Un’intera classe dirigente ha così a lungo sparato sulla scuola, che prima o poi doveva accadere. Ci diranno ch’è mafia, ma noi risponderemo ch’è solo manovalanza mafiosa, gente che esegue ordini. E gli ordini chi li dà? Ci chiederanno, sospettosi. Non ci vuol molto a capirlo, diremo fuori dai denti. Chi ha ordinato gli arresti di Francoforte e ha ammanettato la democrazia, incriminando il pensiero critico. Ecco chi è che dà gli ordini. C’è un filo rosso che corre diritto tra i fatti di Germania e la Puglia insaguinata. Nel mirino un solo obiettivo: il libero pensiero, la scuola come baluardo di democrazia. Stiamo vedendo all’opera, uniti, gli inconfessabili interessi dei due rovesci d’una sola medaglia: banche e mafia.
Domani ministri e sottosegreatri reciteranno la solita farsa e si appelleranno a una democrazia che hanno distrutto. Ricordiamocelo allora, e ricordiamolo a loro trattandoli come meritano. Tra le conquiste della rivoluzione borghese ce n’è una che si tende a ignorare, perché la borghesia rivoluzionaria è diventata ormai reazionaria; essa e già presente in Rousseau, per il quale, nel momento in cui il patto sociale viene violato, il potere politico diventa illegittimo e il diritto di resistenza e ribellione viene legittimato. Non meno chiaramente il principio si ritrova nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e nel preambolo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America: “quando una lunga serie di soprusi ed usurpazioni, volti invariabilmente ad un unico scopo, offrono prova evidente del disegno di un governo di assoggettare il popolo a condizioni di dispotismo assoluto, é diritto e dovere del popolo di abbattere quel governo e di creare nuove salvaguardie per la sua sicurezza futura“.
Di questo si tratta, ormai: di ribellarsi e creare le nuove salvaguardie.
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A dar retta ai soliti pennivendoli e ai servi sciocchi che siedono in Parlamento, Monti aveva schierato davanti a Napolitano un manipolo di scienziati onesti e disinteressati. In pochi mesi, due se ne sono andati travolti dagli scandali, gli altri si sono dimostrati più incapaci d’una banda di somari cocciuti e tutto si è ridotto alle lacrime indecorose e alle “paccate” d’una donnetta che recita da cane. Ha voglia di vendere fumo il presidente Napolitano, che vive di un ricco stipendio parlamentare dalla bellezza di cinquant’anni e non sa cosa significhi tirare la carretta: ogni giorno che passa va sempre peggio e tutto quello che il governo sa dire è che il peggio deve ancora venire.
Smettiamola, per favore, di correre appresso alle chiacchiere televisive e diciamo la verità. Monti ce l’avevano presentato come meglio non si poteva: il salvatore della patria, il paladino della giustizia sociale e l’uomo dell’equità, invece si è rivelato solo l’uomo dell’Equitalia.
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C’era chi pensava: se n’è andato Berlusconi, ora ci sono i professori e si migliora. A novembre c’è stato persino chi ha salutato il nuovo 25 aprile. Ingenui o utili idioti, non lo so, so che che i professori stanno… sgombrando la cultura! E per forza. La vecchia classe dirigente s’è rafforzata. Lo sanno tutti: i professori del capitale sono la quintessenza dell’ignoranza.
“Chiudere Macao è l’espressione del disordine mentale che c’è in Italia, la classe dirigente è isolata, guarda questi ragazzi come sono civili, come sono armoniosi, guardali. La classe politica è alle corde, lo capisce ed ha paura perché sanno che domani potranno non esserci più. Questi ragazzi sono straordinari, ai miei tempi si cercava anche la rissa. Questi ragazzi non la cercano la rissa, vogliono solo esprimersi” (dichiarazioni alla stampa di Dario Fo).
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Le scrisse Pintor e sono parole che scuotono: «Non ci vuole una svolta, ma un rivolgimento. Molto profondo. Niente di manicheo, ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte». Mi vengono in mente, mentre leggo sul Manifesto la lettera aperta a Rossi Doria, che quel confine lo ignora, e mi pare evidente: siamo figli delle nostre scelte.
Voglio crederci: si può accettare di entrare in un governo come quello di Monti nella pia illusione di dare un qualche contributo positivo alla crisi che ci uccide. Non è giusto, ma è umano. Inaccettabile è, invece, conservare l’illusione dopo la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro e la maniera scelta per affrontare la crisi e produrre così, tra l’altro, la catastrofe del nostro sistema formativo. Purtroppo non si tratta solo dell’Invalsi, di cui non a caso Urbani, sottosegretaria e collega di Rossi Doria, è stata finora esponente di punta. Il punto è che questo governo non solo è completamente appiattito sulle scelte del ministro Gelmini, ma ne prosegue, con metodica e per molti versi feroce determinazione, il lavoro di smantellamento della scuola e dell’Università dello Stato, intese come presidi di democrazia e strumenti di formazione del pensiero critico. Tutto va nella direzione voluta dal precedente governo, tutto si inserisce in una concezione autoritaria e iperliberista del ruolo della formazione, a partire dalla messa in discussione del valore legale del titolo di studio, dalle scelte in tema di valutazione della ricerca, per giungere al rifiuto di fare della scuola e dell’università il perno attorno a cui ruoti un progetto di crescita non solo culturale ma economica del Paese.
Il “collega” Rossi Doria sa bene che la scuola italiana ha organici insufficienti e risorse finanziarie inesistenti, conosce perfettamente l’esito devastante della precarietà del personale scolastico e di una “razionalizzazione” di ispirazione aziendalistica che qui produrrà superfetazioni tentacolari, lì indebolirà la presenza della scuola sul territorio e colpirà soprattutto le scuole che operano dove ci sono più poveri, dove più a rischio sono i giovani e più grave è il disagio sociale. Il sottosegretario non ignora gli esiti disastrosi di un’autonomia a risorse zero che mentre ti emancipa ti fa servo. L’INVALSI non è semplicemente un tormentone; è uno strumento di controllo che eleva al rango di criterio unico di valutazione del lavoro di un docente la “competenza” di uno studente “astratto”, separato da ambiti territoriali, contesti ambientali, estrazione sociale, capacità, punto di partenza e punto di arrivo; una competenza che assume un significato univoco, smette di essere l’esito di un processo e mortifica quei docenti di cui volutamente ignora le qualità innovative in tema di programmazione formativa dell’istruzione. L’obiettivo è chiaro: confondere l’abilità con la “conoscenza”, ricondurci alla trasmissione acritica del pensiero dominante, custodito dai sacerdoti del potere nei santuari del sapere. “Valutati” così gli studenti, è molto facile rendere ricattabile il docente e scoraggiarne ogni tentativo di formare intelligenze critiche. Un progetto liberticida, quindi, che segna un confine invalicabile e una frattura irrimediabile. I docenti non chiedono nulla al Governo. Difendono la scuola dello Stato e con essa la democrazia.
Lo dirò ancora con Pintor: senza badare a fede, nazionalità, razza e formazione politica, la scuola mira a costruire persone, «individui, ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza». Su questo un docente pretende di esser valutato. Perché ciò avvenga, però, è necessario che si riconosca il diritto dei docenti a valutare. Noi insegnanti della Repubblica abbiamo torti e ragioni, ma veniamo da lontano e siamo consapevoli del nostro ruolo. Voglio ricordarla qui, la nostra via, cercando tra le mie carte di vecchio studioso. “Scuola e Resistenza”, numero unico del Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola, uscì quando la sorte del fascismo stava per compiersi. Nella copia che ho davanti mentre scrivo, la data non si legge ma il giornale fu certamente stampato alla macchia fra giugno e luglio del 1945.
Quattro facciate dense di articoli: il ricordo commosso di insegnanti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale dell’«epurazione dei libri di testo fascistizzati» e l’invito a sfidare il regime morente, «macabro fantasma» che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo: «Non giurate! [...] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto» – il sogno di «un’Italia risorta» in cui la scuola «sarà il fondamento, l’elemento innovatore» e l’insegnante «rivestirà una missione augusta: perché l’educazione forma l’uomo vero ed eleva il popolo; essa è l’unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso».
Quell’Italia risorta è oggi sotto processo. E’ un’Italia scomoda. Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul “sangue dei vinti”, leader d’una presunta sinistra recitano il mea culpa per le foibe, la Costituzione nata dalla Resistenza è calpestata ed è passata una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti che si armavano per l’ultima battaglia contro la dittatura: «reazione e fascismo con demagogica sagacia intuirono che l’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l’opinione e tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento, lo soggiogò, lo volle dominare e dirigere e la costituzione sociale fascista, fondata unicamente sulla potenza del denaro, offerse un mezzo sicuro all’oppressore. L’insegnante fu asservito e domato colla miseria, col bisogno diuturno; fu ridotto a un paria, dalla vita grama e stentata, che mortifica e alla fine immiserisce anche i più arditi: la professione fu angustia, conformismo e, alfine, rinuncia. E l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva; e l’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato».
Gli articoli sono tutti anonimi – era in gioco la vita – tranne l’ultimo, un “Appello alle maestre” in cui Luisa, maestra a sua volta e partigiana, si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: «Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l’esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell’Italia libera».
Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. «Per difendere il futuro dell’Italia libera», scriverebbe. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa maestra. La maniera in cui si tratta la scuola dopo la riforma Gelmini chiama alla resistenza.
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Il vero modello di Giorgio Napolitano sembra il essere il suo conterraneo Giambattista Marino, poeta che lascia traccia di sé non per i suoi versi, ma per la funzione che attribuisce alla poesia nell’intento testardo e malcerto di rompere con la manierata compostezza della tradizione classica, in cui pure s’è formato, e assecondare le “esigenze nuove”. Lontani secoli tra loro, Napolitano e Marino condividono l’obiettivo:
E’ del poeta il fin la meraviglia,
parlo dell’eccellente e non del goffo,
chi non sa far stupir, vada alla striglia!
Smanioso di stupire, ma proprio per questo fatalmente attratto da una crescente e stucchevole esuberanza formale, Marino guadagna in lucentezza quanto perde in umanità e s’innamora di se stesso, della musica di parole che più cedono al ritmo, più perdono di profondità. Non diversamente Napolitano, messo al suo posto per garantire la Costituzione e ridotto ad essere l’unico italiano che la Costituzione ancora garantisce. L’uno poeta, l’altro politico, i due vedono entrambi ciò che non c’è e ignorano puntualmente ciò che tutti vedono. Marino vede l’arte in un artificio, Napolitano, che non ha visto la crescita clamorosa del movimento di Grillo, vede però in Parlamento una maggioranza politica che non esiste e che gli elettori chiamati a votare hanno implacabilmente bocciato.
Potesse mettere ancora penna in carta, Marino non avrebbe dubbi e coglierebbe certamente al volo l’occasione per stupire i lettori con la “Napolitaneide“, un’ode in centomila strofe tutte dedicate alle traveggole del presidente.
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Disobbedienza.
Ci si preparano gli studenti e si rivolgono perciò ai loro docenti con un flimato.
Il Parlamento dei nominati, il Senato dei Cosentino, Ciarrapico, Milanese, Luzi e Dell’Utri, il governo dei milionari e dei banchieri che non ha nemmeno la foglia di fico di un mandato elettorale non ci lasciano scelta. La scuola è nostra, appartiene agli studenti, ai docenti e ai genitori. Decidiamo del nostro destino, partiamo dalla scuola per rispondere con la lotta a un potere che cancella i diritti. Facciamo nostro il no fermo all’invalsi e scendiamo tutti in Piazza coi nostri studenti.
“Il 16 maggio 2012
il Ministero dell”Istruzione impone il test INVALSI a tutta la scuola pubblica italiana.
I test INVALSI sono quiz a crocette all’apparenza innocui, ma il progetto dietro di essi e le loro conseguenze sono gravi. Vogliono dividere la scuola pubblica in scuole di serie A e B, colpendo le situazioni di disagio con ulteriori tagli. Loro lo chiamano merito, ma è classismo.
Vogliono costringerci a pensare a crocette, abolendo ogni rielaborazione personale e pensiero critico, costringendo scuole e professori alla sola didattica frontale e nozionistica.
Con i questionari allegati alle prove vogliono schedarci, sapere come viviamo e che cosa pensiamo.
Questo dalle elementari alle superiori.
Ma tu, noi, studenti come voi, vostri compagni di banco, insieme possiamo fermarli.
Boicotta i test INVALSI, Lasciali in bianco. Non possono punirti. O scendi in piazza.
Valutati, non schedati
Cancelliamo gli INVALSI“.
Da “Fuoriregistro“, 7 maggio 2012, art. di Mimmo Fusco.
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