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Archivio per la categoria ‘Poesia’

Sia lode al dubbio, penso,
mentre ancora preparo una lezione
tra le mille domande
che non hanno risposte.
Io questo solo so,
di non sapere niente,
ma la storia m’ha dato una certezza:
ovunque trovi un’ombra
lì una luce s’è accesa.

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Il vento fischia forte

Non hai più tempo ormai,
non ce n’è più, lo sai,
per mentire a te stesso,
come altre volte spesso
nella vita. Non sfuggirai alla sorte
ch’è segnata. Se il vento fischia forte
e ancora la bufera sembra urlare,
non provare a scappare
a mani in alto, senza dignità,
non sperare pietà.      
La sola tua speranza
si chiama come un tempo resistenza.

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Pellicole della memoria

S’avvicina il tramonto,
occhi stanchi e lucenti,
pellicole della memoria
nel viaggio della vita.
Così soli
si giunge alla fine,
che nessuno si trova cui donare
uno almeno
dei nostri mille lampi.

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Testimone d’un viaggio

Penso molto
e tutto presto si perde,
come l’orma d’un piede
in riva al mare.
Scrivo poco
e se qualcosa poi resta,
né bella, né brutta,
è testimone d’un viaggio.
No, non sono stato tra voi
come un turista.

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D’Europa Unita parla ogni giornale
e ogni giorno sproloquia il Quirinale:
da banche uniti e comuni radici,
liberi sono i popoli e felici.

Muore intanto però democrazia
di grave ed incurabile anemia
e l’Ellade madre di civiltà
la fame soffre e non trova pietà.

D’Europa Unita parla ogni giornale,
l’età dell’oro pare al Quirinale,
però nessuno ancora ci ha spiegato
perché l’Unione i Greci ha massacrato.

Allarme povertà in Grecia

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La Gelmini cancella la cultura meridionale del Novecento? Ma come fa a cancellare una cosa di cui non conosce nememno l’esistenza? Il futuro la seppellirà sotto il peso delle sue responsabilità. In ogni caso, diamogli una mano al futuro, diciamoglielo che questi sono davvero tempi infami:

Agli storici che verranno

Catene pesanti.
La società ci lega.
Corde di canapa l’indifferenza,
luridi cenci intorno
per cui soffrire,
mendicando l’amore
senza trovarlo.
Menzogne i silenzi
paurosi di parole.
Quando più sereni
tornerete senza leggi
a cercarvi
negli antri dove fummo uomini,
ricordatevi di noi.
E senza giudicarci,
piangete.

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Sacra Atene

Scriverò parole di fuoco ardenti,
ecciterò feriti sentimenti.
Verrò a dirvele in piazza viso a viso
e la rabbia esploderà all’improvviso.
Al cuore mirerò.
Nei giovani petti susciterò
parole come lame taglienti,
pensieri di ferro roventi.
Tenetele a mente,
non scordatevi niente…
e imparatelo bene:
non accetta catene
chi libero è nato
e se pare domato
servo certo non muore.
Più lo spegnete, più si fa furore,
il fuoco che di rabbia incendia Atene,
è come sangue delle nostre vene.

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 Va buo’, piens’a salute,
m’a ditto pe’ telefono ‘n’amico.
Ma allora tu vuo’ sfottere? le dico.
Mò fa ‘nu mese ca stongo malate
e me mett’a pensa’ proprio a’ salute?
Ma si te dongo retta overamente,
o’ manicomio vaco certamente.
Piensece tu a’ salute, si te pare crianza,
ca mpietto teng’ancora ‘na speranza
e me voglio scurda’ de’ ‘uaie do’ munno.
Je corro appriess’e suonne.
L’e vist’a Spagna ca s’è ribellata?
Si o sole mio tramonta, ‘n’alba è nata.
Piensece tu ‘a salute, si te pare crianza.
Je mpiette tengo ancora ‘na speranza.

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Burocrate Gianrico

L’animale più strano che ho mäi visto,
che di stampi, timbri e bolli è il più provvisto,
è l’amico del fratello d’un mio amico,
che di nome fa Burocrate Gianrico.
E’ impiegato alle “imposte sul consumo”,
un ufficio che ha il color del nerofumo,
all’incrocio tra via Cosimo Gabella
ed il corso Santevaso alla Quietella.
Capitò che, rovistando uno scaffale,
in ufficio scivolò, si fece male
ed urtò, mi pare, il muro con la testa.
La ferita non del sangue emise, lesta,
ma dei sogni più repressi il manifesto
ed un pacco di cambiali già in protesto.
Poi dovette, almeno invero così pare,
in barella all’ospedale riparare,
ma tornò in ufficio proprio alla chiusura
e timbrò i suoi cinque punti di sutura.

21 marzo 1966

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Ho parlato allo specchio con me stesso.
M’ha risposto l’immagine riflessa.
Chi dei due fosse il vecchio
tra noi, non m’interessa:
so che il tempo è un inganno.
- Sei come loro tu,
come i tuoi vecchi,
ragazzo, che ora pensi d’esser nuovo,
fatto di belle chiome, barba incolta,
occhi lucenti rapidi,
parlare senza incanti, senza miti.
Com’erano i tuoi vecchi al tempo loro
degli occhi rapidi e le belle chiome.

- Sei com’è sempre un vecchio,
m’ha risposto lo specchio
e ora chiami saggezza
quella che un tempo fu rassegnazione.
Qui è caduto il silenzio
Non l’ho detto, l’ho voluto tacere,
ma lo specchio lo sa:
E’ il succo amaro dei sogni al tramonto.
Vivere non si può
facilmente senza le mille cose
che rinneghi e farai.
E pare tradimento.
Un soffio, per saluto:
- tu sei com’ero ed io come sarai,
ho solo sussurrato.
Guardati da te stesso.
E ricorda che spesso
il nemico ce lo portiamo dentro,
prigionieri e prigione di noi stessi,
così liberi, noi,
nei nostri grandi sogni.

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