La storia non si fa coi se, ma i se possono dirci ciò che non sarebbe stato. Senza gli Occhetto, i D’Alema e i Napolitano, il Pci non si sarebbe sciolto, Monti e Letta non avrebbero mai fatto un governo e questa crisi, se fosse venuta, sarebbe stata affrontata diversamente. Non è andata così e in un quadro di dubbia legalità costituzionale eccoci a Monti e Letta. Dopo il “professore”, con Letta cambia qualcosa? Sì, certo. Letta è molto peggio. Col primo era salva la forma: un presidente della repubblica, sia pure discutibilmente, decise per un governo tecnico e i partiti consentirono. Non sci furono elezioni. Letta invece ha fatto un governo dopo un voto politico e contro l’impegno preso con gli elettori. Questo in un contesto europeo sempre più cupo.
Quando si parla di Europa, il riferimento al Manifesto di Ventotene è di prammatica. Lo fanno tutti. Tutti però evitano accuratamente di ricordare due dati: il primo è che si tratta di un documento antifascista, il secondo che individua lucidamente i futuri nemici dell’Europa dei popoli. Chi sono per Spinelli, Colorni e Rossi questi nemici? Le idee a Ventotene erano chiare: i “gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli Stati” e “le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie”. Di tali forze il Manifesto tenta una descrizione che fa pensare subito a Monti, Letta e, più in generale, al PD e ai nostri ultimi governi. Una somiglianza straordinaria: “uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti”.
Alla luce dell’esperienza, sbaglieremmo a cercare in queste parole il blocco sociale e il groviglio di interessi che si schiera oggi in campo antieuropeista; quando non è nazionalista, infatti, quel campo è una conseguenza della tragedia che viviamo. Sono piuttosto forze che hanno elaborato e imposto un’altra idea di Unione Europea, un’idea antitetica a quella antifascista di Ventotene. L’Europa, per dirla con Monti, in cui l’Esecutivo assume un ruolo pedagogico rispetto al Parlamento, l’Europa delle élite, delle banche e dei poteri forti. In una parola: l’Europa antipopolare che oggi ci soffoca e non bada alla sua legittimità democratica e alla rappresentatività politica; la governano infatti una Commissione di nominati e non ha una Costituzione votata che sancisca la nascita di una sovranità. Se uno ci pensa, uno strumento di attacco ai diritti e alle conquiste dei lavoratori – cuore pulsante della storia contemporanea – che ci conduce ben oltre il Novecento e salta indietro a piè pari oltre Montesquieu, oltre la divisione di poteri che si controllano reciprocamente e oltre la sovranità popolare, Un nuovo “antico regime”. Si addolcisce la pillola parlando di “postdemocrazia”, ma chi ha formazione marxista ricorda un monito terribile: socialismo o barbarie.
In questo quadro si collocano gli eventi di casa nostra, soprattutto se, da Monti a Letta, si esaminano in rapporto a un dato di fatto: la forzatura della Costituzione. Tutti sanno che la Consulta non ha ritenuto legittimi molti punti della legge Calderoli, nessuno dice però che, così stando le cose, potrebbe essere illegittimo l’operato delle Camere e dei Governi. Nessuno dice che la legge del fascista Acerbo nel 1923 poneva soglie di sbarramento per giungere al premio di maggioranza che quella Calderoli non prevede. E’ il dato storico a suggerire quello politico: la repubblica antifascista ha leggi meno democratiche di quelle fasciste. Questo spiega l’intento di Letta – riscrivere la Costituzione nata dall’esperienza antifascista – e dà un chiaro significato politico alla rivalutazione storiografica del fascismo e alla pietra tombale caduta sull’antifascismo. Non è un caso se, per giustificare la sostanziale saldatura del blocco borghese reazionario che è alla base del governo Letta, si tiri fuori la “pacificazione”. Di pacificazione si parlò, dopo la caduta del fascismo, quando si riciclò il personale fascista con la legge sull’epurazione di Azzariti, ex presidente del tribunale della razza e futuro primo presidente della Corte Costituzionale, e in piena repubblica magistrati e questori di provenienza fascista poterono colpire partigiani e lavoratori, fiancheggiare camerati e stragisti e gettare la croce sugli anarchici. Di pacificazione si riparlò, quando fu messo da parte l’antifascismo, riesumando i cosiddetti “ragazzi di Salò”, e di pacificazione si torna a parlare oggi, per giustificare un tradimento del voto popolare, che somma la destra e la sedicente sinistra e le schiera a difesa dell’Europa delle banche. Una difesa che impone la riscrittura della Costituzione.
Senza una sinistra schiettamente anticapitalista e internazionalista questo progetto è destinato al successo. Rimettere in campo una sinistra, però, non significa decidere a priori se essa debba essere riformista o rivoluzionaria: sarebbe come preparare la guerra e non avere esercito. Delle modalità di lotta è inutile discutere se, per rimetterla in campo, non si torna prima ai suoi valori di riferimento. Il tema della legalità, per dirne una, bandiera dei governi alla Letta, storicamente non riguarda la sinistra, nata lottando con una legalità che si faceva scudo dei codici per imporre lo sfruttamento. La sinistra sa bene che ci sono state la “legalità” crispina e quella fascista e sa che Terracini e Pertini detenuti furono ben più onesti dei loro giudici e carcerieri. La sinistra e la Costituzione sono per la giustizia sociale. L’idea delle relazioni tra le classi nelle vertenze sindacali, che unisce Marchionne e Letta non è liberale o liberista; è corporativa e, quindi, neofascista. La sinistra è per il sindacato di classe che non rinuncia al conflitto. Se non sono tempi da consigli di fabbrica e soviet, si può e si deve difendere da Napolitano e soci una democrazia parlamentare. Non ci sono guerre umanitarie. Sinistra e Costituzione ripudiano la guerra che non sia di liberazione. La sinistra è antimperialista e non ritiene terrorista chi ci combatte nei Paesi che occupiamo. Per la sinistra si tratta di partigiani, come partigiani e non banditi furono i nostri ragazzi nella Resistenza. Per la sinistra la scuola è statale; i privati istituiscono loro scuole ma lo fanno senza oneri per lo Stato. Si conviene che il voto è l’espressione della volontà popolare? D’accordo. Storicamente, però, la sinistra sta con la parte di Europa in cui il diritto ha radici latine e ha sempre visto nel sistema proporzionale la via maestra della rappresentatività in Stati di democrazia. Non si tratta di un dato tecnico, ma di un valore storico. La legge “truffa” del 1953, proposta dal democristiano Scelba e passata coi voti della sola maggioranza, modificò in senso maggioritario la legge proporzionale nata nel 1946, assegnando il 65% dei seggi della Camera alla lista o alla coalizione che avessero superato il 50% dei voti validi. La sinistra lottò compatta per non farla passare – il ricordo del fascismo bruciava ancora troppo per dividersi – la subì in Parlamento, ma la sconfisse nel Paese; nessuno opinò che Parri e Calamandrei col movimento di Unità Popolare non fossero “sinistra” e il loro 0,6% fece mancare al blocco di potere conservatore il quorum per ottenere il premio di maggioranza.
Per battere Monti, Letta, Merkell, la BCE e il dilagante autoritarismo reazionario, l’Italia di sinistra e l’Europa dei popoli devono passano per un crocevia: l’unità rispetto al quadro dei valori storici di riferimento.
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Statemi a sentire e datemi una risposta se vi riesce. Vediamo che idea vi siete fatti della valutazione e, per favore, non fate quella faccia. Sono discorsi all’ordine del giorno. Partiamo dalla cronaca e stiamo ai fatti. Com’è andato lo sciopero dei Cobas per boicottare il primo giorno dei test Invalsi? Non lo sapete? Ma allora non leggete l’Huffington Post! Se l’aveste letto, il 10 maggio, lo sapreste: “Invalsi, boicottaggio fallito a scuola“. E’ così, credeteci, basta coi dubbi e non tirate fuori la storiella dei punti di vista e del sistema di valori di riferimento. Il valore di riferimento lo decide il valutatore e se v’hanno insegnato a leggere i fatti in un contesto, se avete imparato che esistono obiettivi minimi e massimi, che si può avere i numeri contro e vincere moralmente, se state appresso alla favola di Silvio Pellico che con le “sue prigioni” costò all’Austria quanto Waterloo a Napoleone, beh, snebbiatevi il cervello e prendete atto: Pellico era un “perdente“, un contestatore da tre soldi che non seppe evitare la galera. E anche con Gramsci, piantatela per favore. Gramsci era un “sovversivo” ed ebbe quello che si meritava. Il sistema di valori di riferimento era all’epoca quello fascista e conta quel conta. La verità la dicono i vincitori e c’è una gerarchia. Se i vostri insegnati non l’hanno capito, cercate di ricordare: al test che vi chiede se Gramsci finì in galera perché era un delinquente, perché lottava per la giustizia sociale o, che ne so, perché era un illuso sognatore, scartate l’illuso perché romantico non si porta, non optate per la giustizia sociale, perché di questi tempi come valore di riferimento è un disastro e andate sul sicuro: un volgare malfattore. Non potrete sbagliare.
Torniamo al dunque. Stabilito il punto – il disastro dei Cobas – la domanda che logicamente si pone è il perché della Caporetto. Badate, però, che a usarle bene le parole, nel “modo” si può leggere la causa e, quindi, la risposta che vi si domanda è un giudizio di valore. Se vi chiedo com’è fallito e decido che la risposta esatta è “in modo naturale” – così sostiene l’indiscutibile Huffington Post – non c’è dubbio: non si tratta del modo, ma della causa. Era naturale che fallisse, lo era perché negava il “valore” di riferimento. Voi potete pensarla molto diversamente, ma nel sistema di valori del valutatore “i test Invalsi fanno parte della natura della scuola” e “i docenti lo sanno, gli studenti lo sanno, i genitori lo sanno“. Sarà falso, sarà sconvolgente – la scuola ha cambiato natura! – ma voi dovete sapere che per superare il test, questo va detto. Lo dovete sapere voi e lo dovranno imparare gli insegnanti che vi preparano ad affrontare i test. Nell’idea reiterata e mai dimostrata di “naturale” c’è il concetto chiave dell’Huffington Post: esistono un corso delle cose, una concatenazione logica degli eventi, una filosofia della storia che non vi riguardano; appartengono al valutatore. Chi risponde ai test è libero di scegliere tra risposte date, non ha la libertà di immaginare soluzioni che guardino a dimensioni diverse. Dalla maieutica di Socrate che vi chiedeva di cercare liberamente la vostra verità, siamo passati alla libertà condizionata di scegliere tra verità date. La “naturalità” dell’Invalsi si fa divinità: la critica è bestemmia o, peggio, negazione. Al test fondamentale, quello che chiede cosa vuole chi critica l’Invalsi, si possono dare molte risposte, e in tanti l’hanno data, non ultimi e non da ultimi, Vertecchi e Israel, ma l’unica risposta buona per il valutatore – è l’Invalsi che valuta l’Invalsi – è la più ideologica di tutte: chi critica l’Invalsi “rifiuta di valutare i livelli di apprendimento degli studenti“, sostiene l’Huffington Post.
Le cose non stanno così. Prima di valutare coi test, occorre condividere i presupposti, intendersi sul concetto. Una scuola è un luogo di lavoro? Un no sarebbe ideologico e un sì deformante. “Anche”, si potrebbe rispondere. Però poi occorrerebbe definire il mondo con cui riempire quell’anche, riconoscere che esistono una “scuola” in senso concettuale e migliaia di scuole diverse tra loro. Perché l’Invalsi? E’ naturale, risponde il giornale di Lucia Annunziata. Naturale. E’ un mantra. A cosa e a chi servono i test? “Servono per monitorare il Sistema nazionale d’Istruzione e confrontarlo con le altre realtà comunitarie ed europee“. Ma che paragone sarà mai quello che confronta realtà così diverse tra loro? Un sistema che va per tagli lineari e disinveste, con uno sul quale s’è scommesso a suon di milioni?
La prima volta che ho incontrato l’Invalsi, eravamo a metà degli anni Settanta. Allora si chiamava ispettore, ma rispondeva come oggi a logiche di potere. Scienziato della borghesia, giunse in classe e non si annunciò. Era in terra di camorra, ma non lo sapeva. Chiese ai ragazzini irrequieti l’inno d’Italia e non ebbe risposta, trovò che quasi tutti scrivevano pensierini acuti ma erano “scadenti” nel dettato. Era lui che correva, pieno di sé, ma non riuscii a fermarlo. S’era fissato col suo impeccabile abbigliamento e insisteva: - Di che colore sono i pois della mia cravatta? Lo chiese a bruciapelo a un soldo d’uomo, e quello strinse i grandi occhi neri e li fece inespressivi. Era un segno di difesa minacciosa, ma nemmeno questo sapeva. Insistette con due di quelli più lindi e pinti e fu silenzio di tomba. Prima che aprisse ancora bocca, lo bruciai sul tempo - State a sentire. L’ispettore vò sapè ‘o culore de’ palle ca tene ncopp’a cravatta. Fu un coro immediato: - Rosse e gialle! Rosse e gialle!
- Sono figli di povera gente, sibilai. Il francese non lo conoscono e i pois li chiamano palle!
Un lieve tic all’occhio, un saluto indispettito e se ne andarono via, lui, la cravatta e i pois. Uscendo, leggeva dal registro a voce alta una mia relazione: “Qui è legione straniera. Un avamposto nel deserto. La scuola c’è per segnare un possesso: territorio della repubblica. Ci manca tutto, comanda la camorra. La mia cultura non serve: sto imparando il mestiere sulla pelle degli alunni.
Quando il Direttore mi chiamò, aveva un’ombra negli occhi e le labbra, curve in basso, disegnavano una piega amara. Si agitò un attimo, nel grigio doppiopetto trasandato e poi sbottò: - Ma che mi hai combinato? Se n’è andato come un pazzo! Gliela do io la legione straniera! Gliela do io! Un pazzo pareva. Raccontava senza nascondere un’ilarità compiaciuta e complice che gli sollevava la piega della bocca fino a disegnarvi un sorriso.
- Dice che il biennio non lo passi - proseguì provando a farsi serio. Avresti dovuto vederlo: se n’è andato furioso, ma non farà il cretino. Non ha gli elementi e lo sa.
Gli dissi delle palle sulla cravatta. Rise fino a congestionarsi, tossì e riprese fiato accendendo una sigaretta che lo rimise miracolosamente in sesto.
Sono passati decenni. C’è un’Italia che vive ancora così e forse peggio. L’Europa dell’Invalsi non c’è. E nemmeno lo Stato. E’ una lotta al coltello con la malavita organizzata. Naturale? Tutto quello che c’era di “naturale” è andato distrutto.
Uscito su “Fuoriregistro” il 10 maggio 2013 e sul “Manifesto” il 12 maggio 2013
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«Al mio popolo gli ho tolto la pace» – scrisse Don Milani – «ho affrontato le situazioni con la durezza che si addice al maestro, ma mi sono attirato contro l’odio dei potenti». Il governo Letta, invece, che pure si dice nato per pacificare, l’odio l’ha scatenato sui ceti subalterni e in cambio del consenso dei più forti ha seminato subito la guerra: da Milano a Napoli un’inquietante sequela di violenze: cariche, manganellate, ferimenti e fermi. Sintomi di una impotenza che si spiega anche senza Marx. «Finché esisterà proprietà privata», spiegò Thomas More, «non ci sarà nessuna speranza di trovare cure appropriate. Cercando di curare una parte del corpo politico, inevitabilmente scateni malanni nell’altra, perché ciò che funziona da medicina per una persona, può essere veleno per un’altra; non si può in alcuno modo dare qualcosa a qualcuno senza sottrarla a un altro».
Questo governo di pace, mette mano alla violenza perché soffre di una insanabile contraddizione; si proclama democratico ma è costretto a cercare l’impossibile equilibrio fascista: quello corporativo. «E’ una pia illusione, non vi riuscirà» direbbe Don Milani, che Letta ama citare, «e se vi riuscisse, sareste creature disumane e nessuno vi vorrebbe». La verità è che l’utopia pericolosa non è quella di Campanella o More. L’utopia perniciosa va cercata nel sedicente «realismo politico», che in nome nella ragion di Stato sogna di cancellare il conflitto tra le classi sociali, mettendo d’accordo gli interessi dei ceti dirigenti. Il fascismo, in realtà, l’ha dimostrato: chi impedisce il contrasto aperto tra bisogni collettivi, fa degli avversari nemici inconciliabili e più che «incontri» genera ferocissimi scontri.
I fatti di Milano e Napoli sono stati, in questo senso, campanello d’allarme e prova del nove. Napoli soprattutto aveva ieri in sé tutti gli elementi che trasformano una notizia in monito e disegnano il quadro d’un governo nato male, di un’avventura che s’annuncia tragedia: un ministro «invisibile» che, giunto in città, si blinda in Prefettura, un fascio-camorrista indagato e condannato più volte che scatena impunemente squadristi contro operai disoccupati e studenti, la polizia che prima lo ignora e poi lo spalleggia, caricando con estrema violenza un corteo pacifico, fermo e del tutto inoffensivo. Laura Boldrini, così attenta alla rivalutazione del fascismo e alla condizione femminile, provi a procurarsi i filmati: scoprirà un clima da “anni Venti” e vedrà quante botte si sono rivolte non a caso a donne adolescenti, che tenevano stretto come la speranza un innocuo striscione. Vedrà un giornalista malmenato perché filmava imprese cilene e un vicequestore esagitato che s’è già distinto il Primo Maggio, in un quartiere stretto d’assedio con un disprezzo inaccettabile e provocatorio. Chi tutto questo l’ha visto non può fare a meno di domandarsi come si fa ad affidare l’ordine pubblico a un funzionario che sta in piazza come fosse alla guerra.
Torni in città quando vuole, la ministra Carrozza, senza scorta e senza comunicati stampa; ci venga come fosse una cronista, interroghi i commercianti e chi abita nelle strade sconvolte dalle cariche. Scoprirà che, mentre era a San Pietro a Maiella, orgoglio d’una città che il malgoverno non riesce a piegare, cariche brutali, premeditate e ingiustificate sconvolgevano l’abituale tranquillità di vie laboriose e civili. I testimoni le diranno, indignati e concordi, che il «capo degli agenti», l’uomo che gestiva i poliziotti, «gli ha comandato di legarsi i caschi perché immediatamente avrebbero caricato i ragazzi anche se non avessero fatto gesti violenti». Si rivolga alle autorità di Pubblica Sicurezza e scoprirà che la giornata difficile che ha vissuto a Napoli non è figlia del caso o di una inesistente violenza dei giovani manifestanti; se ancora non l’ha capito, vedrà così che il suo vero problema non sono stati gli studenti contestatori, ma i colleghi di governo. Venga e non ci metterà molto a scoprirlo: Maurizio Fiorillo, vice questore e protagonista degli incidenti, è un reduce di Genova 2001, di una delle pagine più buie della storia della polizia e della repubblica. In quel tragico luglio del 2001 era a Piazza Alimondi e vide morire Giuliani. Ai Magistrati si limitò poi a raccontare che la morte del giovane l’aveva vista «da lontano». Più chiari e rivelatori i ricordi di ciò che accadde subito dopo la morte. Giuliani «indossava un passamontagna nero che copriva il volto. E’ stato tolto da noi quando sono venuti i medici rianimatori». dichiarò agli inquirenti il Fiorillo, «Abbiamo notato immediatamente che aveva un buco in fronte o qualcosa del genere; al momento sulla fronte non c’era molto sangue e, quindi, poteva sembrare opera anche di una pietra. Infatti, ricordo che a terra c’erano delle pietre […] ma non ricordo se una di esse fosse insanguinata».
La «cosa del genere» era il foro d’un proiettile sparato da un carabiniere e i sassi non c’entravano nulla. Ma questo conta poco. Mette i brividi scoprire che molti anni dopo la tragedia di Piazza Alimondi, nel cuore di una crisi economica che tende a sfociare sempre più chiaramente in crisi sociale e istituzionale, gli uomini di Genova tornino alla ribalta e con loro, al centro della scena, schierata in piazza contro i nostri ragazzi che lottano per rivendicare diritti negati, riappare una polizia cilena, il vero collante che unisce e rende inaccettabile maggioranza forze politiche ormai prive di credibilità: la crescente e patologica insofferenza per le regole della democrazia,
Uscito su Liberazione.it il 9 maggio 2013
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Voi sapete, lo predicava Don Milani, un prete che avete sempre odiato, che “è una pia illusione l’interclassismo. Non vi riuscirà e vi riuscisse, sareste creature disumane e nessuno vi vorrebbe“. Voi sapete, eppure ci ammonite ogni giorno col tono di chi sa: va bene tutto, la violenza no. Avete mai provato a immaginate quale violenza atroce si sente nel vostro monito?
Come fa a parlare di pace chi ogni giorno ci dice che non ci sono più soldi per le pensioni dei nostri vecchi e intanto coi nostri soldi paga il soldo ai soldati che manda in giro per il mondo a sparare? Quanto ci costano le vostre pacifiche sparatorie? Quanti sono i malati che potremmo curare, quanto morti in meno noi piangeremmo, se la vostra pace non fosse così maledettamente ingiusta e violenta?
Voi sapete. “I governi borghesi hanno speso i soldi presi ai poveri con le tasse per costruire armi per mandare i poveri a far guerra ad altri poveri“, ma ci ripetete di continuo, che certo, si capisce, va bene protestare, purché non si giunga alla violenza, ma fate finta di non sapere quale atroce violenza ci avete fatto in questi giorni, tradendo il risultato delle urne, votando la fiducia a un governo che avevate solennemente giurato di non fare.
Nessuna violenza, ci dite, e sarebbe persino giusto, se il padre di figli disperato non finisse col togliersi la vita, mentre voi coi soldi di tutti noi aiutate i banchieri che lo hanno spinto al suicidio e continuate a raccontarci che soldi proprio non ce ne sono…
Nessuna violenza, ci dite. Ma non vedete quanta violenza c’è nella vostra legalità che ci condanna all’ingiustizia sociale? Non sentite quanta ipocrisia c’è in questa vostra nonviolenza che violenta le coscienze, riempie le galere di dissidenti e di povera gente e premia i criminali di Genova? Non sentite quanta violenza c’è in questo vostro riempirvi la bocce del futuro di quei giovani ai quali avete rubato il futuro, quei giovani che costringete ad accettare che un novantenne torni a guidare il Paese che – voi stessi lo dite – è stato parte integrante di quella classe dirigente che ha occupato il potere politico per oltre sessant’anni e li ha condotti alla tragedia che viviamo?
Sparite, se avete a cuore la pace: con le vostre storie, coi vostri miserabili interessi e le vostre stesse persone, voi incarnate la violenza che pretendete di condannare. Sparite e con voi sparirà finalmente la violenza che ci opprime.
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“Zavorre d’Italia“. Così, con questa sprezzante definizione, in un libro privo di intenti autobiografici e di una sia pur minima punta di autoironia, Antonio Catricalà descrisse anni fa ciò che frena la crescita. La definizione mi ritorna in mente mentre provo a evitare la valanga di dotte analisi sui sottosegretari del governo Letta. Tranne rare eccezioni, silenzio di tomba sul grumo d’interessi corporativi, protezioni e privilegi di classi sociali forti strette attorno alla “squadra di governo”; la parola d’ordine è chiara: sorvolare sul cuore del problema italiano, ignorare che in una repubblica parlamentare, quali che ne siano gli esponenti, questo governo, nato tradendo gli impegni presi con gli elettori e vincolato alle condizioni dettate alle Camere da un Presidente della Repubblica rieletto, soffre di anemia costituzionale e scarsa legittimità democratica. Più che ministri o sottosegretari, gli uomini di Letta sono, in realtà, esecutori d’ordini, scelti col manuale Cencelli tra sacerdoti del liberismo e sperimentati portaborse dei capi fazione di una maggioranza rifiutata dal voto popolare. Non c’è dubbio: Lombardi e Crimi non sono Matteotti e Amendola, ma il circo mediatico picchia più duro del manganello e, grazie alla “Calderoli-Acerbo“, manipoli di “nominati” bivaccano alla Camera in attesa dell’incombente “Convenzione” e rendono l’aula parlamentare così sorda e grigia, che mai come stavolta l’inascoltato monito di Gaetano Arfè sulla rinascente “Camera dei Fasci e delle Corporazioni” appare più profetico che amaro.
Se si esce da questo quadro per inseguire il sogno dei “buoni ministri” che danno il crisma di santità a un governo di senza Dio, gli “elementi positivi” si possono anche trovare. Basta però fermarsi ai nomi dei personaggi “sperimentati“, per capire quanto potrà contare la storia d’un volto pulito. Catricalà, Cavaliere di gran Croce all’Ordine del merito della Repubblica e docente di Diritto privato prima all’Università di Tor Vergata e poi alla LUISS, grazie a un anemico saggio sul Consiglio di Stato e a una guida alla preparazione delle prove di concorso con schemi, esempi e quesiti, che Wikipedia contrabbanda per un saggio di diritto civile, più puntuale di un orologio svizzero, figura nell’elenco dei sottosegretari. Già presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, presidente designato dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, ha visto premiata la sua fede neoliberista con un posto di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri del governo precedente e, dopo il disastro, eccolo viceministro allo Sviluppo Economico, dove regna Flavio Zanonato, noto soprattutto come sostenitore dell’energia nucleare. In quanto all’istruzione, mentre il buon nome di Maria Chiara Carrozza, sull’esempio della Boldrini, fa da specchietto per le allodole, la riconferma di Marco Rossi Doria è da sola un programma di governo: sostenitore del dialogo con Casa Pound, guardia armata della disastrosa legge Aprea, paladino del concorsone e crociato dell’Invalsi, Rossi Doria ha appoggiato con la più ferma convinzione tutte le iniziative di Profumo, che, a sua volta, ha tenuto con ostinata mano ferma la rotta tracciata dalla Gelmini. Una posizione notevolmente rinforzata dall’arrivo di Gianluca Galletti e Gabriele Toccafondi. Ammesso che voglia farlo – ed è cosa tutta da dimostrare – basta cercare nei loro curricula, per capire quanto sarebbe difficile per il nuovo ministro mutare il corso delle cose.
Gabriele Toccafondi, scuola PDL, si è distinto soprattutto per la difesa dei contributi statali alle “scuole paritarie“, in aggiunta ai fondi ordinari del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca , e per l’istituzione di un Fondo per la parità scolastica sostenuto in tandem con Gianluca Galletti, centrista e cattolico, che, per suo conto, ha lottato per evitare il pagamento dell’IMU alle scuole paritarie, ha difeso l’insegnamento della religione cattolica, s’è battuto per dell’ANVUR, la discussa agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca e ha chiesto di reintegrare il fondo in bilancio previsionale 2013 per le istituzioni scolastiche “non statali, in modo da garantire il livello di finanziamento degli anni precedenti.
Chi ha sognato il cambiamento è avvisato: stiamo assistendo al trionfo delle zavorre d’Italia. Inutile sognare o continuare a chiedere ciò che spetta di diritto alle buone grazie dei ministri. I diritti si difendono lottando come si può, con le unghie e con i denti se necessario.
Uscito su “Fuoriregistro” il 3 maggio 2013
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