natura umana sanno bene che gli usurpatori come Clodoveo “si fecero cristiani per governare con maggiore sicurezza i cristiani”, ma i più pensarono che quella fosse fede, perché “in tutta la terra si ispirano nei bambini tutte le opinioni che si vuole, prima che essi possano giudicare” [4]. Voltaire smaschera così i processi di manipolazione usati dal potere.

Si dirà che cose del genere oggi non possono accadere, ma non è vero. Il confine tra giudizio e pregiudizio è incerto e confuso e, in quanto al rapporto tra realismo, utopia e pazzia, è difficile negarlo: se esiste “una infinità di cose sagge […] condotte in maniera estremamente folle, vi sono anche delle follie che sono condotte in maniera estremamente saggia” [5]. Sembrerà solo un paradosso, ma è la lucida riflessione d’un pensatore che ha lasciato segno di sé nella storia della società. Dal punto di vista del potere, del resto, la democrazia borghese non bada alla ragionevolezza d’un pensiero che crea consenso, ma teme e colpisce un’autonomia critica così radicale da indurre al dissenso. Sano diventa pertanto il pregiudizio – “opinione senza giudizio”, direbbe Voltaire [6] – “insania” dannosa e “sovversiva” risulta, invece, la coerenza critica perché l’ordine costituito è soprattutto ragion di Stato e “verità di fede”, il contrario di quella fede laica contro la quale il potere scatena i sacerdoti della morale dominante, la forza manipolabile dei numeri e della statistica, i magistrati e la filosofia repressiva della “pubblica sicurezza” . D’altro canto, il potere non ha scelta, perché i valori fondanti dell’edificio borghese – la libertà, l’eguaglianza e la fraternità – sono in insanabile contrasto con un modello economico che, per non crollare su stesso, obbedisce a una necessità inderogabile prodotta dalla legge del profitto: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’utopia pone al potere una domanda che svela l’inganno: “che pensare di una libertà che coesiste con una necessità […] se non che questa libertà è tragica per essenza?”[7]. Nel silenzio che risponde a questa domanda ci sono la chiave di lettura di una ricostruzione della storia dal punto di vista delle classi subalterne e la ragione per cui la follia integralista del potere non si contenta di incarcerare o uccidere il dissenso. Ha bisogno di sancirne l’anomalia e disconoscerne l’etica. E’ significativo perciò che oggi, in un tempo buio come quello che viviamo, nel vivere quotidiano di una società civile assediata dall’ingiustizia sociale, dalla corruzione e dalla violenza, una ‘questione morale’ torni a proporsi a coscienze avvertite, riannodando il filo tra passato e presente e ricordando, infine, che spesso un esempio vale più di cento vibranti discorsi.
Diamolo quest’esempio: ribelliamoci!

1) Ekkehart Krippendorff, Shakespeare politico. Drammi storici, drammi romani, tragedie, Fori, Roma, 2005, p. 138.
2) Ivi.
3) Auguste Comte, Ouvres, Atropos, Paris, 1968-1972, V, pp. 241-242, in Idem, Dizionario delle idee. Scienza, politica, morale, a cura di Stefania Mariani, Editori Riuniti, Roma 1999, p. 105.
4) Voltaire, Dizionario filosofico, introduzione di Angelo G. Sabatini, traduzione di Maurizio Grasso, Newton Compton, Roma, 2010, pp. 145 e 247.
5) Charles Louis de Montesquieu, L’esprit des lois, in Ouvres complete de Montesquieu, Nagel, Paris, libro XXVIII, cap. 25, riportato da Idem, Dizionario delle idée. Le radici liberali della politica e del diritto, a cura di Marco Armandi, Editori Riuniti, Roma, 1998, p. 52.
6) Voltaire, Dizionario filosofico, cit. p. 247. 
7) Maximilien Rubel, Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale, Prolegomeni per una sociologia etica, Colibrì, Milano, 2001, p. 405.

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L’Italia “imperiale” del 1939 ha i lineamenti del capitalismo straccione di retroguardia: è cinica, cieca e degenerata. L’alleato nazista fa paura e la retorica sulla missione di “Roma universale” smorza i toni eroici del nazionalismo italico, ma il ritorno all’irredentismo radicale di Timeus ha aperto la via all’odio razziale “che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di […] un nemico che si deve odiare e combattere senza quartiere”[1]. All’ordine del giorno c’è il delirio del “goliardo dalmato oppresso” che, minaccia: “Io ringhio e il ringhiare mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia”[2]. Nelle strade complici e indifferenti manifesti ignobili mettono insieme sprezzanti “il nero, l’ebreo e il comunista” e Visco, Pende e Cipriani, esempi di morale e di scienza fascista, in genti dai mille semi, vedono campioni ariani, purissimi e guerrieri[3]. Pronto al cimento, nei popolari disegni di Beltrame e sulle colonne della “Domenica del Corriere”, il legionario fascista, nato “corsaro e distruttor di navi”, è ormai il dannunziano “protagonista di folgoranti imprese” e l’invincibile eroe che “osa l’inosato”. E’ l’ora del “milite glorioso”. In Aragona e Catalogna, “le avanguardie della divisione Littorio” non mancano mai d’un “arditissimo sottotenente” che si impadronisce “di un autocarro carico di dinamite e, sventolando il tricolore” insegue il nemico fatalmente “in rotta”[4]. Quale sia stata poi la sorte degli immancabili ufficiali, la “Domenica del Corriere” e Beltrame non dicono e poco se n’è parlato in seguito, quando di quel tempo s’è intuita la vergogna. In realtà, gli eroi di tutte le guerre hanno la vita breve d’un istante di gloria sanguinosa e li ricorda il marmo d’una piazza indifferente. L’eroismo dell’Italia “imperiale” del ’39, come accadrà per quella che oggi esporta la pace a colpi di cannone, non si legge nei disegni del “Corriere” di turno o sui cippi dei caduti. Occorre cercarla nelle pieghe oscure d’una verità che nessuno racconta: la sorte dell’eroe sopravvissuto. Si scopre così quanto passato vive ancora nel nostro presente che, non a caso, è il passato dei nostri figli.

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Sopracciglia grigie, baffi brizzolati, […] statura alta, corporatura media […], viso poligonale”… In una nota informativa asciutta fino allo schematismo e, per molti versi gelida, Pasquale Ilaria, ormai cinquantenne, mostra sul volto “bruno e rugoso” la trama delle “cicatrici alla regione sopraccigliare sinistra, conseguenti a ferite di pallottole di shrapnel”. Sono segni evidenti del comportamento eroico nell’inferno delle trincee e, ad un tempo, il debito che la patria ha contratto con un suo figlio valoroso negli anni lontani della giovinezza[5].
Geometra di Caposele, “ex capitano del Regio Esercito, volontario della guerra libica ed invalido di guerra nella conflagrazione del 1915-1918, decorato al valor militare”, l’Ilaria è sopravvissuto al suo eroismo e, come accade assai spesso ai reduci, tornato in abiti borghesi, non si fida più molto dei “capi”, discute gli ordini e giunge a disobbedire[6]. Ilaria non ama il fascismo e diffida del suo tentativo di costruire sulla “Grande guerra” il mito di un eroismo che supera se stesso, che è

qualcosa di più: é una milizia, é una religione, una passione che infiamma tutti i giovani generosi italiani e con i giovani gli adolescenti ed i vecchi che non si sentono tali e che hanno raccolta la face viva riaccesa dei morti della grande guerra”[7].

Ilaria, che non si riconosce in questo “eroismo”, si defila, “chiamandosi fuori” ed “esce” dal mito. C’è, in questo suo comportamento, un che di volontario, un rifiuto istintivo, ma non del tutto inconsapevole, della funzione omologante assegnata a un eroismo “mummificato” dagli stereotipi di una società gerarchizzata. Contro questa società, scriverà anni dopo, egli si schiera quasi naturalmente, “per amor di verità, di moralità, di legalità, cioè di ordine, e per carità di patria”[8].
Per il regime di Mussolini Ilaria è inizialmente un enigma. Uomo d’ordine per sua stessa ammissione, ma incompatibile con l’ordine fascista fondato sull’etica del manganello, il capitano che, nell’orrore del fronte, ha imparato a conoscere e rispettare l’umanità, il coraggio e la sofferenza della povera gente mandata al macello, pensa a un Paese che, senza rinunciare alla tutela della proprietà e della gerarchia, ritenga sacri i diritti civili e la dignità dell’uomo. Un uomo così, uno che non ha un partito, non è un attivista e non si propone di fare carriera politica, potrebbe apparire tutto sommato innocuo – e in fondo lo è – ma il fascismo diffida e sente di doverlo temere. Il fatto è che, senza nemmeno volerlo, semplicemente per ciò che rappresenta con la sua storia e la sua posizione sociale, l’ex ufficiale e le sue convinzioni costituiscono di fatto, per l’ordine in camicia nera, una sfida insidiosa e per certi versi intollerabile. E non si tratta solo, come potrebbe apparire, del fatto che l’uomo si colloca a destra, in un terreno politico che il regime tende per sua natura a monopolizzare. C’è dell’altro. Così com’è, vestita dei panni di un soldato valoroso, la sua idea di patria, lontana e sostanzialmente diversa da quella fascista, potrebbe trovare facilmente consensi tra ceti sociali che concorrono a formare la base di consenso del regime. In questo senso, essa non solo è alternativa ma, a ben vedere, costituisce una sorta di anomalia, una vera e propria “diversità” e, in quanto tale, fatalmente “sovversiva”.
Com’è naturale, la replica è dura e immediata. Subito dopo le leggi “fascistissime”, infatti, ai primi del 1927, il regime, che pure s’atteggia a patrono di invalidi e combattenti, getta la maschera e inserisce l’ufficiale decorato nell’elenco dei sovversivi pericolosi da arrestare in determinate occasioni[9]. L’inevitabile conflitto è immediatamente duro e così difficile da gestire, che stavolta le autorità di pubblica sicurezza ricorrono subito alle maniere forti. Nel 1928, quando Ilaria è sorpreso a distribuire volantini ostili al regime, pronta e implacabile giunge la denuncia all’Autorità Giudiziaria, cui fanno da contorno la sorveglianza asfissiante, la schedatura e la minaccia di un rapido ricorso alla legge contro i “sovversivi”[10].
Il coraggio della trincea non sempre basta ad affrontare, in tempo di pace, la guerra della vita e Ilaria, messo spalle al muro, cede e finisce col chiudersi in un silenzio sprezzante, ma del tutto inoffensivo. Con la resa umiliante al regime, la vicenda sembra esaurire definitivamente la protesta antifascista dell’ex capitano del genio, ma le cose non stanno così. Nel 1939 Mussolini sente che l’alleanza con Hitler e l’antisemitismo inquietano piccoli e medi borghesi come Ilaria. Da anni il regime va avanti senza una filosofia della politica; tutto trasuda retorica e dietro le formule di rito e il dinamismo pseudo futurista dei gerarchi, fanno capolino una preoccupante frattura con la cultura, le tradizioni e le abitudini dei ceti popolari e un vuoto di valori coperto a malapena dagli slogan d’una incessante propaganda. Mentre l’anticapitalismo di facciata non può nascondere la corruzione e i cedimenti agli interessi della borghesia capitalista, Mussolini sente istintivamente che il fascismo non fa più presa; l’alleanza con Hitler e gli eccessi dell’antisemitismo inquietano la piccola e media borghesia da cui proviene Ilaria ma, piuttosto che provare a capire, inasprisce la polemica ideologica, aggiungendo al danno la beffa. Ilaria e quanti come lui manifestano resistenze democratizzanti, sono investiti così dalla strumentale “polemica antiborghese” del duce, in cui trovano spazio Rossoni, Olivetti, Malusardi, Chilanti, Orano, De Ambris, esponenti della cosiddetta “sinistra fascista”, gente passata per lo più dalla militanza nelle organizzazioni o nella stampa socialista e anarchica alle strutture politiche e sindacali del regime, che trova naturalmente comodo attaccare il “vecchio fascismo”[11].
E’ il momento dei “poderosi cazzotti nello stomaco della borghesia italiana”[12], il trionfo delle chiacchiere e dei formalismi, mentre gli avvenimenti corrono veloci e sempre più incontrollabili. “Chi si ferma è perduto”, recita uno slogan che annuncia la disperazione di chi corre senza avere una meta, e il vuoto si riempie di vuoto. Nascono il passo romano di parata, l’abolizione del lei, l’uniforme per gli impiegati civili e la militarizzazione della società. “Dobbiamo liberarci della borghesia” dichiara il duce, di fronte al naufragio dell’anima sindacale del corporativismo, ma intuisce che un filo si spezza, che gli Ilaria si moltiplicano, e si volge tardivamente ai “ceti proletari”. Dopo aver negato i più elementari diritti e cancellato ogni autonomia delle masse lavoratrici, c’è chi, nel regime, orchestra una strumentale babele socialistoide per accreditare un “nuovo fascismo”, che di fatto ignora i bisogni veri delle classi subalterne, ma dichiara genericamente di voler porre i ceti proletari sullo stesso livello delle classi padronali[13]. In un crescendo di menzogne che non conquistano l’operaio e disgustano sempre più i borghesi come Ilaria, al mito del soldato, prudentemente “ingessato” negli anni Venti, si affianca ora quello di lavoratori sempre più piegati ai voleri dei padroni, per i quali, promette la “sinistra”, il regime prepara un futuro in cui non saranno più “merce”[14].
Nella primavera del 1939, l’approvazione del testo unico sulle acque –e le occasioni di speculazioni più o meno lecite che la legge offre a chi è pronto a profittarne – pongono l’Ilaria di fronte all’arroganza del potere fascista[15]. L’occasione dello scontro è la cessione di alcune sorgenti del Sele all’Ente Acquedotto Pugliese da parte dell’amministrazione comunale di Caposele, coperta dalla nuova legge. Per tutelare l’antico “uso civico” delle acque da quella che si profila come una vera e propria “privatizzazione ante litteram” di un bene comune, con tutto quanto queste operazioni possono comportare in termini di torbidi interessi e rischi ambientali, Ilaria stavolta non fa calcoli, rompe il lungo silenzio e, senza badare ai rischi di un’aperta contestazione, prende una posizione dura e coraggiosa e coinvolge senza fatica la popolazione del piccolo centro. Margini di mediazione però non ce ne sono e, a meno di non volersi tirare nuovamente indietro, la rottura con l’amministrazione fascista è inevitabile. Ilaria non si ferma, incontra popolani, li organizza. Gli eventi precipitano in un baleno e l’ex ufficiale finisce col trovarsi alla testa di una manifestazione pubblica che assume per il regime i connotati di una vera e propria rivolta. La misura è colma[16].
Arrestato il 19 giugno del 1939 “per avere sobillato la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile all’Amministrazione comunale”, il 30 giugno l’ex ufficiale del Genio finisce davanti alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia[17]. Una formalità che non può riservare sorprese e non lascia speranze. La Commissione, infatti,

esaminati gli atti annessi alla denunzia ed i precedenti morali e penali […], ritenuto […] che lo Ilaria Pasquale è individuo pericoloso alla sicurezza pubblica e all’ordine nazionale”, lo assegna “al confino di polizia per un periodo di anni cinque”[18].

Come a voler riscattare il lungo e probabilmente doloroso decennio di silenzi e di sostanziale rinuncia a lottare, l’Ilaria contesta la decisione in un dettagliato ricorso, in cui denuncia il clima di illegalità che ha caratterizzato la vicenda, la violazione dei suoi diritti di imputato e, soprattutto, “gli atti di violenza che avevano preceduto, accompagnato e seguito la sentenza della Commissione”[19]. Tremiti, dove il regime lo seppellisce, riesce inizialmente ad atterrirlo e, per sfuggire alla pena, l’uomo si affida al suo passato di soldato, presentando una domanda di arruolamento, che non viene nemmeno presa in considerazione[20].
La condanna al confino e il successivo rifiuto di sperimentare la via di un onorevole compromesso, accettando un ritorno alla vita militare, segnano l’inevitabile epilogo d’una vicenda che va ben oltre la questione dell’ordine pubblico e il caso personale dell’Ilaria. Accecato dal delirio di onnipotenza del suo “duce”, il regime non coglie il significato profondo e, per molti versi emblematico, della rottura irrimediabile che si va consumando. Eppure, alla vigilia di un cimento militare che si rivelerà decisivo per le sorti del fascismo, l’opposizione aperta dell’ex ufficiale, un eroe di guerra decorato al valor militare, che non ha un definito “colore politico”, non può ricondursi ai temi del dissenso “rosso”, ma ha messo insieme contro il regime artigiani e contadini, è la spia d’un malessere profondo, dal quale nasce – ed è destinato ad assumere una preoccupante consistenza – un antifascismo collocato nel campo moderato, monarchico e cattolico: l’antifascismo degli “uomini d’ordine”, dell’amor patrio e del senso dello Stato, la cui coscienza morale e giuridica è sempre più incompatibile con quanto rimane vivo del mondo liberale, col disprezzo delle fondamentali libertà civili, col dichiarato “razzismo” e con una politica estera di isolamento, che lega il Paese alle sorti della Germania nazista. E’ una crepa ben più profonda di quanto possa apparire, che ha radici lontane e, nel momento della crisi del regime e del tradimento dei Savoia, produrrà una “resistenza di destra”, minoritaria, ma non per questo priva di un suo peso specifico nelle vicende che condurranno alla nascita della repubblica[21].
Se sul piano personale la rottura col regime segna per l’Ilaria una irrimediabile sconfitta, il suo caso costituisce, tuttavia, una testimonianza emblematica del lento ma inesorabile distacco del fascismo dalla sensibilità politica e dai principi morali di una borghesia cattolica che sa parlare alla gente e, dopo anni di consenso ambiguo e precario, matura un dissenso che, se si manifesta pubblicamente in maniera solo sporadica, preannuncia, tuttavia, l’isolamento e la crisi del regime, incapace di sopravvivere alle conseguenze della tragica avventura bellica.
Il 27 ottobre 1939, pochi giorni prima che la Commissione d’appello rigetti il suo ricorso, l’Ilaria invia “a S. M. Vittorio Emanuele Terzo, Re d’Italia e d’Albania ed Imperatore d’Etiopia” una breve lettera, in cui supplica il sovrano

di convertire l’arbitraria e provocatoria tortura del suo confino con la pena, più umana e più vantaggiosa per l’erario, della fucilazione che egli dichiara di preferire”[22].

Da Tremiti, intanto, superato l’iniziale avvilimento, l’ex ufficiale invia a Roma un esposto durissimo ed esprime come può la sua crescente distanza dal fascismo, rivolgendo continue critiche ai rappresentanti di quelle autorità verso le quali, scrive con lucido puntiglio, “nell’attuale periodo di emergenza della nazione”, non può che nutrire “per principio e per convinzione […] il massimo rispetto”[23]. L’occasione per un giudizio definitivo e irrevocabile sul regime giunge nell’autunno del 1941, quando l’Ilaria rifiuta una “sanatoria” offerta in cambio di un gesto di sottomissione e, dopo aver brevemente accennato al suo passato di soldato che, puntualizza, “è costretto a mettere in evidenza in sua legittima difesa contro l’accusa di antinazionalità”, ricorda a Mussolini che gli uomini veri riconoscono un solo padrone: la coscienza. Essa, prosegue,

sua tiranna e sua consigliera implacabile, non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, qual egli, con gravi sacrifizi, ha cercato di essere”[24].

Se l’idea fascista di patria, conclude lucidamente l’Ilaria, produce un regime che perseguita ingiustamente un patriota e tenta di corromperne la coscienza, quella non è, non può essere la

Nazione alle cui fortune anch’egli, modestamente, con la sua opera e il suo sangue, seguendo l’esempio dei Maggiori, ha cercato di dare il suo contributo disinteressatamente”[25].

Alla patria per cui ha combattuto, un soldato può domandare “giustizia, non clemenza […], giustizia formale ed effettiva” che “non può non attendere con serena fiducia”[26].
Si consuma così, col richiamo a una giustizia che certamente verrà, sia pure a conclusione d’una tragedia, il divorzio del regime da quei patrioti che ha esaltato e tradito e non ci sono dubbi, si può riconoscerlo onestamente: qui muore davvero la patria fascista. Prima, molto prima della sconfitta militare e dell’armistizio[27]. Una morte per cui non occorre autopsia: il regime affonda nel fango prodotto in vent’anni. Quei vent’anni in cui la vita di Ilaria e dei suoi mille sconosciuti compagni di lotta assume quasi il valore una risposta al pessimismo di Gobetti: il fascismo, ci dice la storia del geometra, non fu l’autobiografia di un popolo[28].

Note

1] Ruggero Timeus, Trieste, Gaetano Garzoni Provenzali, Roma, 1914, pag. 9.

2] Sul “fascismo universale” e sull’Internazionale fascista le pubblicazioni risalgono in gran parte agli anni del regime. Tra gli studi successivi, si possono vedere Marco Cruzzi, L’Internazionale delle camicie nere. I Caur 1933-1939, presentazione di Michael A. Leden, Mursia, Milano, 2005, e Giuseppe Aragno, Dall’irredentismo al fascismo, in Idem (a cura di), Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, presentazione di Spartaco Capogreco, La Città del Sole, Napoli, 2008. Su Eugenio Coselschi, cenni significativi in Ferdinando Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Manifesto libri, Roma, 2007, passim, (ristampa dell’omonimo saggio pubblicato da Marsilio nel 1969), e Marco Cruzzi, L’irredentismo dalmata di Eugenio Coselschi, in “Centro di Ricerche Storiche, Rovigno”, Quaderni, vol. XIX, Unione Italiana, Fiume, Università Popolare, Rovigno, 2008, pp. 187-208.

3] Sabato Visco, Nicola Pende e Lidio Cipriani, docenti universitari, firmarono coi colleghi Leone Franzi, Lino Businco, Arturo Donaggio, Guido Landra, Marcello Ricci, Edoardo Zavattari e Franco Savorgnan, il Manifesto degli scienziati razzisti. Nato sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare e intitolato Il Fascismo e i problemi della razza, il Manifesto uscì il 15 luglio 1938 sul “Giornale d’Italia” firmato da un non meglio identificato “gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane”; il 5 agosto 1938, però, fu pubblicato di nuovo dalla rivista “La difesa della razza” che rendeva note le firme degli autori. Per quel che riguarda la “classificazione” delle razze, Sarfatti ricorda due riepiloghi parziali, che non riguardavano gli ebrei, elaborati dalla Direzione generale demografia e razza, istituita da Mussolini presso il ministero dell’interno di cui era titolare. Un elenco dell’estate 1938 definiva non ariani arabo-berberi, armeni, indiani, mongoli, negri, palestinesi, turchi e yemeniti. Nel 1939 una circolare, che vietava i matrimoni misti, aggiungeva all’elenco cinesi, libanesi e meticci e definiva ariani gli albanesi cristiani o musulmani, gli armeni, gli indiani e gli iraniani; per gli egiziani permanevano ridicole incertezze, dovute soprattutto a considerazioni geo-politiche, che rivelano la sostanza criminale dei provvedimenti. Sul tema, si vedano Enzo Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari, 2003; Michele Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino, 2007; Tommaso Dell’Era, Il manifesto della razza, Utet, Torino, 2008.

4] Eroismo italiano in Catalogna, “Domenica del Corriere”, 17-4-1938.

5] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”, giugno 1939, foto segnaletiche e connotati.

6] Ivi, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., pp. 268-269.

7] Benito Mussolini, Scritti e discorsi, Hoepli, Milano, 1934, II, pp. 207-08 riportato da Elisa Martinez Garrido ne Il primo discorso fascista di Mussolini: la traccia dannunziana, in Cuadernos de Filología Italiana, 5. 213-229. Servicio de Publicaciones UCM. Madrid, 1998 p. 225.

8] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., lettera del 19-10-1941, cit. Sulla retorica dell’eroe fascista si veda Enzo Nizza, Autobiografia del Fascismo, note storiche di Eugenio Zangrandi, La Pietra, Sesto San Giovanni, 1994.

9] Ivi, profilo biografico e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

10] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti del 1927-1928 e copia della denuncia del 1928.

11] Edgardo Sulis (a cura di), Processo alla borghesia, Edizioni Roma, Roma, 1939; Giuseppe Parlato, La Sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna, 2000. A certificare le origini socialiste e anarco-sindacaliste di alcuni di questi fascisti, c’è l’eloquente testimonianza dei fascicoli personali della polizia politica che non furono mai distrutti. Si vedano in proposito ACS, CPC, b. 1304, f. “Felice Chilanti”; b. 1633, f. “Amilcare De Ambris”; b. 1803, f. Ottavio Dinale; b. 2964, f. “Edoardo Malusardi”; b. 3586, f. “Angiolo Oliviero Olivetti”; b. 3597, f. “Paolo Orano” e b. 4466, f. “Edmondo Rossoni”. Sul Rossoni si veda anche Ferdinando Cordova, Verso lo Stato totalitario, Sindacati, società, fascismo, Rubettino, Soveria Mandelli, 2005; su Malusardi c’è ora la bella biografia di Alessandro Luparini nel Dizionario Biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso, Biblioteca Serantini, Pisa, 2004, II, pp. 69-70.

12] La legge sulle acque è la 1497 del 29 giugno 1939.

13] Felice Chilanti, Ettore Soave, Dominare i prezzi e superare il salario, Il lavoro fascista, Roma, 1938.

14] Edgardo Sulis, Rivoluzione ideale, Vallecchi, Firenze, 1939.

15] Riportato da Enzo Santarelli, Storia del fascismo, Editori Riuniti, Roma, 1973 (II ediz.), III, pp. 113-115. Sul tema si veda anche Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino, 1996, p.100-101.

16 La vicenda ebbe tra i suoi protagonisti i coniugi il calzolaio Pasquale Sturchio e la moglie Ersilia, il calzolaio Antonio Ferina e i contadini Rocco Iannuzzi e Vito Russomanno, che furono poi tutti ammoniti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti della primavera 1939. e verbale d’arresto e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., p. 269.

17] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit. Verbale della Commissione provinciale del 30 giugno 1939 e nota senza n . del 14-6-1929 da Questore a Prefetto.

18] Ivi.

19] Ibidem, ricorso alla Commissione d’appello presso il Ministero dell’Interno.

20] Ibidem, domanda di arruolamento dell’agosto 1939.

21] Sull’antifascismo di destra si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.

22] Il ricorso fu ufficialmente respinto il 7-11-1939. Ibidem, lettera al re del 27-10-1939.

23] Ibidem, esposto al Ministero dell’Interno del 15-10-1941.

24] Ibidem.

25] Ibidem.

26] Ibidem.

27] Sulla tesi che vede nell’8 settembre la “morte della patria”, si veda Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1996. Per una confutazione dello strumentale “teorema” revisionista di Galli della Loggia, val la pena di leggere l’ineccepibile risposta di Gaetano Arfè, che ha osservato: “Chi vede in quella data la morte della patria e ne nega la resurrezione non è interprete di storia, è strumento di una offensiva ideologica che ha la Costituzione come bersaglio, nei valori cui essa si ispira, nei principii che essa afferma, nell’ethos politico che la pervade. Gaetano Arfè, Dall’8 settembre rinasce la patria, “Lettere ai Compagni”, a. XXXII, n. 4, settembre 2002, ora in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 351-355.
Ilaria, trasferito da Tremiti ad Avigliano, in provincia di Potenza, fu liberato il 31 agosto 1943, dopo la caduta del fascismo. La ferma e coraggiosa resistenza opposta al regime in più di quattro anni di confino gli costò trenta giorni di consegna e tre mesi di carcere. In memoria della sua battaglia a difesa dell’ambiente esiste oggi un’associazione ambientalista che porta il suo nome e si è costituita come comitato di difesa del territorio di Caposele del suo fiume e delle sue sorgenti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

28] Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina, “La rivoluzione liberale”, n. 34/1922.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 agosto 2010

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Appare sempre più chiaro. L’uso pubblico della storia riaccende le ostilità e i rancori d’una stagione politica che sembrava conclusa e, alla resa dei conti, la memoria e il ricordo trasmettono ai nostri ragazzi il veleno dell’odio.
Le parole che seguono non nascono per caso: la risposta a chi da qualche tempo ci toglie la parola, levando in alto i labari fiumani, va affidata al rigore della ricerca e ad una scuola dello Stato che torni ad essere naturale cerniera tra scienza e conoscenza.
La contestazione – la mia generazione lo ricorda bene – può essere occasione preziosa per suscitare interessi e indurre al confronto. Da studioso, ho avviato perciò una ricerca e la sorte mi è stata amica: credo di aver qualcosa di nuovo da raccontare e sono più sicuro di quello che dico. Il mio mestiere è insegnare, ma si insegna solo se si continua a imparare.
Quella che vi racconto è la vicenda di un’associazione, nata dalla “Dante Alighieri” e intimamente legata alla “Associazione Nazionale Volontari di guerra”: la “Pro Dalmazia”, costituitasi legalmente in Italia nel 1919, quando il primo conflitto mondiale ha spento nel sangue i miti della “Belle époque” e al tavolo della pace la nostra diplomazia è paralizzata dalle sue contraddizioni. Ne è l’anima la “nota” Irma Melany Scodnik, suffragetta nelle battaglie femministe, che ha ereditato dal cognato, Matteo Renato Imbriani, l’ormai tarda visione di un irredentismo che, dopo essersi presentato come figlio della tradizione garibaldina e mazziniana, ha perso l’iniziale carattere di lotta per la creazione di una nuova identità nazionale, ed è scivolato nei meandri dell’etica e nell’ambiguo patriottismo di Giovanni Bovio. Com’è naturale, essa rivendica l’italianità della Dalmazia, raccoglie gente di nome – ha tra i soci Armando Diaz, un principe d’Aragona, il principe Colonna di Cesarò, Eugenio Cosleschi, stretto collaboratore di D’Annunzio a Fiume – e per un po’ vivacchia tra sussulti di orgoglio nazionale, commemorazioni del “fatidico 24 maggio”, di Foscolo e di Lissa e interpreta, tra i primi, truci bagliori del nascente squadrismo, i “voti dei connazionali tutti di Zara e di Fiume“. Giungono così, consacrazione ufficiale, mentre il paese è ormai in mano fascista, i “sovrani ringraziamenti per l’opera svolta“.
In un Paese giunto buon ultimo nella gara violentissima tra gli imperialismi, il fuoco della retorica dannunziana e l’esasperato nazionalismo fascista, sensibile alle cupe tentazioni del razzismo, formano così il crogiuolo nel quale nasce, col ferro e col fuoco, la tragedia del “confine orientale”, le cui terre, con arroganza pari solo alla rozzezza, sono state ribattezzate col nome di “Venezia Giulia”. Una tragedia destinata a condurre fatalmente alle “foibe”.
Come in buona parte d’Italia, la “Pro Dalmazia” ha una sezione anche a Napoli, nella città fascista di Michele Castelli, ministro plenipotenziario a Fiume nel 1922 e poi Alto Commissario imposto dal regime, e di manganellatori del calibro di Aurelio Padovani. A fare il bello e il cattivo tempo nella sezione napoletana dell’associazione è ormai il regime, che vi ha inserito i suoi immancabili squadristi “antemarcia”: Giovanni Maresca di Serracapriola, che sarà poi convinto sostenitore dell’universalità delle Corporazioni, Raffaele Pescione, fortemente legato a Padovani e Francesco Picone, futuro Federale della città. Basta guardarci dentro, ed eccoli all’opera, mentre “suggellano l’amore di Napoli per Fiume”, tumulando in città, nel recinto degli “uomini illustri” i resti mortali d’una sventurata dodicenne fiumana o fanno circolare – è la “Dante Alighieri” che diffonde in Italia il volantino – il “commosso saluto di Caleo da Spoleto, un “goliardo dalmata oppresso che urla ai camerati: “Memento Dalmatiae” e, intonando un suo inno rabbioso – Quando saremo a Spalato – scrive con un odio che impressiona: “Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle Mura di Spoleto romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia“. L’originaria impostazione irredentista e tardo risorgimentale della “Pro Dalmazia” è ormai svanita nelle spire della violenza squadrista e l’associazione non punta solo, come pure dichiara nel programma, alla “difesa dell’italianità in Dalmazia, ma intende imporre, in nome dell’antica prepotenza romana, una pretesa superiorità etnica, che precede di molto – e in qualche modo annunzia – la vergogna delle leggi razziali.
E’ un crescendo che non lascia spazio a dubbi. Per l’anniversario della “Marcia di Ronchi”, nel 1926, si recitano i “Canti di Guerra” di Michele Novelli e si riesuma Odoacre Caterini con le sue “Visioni Dalmate”, la “latinità del sangue” e una Dalmazia che le “le aspre cime dei monti Velebiti e dei rupestri contrafforti delle Dinariche [...] nettamente tagliano e dividono e staccano come un severo, inappellabile decreto di separazione etnica dalle retrostanti, turbolente terre balcaniche“. Una “separazione” che va difesa ad ogni costo; la sorte di chi si oppone, di chi rivendica le proprie radici e rifiuta la snazionalizzazione ce la raccontano i comunicati della “Stefani”, che scrive gelida e professionale: “questa mattina ore sei nelle prossimità di Pola è stata eseguita mediante fucilazione nella schiena la sentenza di condanna a morte emessa dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a carico capo banda terrorista Vladimiro Gortan“; una sorte segnata.
Mussolini, però, ancora non è pago. Il 4 novembre 1928, la “Pro Dalmazia” è assorbita nel “Comitato d’azione Dalmatica”, sorto “allo scopo di uniformare alle direttive del Regime e di rendere sempre più efficace ed omogenea l’azione per la difesa dell’italianità e dei diritti d’Italia nella Dalmazia“. Tra il 1929 e il 1930, mentre si moltiplicano le commemorazioni di “Tommaso Gulli ed Aldo Rossi uccisi a Spalato il giorno 11 luglio 1920” e nelle città italiane compaiono “striscioline di carta con la scritta dattilografata Dalmazia o morte“, la nuova associazione, che ha sede a Milano, finisce sotto il totale controllo del regime, che affida a Eugenio Coselschi la direzione di un organo settimanale nazionale, “Volontà d’Italia”, di ispirazione imperialista e assorbe nella “Pro Dalmazia” i militanti di tutte le associazioni consimili, sciolte dai prefetti per espressa volontà del duce.
E’ così che il nuovo organismo alza il tiro e intreccia il suo percorso, sia pure in maniera prudente e non ufficiale, con l’eugenica e una più aperta ed esplicita impostazione razzista della cosiddetta difesa dell’italianità. Tramite dell’operazione, che rimane ovviamente marginale, è l’avvocato Alfredo Vittorio Russo, ex liberaldemocratico e sindaco di Napoli nel 1920, che ha lungamente esitato tra la collaborazione con Mussolini e l’adesione all’opposizione costituzionale, guidata nel 1924 da Giovanni Amendola, ma infine, benché fortemente osteggiato dai fascisti napoletani che non dimenticano, è passato tra i simpatizzanti del regime e si è messo a studiare l’eugenica. E’ su questo tema che egli offre al “Comitato d’Azione per la Dalmazia” il suo contributo, intervenendo a sostegno delle tesi del “complesso problema demografico, come [...] posto da Benito Mussolini“. Il suo contributo ha una duplice chiave di lettura: quella del “razzismo esterno”, nei confronti delle altre etnie – il “pericolo giallo” – e quello di un “razzismo interno”, inteso come “selezione della razza” e volto a impedire che la riproduzione umana tenda “sempre più a incombere sulle classi inferiori, ossia sui più deboli, con progressivo ed evidente deterioramento della specie“. Contro i pericoli che vengono dall’esterno, contro “il rapido aumento della razza slava” e “la predominanza quantitativa dei popoli di colore“, egli ricorda che tra gli scienziati c’è chi si è spinto “al punto da rimproverare, quasi, ai bianchi la diffusione, da essi operata, delle norme igieniche nell’Asia e nell’Africa“. Di fatto, però, egli osserva, il problema reale è quello della “quantità e qualità” della razza. Nessuno, infatti, “potrà mai sostenere che la quantità in tema di popolazione, possa sostituire la qualità. La necessità che si impone, quindi, è quella di combattere la “degenerazione umana” e, “tra le diverse provvidenze“, due, apprese dal noto psichiatra Leonardo Bianchi, gli appaiono essenziali: “educare in istituti speciali ben per tempo i fanciulli anormali [...] malati e tarati” e “ vietare in qualunque modo il matrimonio di persone malate che presentino decise stimmate fisiche e morali della degenerazione umana. Lo spirito umanitario, l’amore, la pietà familiare devono piegare innanzi all’ineluttabile veto di questa legge. [...]. Gli interessi delle nazioni esigono una prole sana“.
Non siamo ad una organica dottrina della razza, ma nelle parole del Russo, ben prima che il nazismo metta in campo la sua feroce pazzia, ci sono i caratteri specifici della psuedo scientificità di una teoria razzista.
E’ in questo clima culturale, e su questa base mai apertamente dichiarata, che si va formando la gioventù italiana sin dalla metà degli anni Venti. Un clima in cui, mentre cresce e si diffonde il culto della personalità del duce, “assertore magnifico del diritto e della civiltà della romanità e del Fascismo, egida vigoroso della nuova Italia“, si tiene desta una rivalità che ha le tinte fosche dell’odio contro quella che – cito testualmente da documenti reperiti in archivio – è “la canaglia jugoslava“. Non altrimenti si spiegano, se non con l’odio alimentato ad arte dalla propaganda del regime, le parole che Antonio Amato, un semplice capobarca in servizio ai motoscafi del Genio Civile scrive all’Alto Commissario Baratono nel dicembre del 1932: “Dica al Duce, Eccellenza, che gli azzurri del Battaglione di Napoli attendono frementi di sdegno un Suo comando, e quando la diana di guerra squillerà, dia a noi l’onore di piantare in quel sacro suolo profanato il tricolore d’Italia, [...] di versare fino all’ultima stilla di sangue“.
Sono parole dietro le quali si cela la propaganda del regime che, avviandosi all’avventura coloniale, lavora ad una trasformazione profonda di ciò che resta della vecchia “Pro Dalmazia” e dei suoi Comitati, assorbiti, come annuncia la “Stefani” nell’ottobre del 1933, nei “Comitati d’azione per la Universalità di Roma”. Un piano complesso, che Mussolini elabora personalmente con la collaborazione di Eugenio Conselschi, Maresca di Serracapriola, Pietro Castellino e Pannunzio, facendo sì che progressivamente i toni salgano e gli animi si accendano. Nel 1935, mentre Buffarini Guidi lavora perché in ogni città l’attività di tali Comitati divenga sempre più intensa, agevole e proficua, anche Ciano, Starace e i Principi di Piemonte sono coinvolti nelle manifestazioni promosse dal Comitato e, poco prima della guerra d’Etiopia, entrano in gioco persino Bruno e Vittorio Mussolini, che la sezione napoletana dell’associazione Volontari di guerra e azzurri di Dalmazia [...] saluta vibrante di entusiasmo [...] iscrivendoli soci onorari nostro sodalizio“. Il duce se ne compiace e, in un crescendo di entusiasmo dai toni velatamente razzisti, Maresca di Serracapriola, membro di del Consiglio centrale dei “Comitati d’azione per la Universalità di Roma”, può salutarlo come il “rinnovatore della stirpe“. A scuola – si teorizza – “una cultura irredentista fra i giovani non solo servirà a conquistare le terre che sono nostre, ma sarà la più sicura garanzia di saperle tenere in seguito.
Si apre la stagione delle peggiori avventure e dei crimini di guerra quando, alla fine di settembre, Edgardo Borselli, console d’Albania, ad “una conferenza sul tema dell’Abissinia indetta dalla sezione di Napoli del Comitato per l’universalità di Roma” si intrattiene “sulla crisi economica del dopoguerra e sulle divisioni delle colonie tra gli stati belligeranti con la quasi totale esclusione dell’Italia“. Quando il Berselli accenna “allo stato di barbarie dell’Etiopia” e agli orrori della mortalità specie infantile“, gli aerei della nostra aviazione da guerra stanno già caricando spezzoni, gas e bombe incendiarie con cui si accingono a seppellire sotto in un diluvio di fuoco i poveri villaggi etiopi stretti nella morsa del terrore e nella disperazione.
E’ l’inizio della fine. Hitler non ha ancora mostrato al mondo la cupa ferocia del nazionalsocialismo ma, in tema di razzismo e crimini di guerra, il fascismo e il militarismo italiani non hanno in verità nulla da apprendere.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 aprile 2007.

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Scuola e Resistenza”, numero unico del Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola, uscì quando la sorte del fascismo stava per compiersi. Nella copia che ritrovo tra le mie carte, la data non si legge, ma il giornale fu certamente stampato alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate dense di articoli: il ricordo commosso di docenti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale della “epurazione dei libri di testo fascistizzati”, l’invito a sfidare il regime morente, “macabro fantasma” che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo – “Non giurate! […] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto” – il sogno di “un’Italia risorta” in cui la scuola “sarà il fondamento, l’elemento innovatore” e l’insegnante “rivestirà una missione augusta: perché l’educazione forma l’uomo vero ed eleva il popolo; essa è l’unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso”.

Quell’Italia risorta è oggi sotto processo.

Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul “sangue dei vinti”, leader d’una presunta sinistra recitano il “mea culpa” per le foibe, la costituzione nata dalla Resistenza è calpestata e passa una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti che si armavano per l’ultima battaglia decisiva contro la dittatura: “Plutocrazia, reazione e fascismo con demagogica sagacia intuirono che l’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l’opinione e tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento, lo soggiogò, lo volle dominare e dirigere e la costituzione sociale fascista, fondata unicamente sulla potenza del denaro, offerse un mezzo sicuro all’oppressore. L’insegnante fu asservito e domato colla miseria, col bisogno diuturno; fu ridotto a un paria, dalla vita grama e stentata, che mortifica e alla fine immiserisce anche i più arditi: la professione fu angustia, conformismo e, alfine, rinuncia. E l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva; e l’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato”.

Gli articoli sono tutti anonimi – era in gioco la vita – tranne l’ultimo, un “Appello alle maestre” in cui Luisa, maestra a sua volta e partigiana, si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: “Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l’esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell’Italia libera”.
Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. “Per difendere -scriverebbe – per difendere il futuro dell’Italia libera”. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa collega. Questa riforma della scuola chiama alla resistenza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 maro del 2004

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L’11 marzo alla Commissione Cultura della Camera, l’on. Paola Frassinetti, ex “Fronte della Gioventù” oggi PdL, ha proposto una risoluzione che intende “arginare il fatto deplorevole che alcune associazioni si recano nelle scuole per raccontare una visione dei tragici fatti delle foibe in maniera totalmente travisata“. Non contenta, l’onorevole se l’è presa con “il recente libro dello sloveno (sic) Pirjevec, edito da Einaudi, e distribuito nelle scuole di Torino“. Il libro, ha sostenuto Frassinetti, “esprime giudizi gravi sugli avvenimenti storici riferiti alle foibe, non corrispondenti alla verità; esistono, infatti, negazionisti della vicenda“. Scomunica ufficiale, quindi, “come ha anche ricordato il sindaco di Roma“, e, a onor del vero, un errore c’è stato. Pirjevec è italiano come Alemanno e Frassinetti. Sorge allora un dubbio: fingerlo “sloveno” può farlo sembrar di parte e sminuirne la serietà di studioso? Ma non finisce qui: Frassinetti ha proposto anche l’istituzione, presso il Ministero dell’Istruzione, di un albo degli enti e degli studiosi “autorizzati a recarsi nelle scuole per ricordare i fatti accaduti“. La lista degli abilitati a parlare non s’è fatta, ma s’è deciso – all’unanimità! – che siano i presidi a valutare (?) la serietà e la serenità dei conferenzieri.
Di questa vera e propria rivoluzione copernicana degli studi storici, il “Corriere della Sera” ha fatto da cassa di risonanza e il 23 marzo, in calce a un servizio sulla Grande Italia, ha “indicato” buoni e cattivi. Ne è nata così una specie di “lista di proscrizione”, un minuscolo, triste esempio di “index librorum prohibitorum”. Vale la pena di citarlo testualmente: “Vi sono anche opere che tendono a ridimensionare la portata degli eccidi jugoslavi: Joze Pirjevic, Foibe (Einaudi 2009), Claudia Cernigoi, Operazione foibe tra storia e mito (Kappa Vu 2005), Giacomo Scotti, Dossier foibe (Manni 2005), Giuseppe Aragno, Fascismo e foibe (La città del Sole, 2008). Contro di esse, considerate «negazioniste», le associazioni degli esuli hanno di recente chiesto un intervento delle pubbliche autorità“.
Se, com’è noto a tutti gli studiosi che se ne sono occupati onestamente, nessuno dei citati dall’anonimo giornalista nega l’esistenza del dramma istriano, dove va a parare la manovra? Si vuole agitare lo spettro del “negazionismo“, nell’ attesa di poterlo trasformare in reato?
E’ accettabile tutto questo? E davvero siamo ancora in una repubblica democratica, se impunemente si possono liquidare così gli studi di storici onesti, che fanno ricerca secondo le regole del mestiere, nella maniera più corretta, esplorando archivi e documentando ogni affermazione? E’ accettabile che sia la politica a decidere chi debba parlare nelle scuole? E che un grande giornale fiancheggi la manovra e non senta il bisogno di prendere le distanze?
E anche supponendo che Aragno, Pirjevec, Scotti e Cernigoi sbaglino, a quale governo consentiremo, senza protestare, di trattare un errore alla maniera di un crimine?
Le posizioni di Frassinetti, di cui in qualche modo il Corriere si fa portavoce, sono inquietanti. Si cominciò a parlare di “negazionismo” a proposito di studi che riguardavano apertamente il genocidio ebraico. Inaccettabili, certo, ma pur sempre opinioni da combattere con le armi della ricerca e la forza della democrazia. Si passa ora, con un prevedibile effetto domino, ad altri gruppi nazionali e magari sociali. E’ naturale che chi è stato massacrato desideri che lo storico se ne ricordi, ma è legittimo che siano le vittime a dettare la ricostruzione dei fatti? Da una regola discutibile ma “mirata” ricaveremo una norma generale per una pluralità di eventi cui s’appelli chiunque si ritenga “negato“? E tutti, ognuno in nome di propri interessi e idee politiche, potranno così chiamare in causa gli studiosi per le loro opinabili, ma oneste ricostruzioni? A questo punto non solo i quattro citati, ma tutti troveranno grandi difficoltà a fare gli storici. E’ questo che si vuole? Quello che con preoccupata amarezza e acuto senso della democrazia, Gaetano Arfè, definiva un “popolo di senzastoria“?

Noi non lo vogliamo.

Per questo volentieri abbiamo sottoscritto e pubblichiamo l’appello che segue. Chiunque voglia può aggiungere la sua adesione.

La Redazione di “Fuoriregistro

Lettera aperta

A proposito de Le ferite aperte del confine orientale (“Il Corriere della Sera” 23-3-2010)

Scriviamo a lei, direttore, di cui è nota l’onestà intellettuale, perché rifiutiamo, l’etichetta di “negazionisti” con cui un anonimo corsivo del “Corriere” liquida gli studi di storici onesti, che fanno ricerca nel modo più corretto, esplorando archivi e documentando ogni affermazione. Sarà un caso, ma dopo che l’on. Frassinetti, (Pdl) ha chiesto che sia la politica a decidere chi debba parlare nelle scuole, sembra che il suo giornale intenda “suggerire” cosa leggere e chi abilitare. Noi, non neghiamo nulla, direttore, noi disprezziamo i colpevoli di ogni sterminio e ci fa scudo Kant: “Sapere aude“! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza. Non le diremo col filosofo – sarebbe sin troppo facile – che ormai “da tutte le parti si ode gridare: non ragionate!“, ma ci duole, questo sì, che lei l’abbia consentito quest’invito a non ragionare. Ci duole che gli storici chiamati in causa, esclusi dall’index librorum prohibitorum, non si siano levati come un sol uomo per difendere la libertà di ricerca, di opinione e di parola. Ci duole che la “battaglia delle idee“, sia scaduta a simili livelli. E, come a noi, dovrebbe dolere a lei e ai profughi stessi dell’Istria martoriata per i quali nutriamo profondo rispetto. Ne siamo convinti: le tragedie del Novecento sono nate anche così, da parole apparentemente innocue e malaccorte uscite da una qualche penna fanatizzata per imporre una verità di parte che s’è fatta verità di Stato. Di qui gli odi covati, i propositi di vendetta e le mille tragedie da cui domani non ci renderanno immuni i giorni di una “memoria” usata strumentalmente dalla politica, ma quelli dell’onestà intellettuale e dell’amore per la democrazia. In nome di questi giorni che – lo speriamo – dovranno venire, ci permettiamo di dire con Voltaire che solo gli imbecilli sono sicuri di quello che scrivono. Ne siamo certi: queste nostre poche parole saranno per lei non solo una lettera aperta che ospiterà, ma un appello che vorrà sottoscrivere. E altri con lei.
Di ciò la ringraziamo in anticipo.

Giuseppe Aragno, Storia Contemporanea – Università Federico II Napoli
Claudia Cernigoi, Giornalista – Ricercatrice storica
Jože Pirjevec, Storia dei popoli slavi – Università di Trieste
Giacomo Scotti, scrittore, storico e traduttore
Firme per adesione

Gerardo Marotta, Presidente dell’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
Nicola Tranfaglia, prof. emerito di Storia dell’Europa e del Giornalismo – Università di Torino
Michele Fatica, prof. emerito di Storia Moderna e contemporanea – Università di Napoli L’Orientale
Angelo D’Orsi, prof. Pensiero politico contemporaneo – Università di Torino
Ferdinando Cordova, prof. di Storia Contemporanea – Università La Sapienza di Roma
Santi Fedele Prof. di storia contemporanea – Università di Messina
Alceo Riosa, Prof. di Storia Contemporanea, Università di Milano
Giovanni Cerchia, Prof. Storia Contemporanea – Università del Molise
Luigi Parente, Prof. Storia Contemporanea – Università Orientale Napoli
Cristiana Fiamingo, Prof. Storia e Istituzioni dell’Africa – Università degli Studi di Milano
Piero Graglia, Prof. Storia dell’integrazione europea – Università di Milano
Marco Sioli, Prof. Storia e Istituzioni delle Americhe – Università di Milano,
Sandro Rinauro, Prof. Geografia economico-politica – Università di Milano
Alessandra Kersevan, Ricercatrice storica
Sandi Volk, storico – Sezione Storica della Biblioteca nazionale slovena
Fabio Gentile – Prof. di Politica comparata – Università di San Paolo del Brasile
Elisa Ada Giunchi, Prof. Storia dell’Asia, Università degli Studi di Milano
Nunzio Dell’Erba, Ricercatore confermato Storia contemporanea Università di Torino
Eros Francescangeli, Prof. Storia contemporanea, Università degli Studi di Padova
Giorgio Sacchetti, Prof. Storia dei partiti e dei movimenti politici, Università degli Studi di Trieste
Aldo Giannuli, Prof. Storia Contemporanea – Università degli Studi di Milano
Vanni D’Alessio, Ricercatore Storia Contemporanea – Università Federico II Napoli
Andrea Catone, storico – Direttore de “L’Ernesto”
Alexander Hobel, Storia contemporanea, Università Federico II di Napoli
Gigi Bettoli, Ricercatore storico
Gaetano Colantuono – storico
Cristina Accornero – Università degli Studi di Torino.
Alberto Gallo, storico, Università di Firenze
Giovanna Savant, Dottore di ricerca Studi politici europei ed euroamericani Università di
Torino
Giampiero Landi, insegnante e storico
Marco Albertaro, storico
Silvio Antonini – ANPI Viterbo
Redazione di “Fuoriregistro”
Redazione del “Forum Insegnanti”
retescuole.net
Associazione Scuolafutura – Carpi

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 aprile 2010

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