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Archivio per maggio 2012

In inglese, che, com’è noto, da novembre è la lingua ufficiale del governo italiano, si dice “spending review“. Non è una novità del tecnici. Sta per l’ormai politicamente scorretta “razionalizzazione” e nel linguaggio corrente di chi non conosce gli agi della “Bocconi” e l’oro di Banca Intesa, significa semplicemente “tagli”. Per l’ex ministro Gelmini – che delle sforbiciate di Tremonti fu la spietata esecutrice, la scuola non è in grado di sostenerne di nuovi, ma il governo è di parere contrario. Trincerandosi dietro cortine fumogene e miserevoli giochi di parole, dichiara di voler “valorizzare le risorse”, ma si prepara di fatto a tagliare, dimenticando la sbandierata “centralità dell’istruzione”.
Nessuno è in grado di prevedere quanto ancora durerà la paralisi dell’intelligenza critica causata dall’uscita di scena di Berlusconi, ma il quadro è sempre più allarmante. Celebrati i mesti funerali della Sanità pubblica, un Paese in lutto assiste impotente ai ripetuti suicidi di disperati senza futuro, mentre il governo si accinge ad assestare il colpo di grazia alla scuola. Tra i cacciabombardieri e la formazione della nostra gioventù la banda Monti, sostenuta dall’inedito trio Alfano – Bersani – Casini, non dimostra incertezze e riduce nuovamente i fondi per la scuola, rivelando così le nascoste finalità del suo programma: garantire il profitto e cancellare i diritti.
Non bastassero tasse, balzelli, pensioni ridotte a un miraggio, figli eternamente sfruttati o disoccupati da aiutare, a piegare la debole resistenza dei docenti pensano l’umiliazione di stipendi da fame, la prussiana bandiera di un efficientismo quantitativo, sterile quanto mortificante, lo strapotere dei dirigenti, la pagella per i docenti, la congerie di sterili adempimenti burocratici e, dulcis in fundo, l’Invalsi e la valutazione immediata di quell’investimento sul futuro che si chiama insegnamento, di cui, intanto, si sta cancellando la libertà.
La democrazia è a rischio. E’ tempo di prenderne atto, cogliendo i segnali deboli, ma univoci che ci vengono dall’Europa. Dopo il voto, i giornali del potere propongono un’analisi strumentale e irrazionale degli avvenimenti greci, francesi e tedeschi, per farci temere il rischio incombente di una neonata opposizione degli estremi, per indurci a credere che uscito di scena Sarkozy, indebolita la triade che strangola la Grecia e la Merkel che perde ovunque i tedeschi votino, insomma, battuta l’Europa iperliberista, ci attendono il caos, la valanga antisistema, il trionfo dell’antipolitica. E’ una menzogna da cui guardarsi e la scuola può avere in questa decisiva battaglia un ruolo fondamentale. Portiamo in classe i giornali, confrontiamone le analisi con la lezione che viene dalla storia, dalla Carta Costituzionale, dal Manifesto di Ventotene, dagli obiettivi della Resistenza europea al nazifascismo, leggiamo loro la legge Bolkestein e paragoniamola allo Statuto dei lavoratori. Abbiamo mille strumenti didattici per spiegare ai nostri giovani che il voto degli elettori europei non alimenta una pericolosa forza antisistema, che fa paura e distrugge speranze e vite umane. E’ il contrario: quel voto mette in discussione l’illegittimo potere della finanza come espressione di un pensiero unico, dice no a chi ci terrorizza con un debito che non abbiamo contratto e dovremmo pagare, mette in crisi quel tanto di democrazia conquistato col sangue nella lotta di liberazione dal nazifascismo. Spieghiamo loro cos’era l’Europa dei popoli, così che capiscano che quello di ieri è stato un voto europeista contro populismo e autoritarismo. Francesi, greci e tedeschi, non chiedono nuove frontiere e divisioni, ma un’Europa veramente unita, che sottometta la finanza ai diritti dei cittadini. Deve essere chiaro soprattutto che quando diciamo finanza, diciamo destra estrema e non di rado fascismo. Il voto di ieri, perciò, non va contro l’Unione Europea, ne chiede semplicemente un’altra. Quella vera: l’Europa dei popoli.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 maggio 2012 e su “Paese Sera” l’otto maggio 2012

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Disobbedienza.
Ci si preparano gli studenti e si rivolgono perciò ai loro docenti con un flimato.
Il Parlamento dei nominati, il Senato dei Cosentino, Ciarrapico, Milanese, Luzi e Dell’Utri, il governo dei milionari e dei banchieri che non ha nemmeno la foglia di fico di un mandato elettorale non ci lasciano scelta. La scuola è nostra, appartiene agli studenti, ai docenti e ai genitori. Decidiamo del nostro destino, partiamo dalla scuola per rispondere con la lotta a un potere che cancella i diritti. Facciamo nostro il no fermo all’invalsi e scendiamo tutti in Piazza coi nostri studenti
.

Il 16 maggio 2012
il Ministero dell”Istruzione impone il test INVALSI a tutta la scuola pubblica italiana.
I test INVALSI sono quiz a crocette all’apparenza innocui, ma il progetto dietro di essi e le loro conseguenze sono gravi. Vogliono dividere la scuola pubblica in scuole di serie A e B, colpendo le situazioni di disagio con ulteriori tagli. Loro lo chiamano merito, ma è classismo.

Vogliono costringerci a pensare a crocette, abolendo ogni rielaborazione personale e pensiero critico, costringendo scuole e professori alla sola didattica frontale e nozionistica.
Con i questionari allegati alle prove vogliono schedarci, sapere come viviamo e che cosa pensiamo.
Questo dalle elementari alle superiori.
Ma tu, noi, studenti come voi, vostri compagni di banco, insieme possiamo fermarli.

Boicotta i test INVALSI, Lasciali in bianco. Non possono punirti. O scendi in piazza.
Valutati, non schedati
Cancelliamo gli INVALSI“.

Da “Fuoriregistro“, 7 maggio 2012, art. di Mimmo Fusco. 

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Se il “Popolo d’Italia” non fosse ormai modello prevalente, avremmo caratteri cubitali: da Profumo a Gelmini siamo fermi a Berlusconi. Se prima, aperta una falla, provvedeva l’Invalsi, ora che la nave affonda c’è ancora l’Invalsi. La riforma è un Moloch.
Dopo i dotti bizantinismi su tecnici e politici dei soliti pennivendoli, folgorati dalla sostanza della forma, un silenzio complice e forse persino imbarazzato accoglie l’amara verità dei fatti: Profumo sposa la tesi politica di Gelmini ed ecco le prove Invalsi, tecnicamente errate, ma illuminanti sul terreno della politica. Il fine è scandaloso: imporre valutazioni dettate da un’idea di formazione omologante, che imprigioni la libertà d’insegnamento, produca un “Casellario Politico” delle scuole con tanto di schedatura, agevolando la disgregazione di una istituzione che rinneghi i principi di inclusione e solidarietà, per far spazio a una visione aziendalistica tutta competizione, concorrenza e discriminazione. Tecnici o politici, la scuola non ha più tempo per chi presenta disturbi specifici d’apprendimento e mentre un’intera generazione di test fa da Rupe Tarpea è sempre più evidente: la Questione Meridionale, il radicamento leghista in alcune aree del Nord, le differenze metodologiche tra le diverse scuole, in una parola la complessità d’un Paese di cui si riscrive la storia cancellando gli “omissis”, sono ignote all’Invalsi e ignorate dal governo. Lo sanno tutti, la distinzione tra “tecnico” e politico è una volgare “patacca”, ai tecnici, tuttavia, s’impicca il Paese, inebetito da imbonitori fini e pericolosi, che sparano ad alzo zero gli slogan berlusconiani sul “salvaitalia”, la monotonia del posto fisso, il sindacato trincea di sfaticati, i miracoli dei supertecnici e i politici ladri che fanno sconcia e mariuola l’idea stessa della politica.

Un fotografo che volesse raccontare l’Italia d’oggi userebbe il grandangolo e le prime pagine si aprirebbero di nuovo su Bettino Craxi; a lui rimanda, infatti, la trovata di Monti, che si affida ad Amato per tirar fuori dallo stato confusionale i suoi “tecnici”, incapaci di salvarci dall’incapacità dei partiti. Se l’Invalsi è il volto statico dello scandalo Italia, la vicenda Amato-Monti rovescia la medaglia e ne svela il volto dinamico. Giuliano Amato, pensionato da oltre 1000 euro al giorno, non è solo uno schiaffo alla miseria regalata dal governo a milioni di italiani, Amato è il germe della malattia che Monti sostiene di curare: una vita nell’università allo sbando, mezzo secolo di storia dei partiti, una sconcertante comunità d’intenti col socialismo indecente del pluricondannato Craxi, due Presidenze del Consiglio, sei incarichi da Ministro e infine fasullo Cincinnato, vagolante tra presidenze alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e alla Treccani.
A ben vedere, dietro Monti si scorge il tragico filo rosso che percorre la storia di un Paese nato per “creare un mercato” e cresciuto così, malato dei mali del suo capitalismo: penuria di capitale per scarsa accumulazione primitiva, nessuna propensione al rischio, frazionamento politico e assenza di un grande mercato interno. L’Italia che Garibaldi unì non era un mercato. Mancavano investimenti e smercio e ci pensò lo Stato, in mano a un capitalismo molto interessato al controllo delle leve governative. Iniziò così una rapina costante, un travaso ininterrotto di ricchezza prodotta dal lavoro e regalata al capitale dei Lanza e dei Sella, impegnati a “pareggiare il bilancio” per risarcirsi delle spese delle guerre per l’indipendenza. I lavoratori sputarono sangue, pagarono tasse persino sul grano macinato e fu la fame. La finanza, in compenso, divenne “allegra”, e i proventi fiscali finirono alle banche, pronte a sostenere ogni avventura industriale. Quando scoppiò la bolla immobiliare, s’intravidero legami oscuri tra politica e mafia e nel 1893 si scoprì che le banche d’emissione truccavano conti e stampavano banconote false. Non pagò nessuno e cominciarono i salvataggi: le banche fallivano, i lavoratori pagavano e quando la speculazione mise piede in Africa, si andò alla guerra. Nessuno ha calcolato mai quanto c’è costata in oro, sangue e civiltà l’avventura del cattolico Banco di Roma nel mare di sabbia libica, mentre il Sud mancava d’acqua e lavoro. Da Adua all’Amba Alagi, passando per l’ignominia di Sciara Sciat, la Spagna martoriata, la tragica Siberia e da ultimo l’Afghanistan, chi cercherà notizie serie sul debito di cui ciancia Monti, dovrà andare a cercarle tra i bilanci delle banche e incrociare i dati con quelli dello Stato. Altro che welfare. Qui da noi, la storia del capitale oscilla tre avventure, salvataggi e lavoratori strangolati. Gronda sangue. Anche la Comit è stata salvata: oggi si chiama Intesa e ha ministri al governo. Non aveva torto Pietro Grifone quando, scrivendo di storia al confino di Ventotene, definì il fascismo “regime del capitale finanziario” e ricordò agli antifascisti che nulla nasce dal nulla e prima del “Duce” c’erano stati Crispi, Rudinì, Pelloux, le cannonate di Bava Beccaris e il Parlamento tradito a Londra.

La democrazia è incompatibile col capitalismo, spiegava di fatto Grifone e in quanto all’Invalsi, strumento di normalizzazione tipico di un’idea corporativa dei rapporti sociali, risponde agli scopi del capitale finanziario che ci governa. Grifone direbbe “regime”. E sarebbe difficile dargli torto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 maggio 2012

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